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Come l'Urss inventò l'isola dei cannibali

di Silvia G. Sequi - 31/05/2007

 
Nella Russia staliniana del ’33 potevi essere un contadino, sì, ma non un contadino ricco, singolo, un uomo libero. Eri un kulaki, un nemico del potere sovietico, una classe sociale da eliminare fisicamente e con urgenza. La ricchezza non potevi gestirla solo, dovevi necessariamente e forzatamente condividerla con la collettività (la cosiddetta kolchoz, la grande azienda collettiva).

E con urgenza, fretta e totale disorganizzazione si tentò di concretizzare il “piano grandioso” di ingegneria sociale, così definito da Genrich Jagoda, suo ideatore e capo dell’OGPU, la polizia politica del regime. Il progetto, avviato nel 1930, sottoposto e approvato da Stalin, prevedeva un vero e proprio processo di dekulakizzazione, e conteneva due finalità primarie.

Disinfettare le vetrine del socialismo, epurando e purificando la società sovietica dagli elementi superflui e socialmente pericolosi, i cosiddetti “elementi declassati e socialmente nocivi”. Ma anche colonizzare gli immensi spazi vergini del Far East sovietico, la Siberia, il Grande Nord, gli Urali e il Kazakistan, al fine di sperimentare l’adattamento umano ad ambienti privi di qualsiasi struttura.
Erano in seimila i dekulakizzati (o “coloni speciali”) deportati, o meglio scaricati, in una delle “zone pattumiera”, Nazino, un’isola del fiume Ob a circa 900 chilometri dalla città di Tomsk, in Siberia. Con pochi grammi di farina al giorno, si sa, si sopravvive assai poco: due terzi di loro perirono di fame, logoramento e malattia poco dopo la deportazione che si rivelò un vero e proprio abbandono.

Un tale trattamento, che non rientrava certo in una logica punitiva ma meramente inumana e delittuosa, era controllato dalle guardie dell’OGPU. Più che guardie erano, spesso, dei sadici criminali, compiaciuti del loro divertissement con la mandria di bestie umane: un qualsiasi pretesto giustificava bastonate. Per esempio i deportati partecipavano come animali da punta a battute di caccia: la selvaggina abbattuta doveva essere recuperata nelle acque gelide. E se ti rifiutavi eri cacciato ed ammazzato come quella stessa selvaggina.
Alcuni deportati furono utilizzati come vogatori, se alcuni di loro cadevano in acqua quelli che non sapevano nuotare venivano lasciati annegare.
Nella perversa intenzione di “decivilizzazione”, nell’ammassarsi dei cadaveri sull’isola, nella completa disfunzione burocratica, gli esseri umani, consunti, diedero inizio ad atti di cannibalismo e necrofagia.
Un orrore che con difficoltà è emerso dalle documentazioni degli archivi storici sovietici, e che è stato pubblicato in Francia da uno dei migliori storici dell’URSS, Nicolas Werth.

Il libro choc descrive con estrema perizia i tristi episodi dell’Affaire Nazino che attribuirono all’isola il funesto epiteto de “l’isola dei cannibali”.
La contabilità dei morti di Nazino per fame e violenze segna la cifra approssimata di 1700.000 vittime. Ma la tragedia non finì così. Diventata di dominio pubblico, la storia degli orrori dell’isola costrinse il sistema sovietico a reagire. Lo stesso Stalin istituì una commissione di inchiesta, lavandosene le mani poco dopo.
Si giunse così al famoso ordine 00447, del 1937, che differenziò i sopravvissuti in due gruppi: la maggior parte venne fucilata, gli altri vennero condannati a 10 anni di gulag.
Una tragedia inquietante che rispecchia nella sua interezza il progetto di sterminio di massa riservato da Stalin ai suoi oppositori, e che dovrebbe invitare a riflettere coloro che continuano a dichiararsi fieramente comunisti.

"L'isola dei cannibali"
Siberia, 1933: una storia di orrore all'interno dell'arcipelago gulag
Corbaccio, 16,60 Euro
Nicolas Werth