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La sostenibilità dipende anche dal modo in cui il cibo viene prodotto e consumato

di Alessandro Farulli - 27/03/2013


 

 

Non è più tempo di Rivoluzioni Verdi. Né di soluzioni palingenetiche. La terza via per un mondo più sostenibile passa attraverso un passo indietro rispetto alla globalizzazione. Specialmente quando si parla di produzioni, in particolare quelle alimentari. Ne pagherà probabilmente dazio il commercio cosiddetto "equo e sostenibile" perché ha una filiera che, alla luce delle nuove convinzioni sull'impatto ambientale, è troppo lunga.

Gli scandali alimentari, buon ultimo quello della carne di cavallo, da sempre riaprono la discussione sulla necessità di una filiera più controllata: cosa possibile - o, almeno, più possibile - solo con un "viaggio" dei cibi geograficamente ridotto. Non solo, meno viaggiano le merci e gli alimenti, meno impatto c'è sottoforma di spreco di energia e smog derivante dai mezzi usati per il passaggio dal produttore, al grossista, al supermercato fino al consumatore.

Ma da qualche tempo la filiera corta è diventato un punto di riferimento anche in ragione dell'aumento della popolazione e della conseguente necessità di sfamarla. Tant'è che persino  il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, in un incontro con i professori e gli studenti dell'università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo ha detto che «la produzione su piccola scala, i circuiti locali di produzione e di consumo e il recupero di colture tradizionali sono tutti fattori che giocano un ruolo importante nella lotta alla fame».

Proprio da Silva ha sottolineato «come la Rivoluzione Verde negli anni '60 fosse riuscita ad aumentare la disponibilità di cibo pro capite di oltre il 40 per cento, ma al costo della perdita di diversità alimentare dovuta alla concentrazione su poche colture e con un impatto di notevole portata sull'ambiente dovuto all'uso intensivo di prodotti chimici».

Ora invece - si legge in una nota della Fao - esiste una tendenza verso la coltivazione e la messa sul mercato di alimenti tradizionali, verso il miglioramento delle infrastrutture e dei mercati locali, favorendo in questo modo i produttori di piccola scala. E tutto questo è buono per l'ambiente e per l'economia delle aree rurali dove la fame colpisce più duramente, ha sottolineato il direttore.

«Le colture sottoutilizzate [...] possono avere un impatto positivo sulla sicurezza alimentare - ha aggiunto - Recuperare queste colture è un modo per raggiungere la sicurezza alimentare ma anche per riscoprire sapori perduti e per conoscerne di nuovi. Questo è qualcosa che avvicina tutti voi ai contadini poveri di tutto il mondo».

Tutto questo allude alla questione che sta sopra e sotto le iniziative che mirano a costruire o ricostruire filiere più corte e meno impattanti. Ovvero la consapevolezza che le risorse del pianeta sono "finite", nel senso di "non illimitate", e che per questo non vanno depauperate dal momento che la crescita della popolazione mondiale con stili di vita sempre più impattanti, necessita di un programma di sviluppo straordinario e diverso, non più compatibile con la ricerca del massimo profitto finora promossa.

Non è solo una questione di gusto, di salute, di impatto ambientale, ma anche di quali colture ci permetteranno di sfamarci. Non potrà più essere la carne la misura del benessere, più se ne consuma più stiamo bene: è un parametro ormai trapassato, che non fa i conti nemmeno con quali sono i reali alimenti che aiutano a vivere meglio.

Pressappoco la stessa cosa sta avvenendo anche tra le imprese - è un trend che cambia, non ancora un processo già avviato - che si stanno ritirando dai paesi dove erano andati a cercare fortuna a bassi costi sociali e ambientali. Persino l'Apple - gli Usa sono tra i primi Paesi dove si verifica il fenomeno di backshoring - che per bocca del "mitico" Steve Jobs aveva detto a Obama che mai sarebbe tornata a produrre nel Paese a stelle e strisce.

Certo, i cinesi sono assolutamente in controtendenza visto che stanno "mangiandosi" l'Africa a colpi di land grabbing ma questo perché si è spostato l'asse terrestre, e ora è l'Asia a dettare le regole del gioco. Tuttavia, sappiamo quando la velocità cibernetica dell'evoluzione (cinese in particolare) porti a bruciare le tappe e verosimilmente nel giro di qualche anno, anche lì le produzioni locali avranno la meglio. La globalizzazione non ha perso, ma nemmeno ha cancellato le distanze reali, solo quelle virtuali. E non è la stessa cosa. Chi sa leggere i flussi di materia e di energia lo può capire meglio degli altri.