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1° Maggio: festa o tragedia del lavoro?

di Luigi Tedeschi - 01/05/2017

Fonte: Italicum

1° Maggio: il lavoro è un valore oscurato e obsoleto?

 Oggi è 1° Maggio, festa del lavoro: una festa ormai ritenuta dal neoliberismo dominante fuori dal tempo e dallo spazio, dato il venir meno della centralità del lavoro come valore etico e fondamento, oltre che della nostra costituzione, della nostra società. Il valore del lavoro è oggi oscurato come tutti i valori civili, quali lo stato, l’indipendenza nazionale, insieme a tutta l’etica comunitaria propria delle ideologie novecentesche. Restano solo le manifestazioni rituali dei sindacati.

 La festa del lavoro ha subito profonde mutazioni sia nei suoi significati simbolici che nelle pubbliche manifestazioni. Essa, oltre ad essere stata svuotata dei suoi contenuti, è stata adeguata alla cultura mediatica dell’immagine e come tale si è trasformata in evento – spettacolo per l’intrattenimento musicale delle masse giovanili, cioè proprio di quei soggetti più colpiti dalla disoccupazione e su cui incombe l’incertezza del futuro.

 La fine dell’etica del lavoro

E’ scomparsa nella società contemporanea l’etica del lavoro, intesa come valore di riconoscimento dell’individuo come parte della società in cui vive. E’ quindi venuta meno la funzione inclusiva del lavoro nella società. Il lavoro coinvolgeva tutti i cittadini nel destino della società, e quindi si configurava come un elemento unificante di partecipazione alla vita e all’avvenire di uno stato. Il lavoro era quindi il fondamento unitario su cui convergevano l’interesse del singolo con quello della società, che travalicava l’aspetto economico, ed assumeva un significato politico e sociale. Il lavoro si identificava con il bene comune, quale sintesi e ragion d’essere della società e dello stato.

 

I lavoratori esercitavano la tutela dei propri diritti e la partecipazione alle scelte economico – sociali dello stato, attraverso i sindacati e le associazioni di categoria. Gli organi sociali intermedi avevano la essenziale funzione di raccordo tra la società civile e le istituzioni politiche: l’azione dei governi era comunque condizionata dalla convergenza o meno con le istanze degli organi intermedi.

 Oggi l’intermediazione sociale è stata derubricata dalla politica e annoverata tra i relitti ideologici del novecento. I contratti collettivi di lavoro vengono progressivamente sostituiti da una nuova legislazione del lavoro basata sulla contrattazione aziendale e il ruolo dei sindacati è stato svuotato della sua funzione rappresentativa degli interessi dei lavoratori. Le relazioni industriali sono largamente sbilanciate in favore del potere economico imprenditoriale. L’impostazione neoliberista non prevede il confronto tra capitale e lavoro. Quest’ultimo, al pari della merce deve essere reso compatibile con la competitività, la produttività, l’efficienza dei marcati. E, nelle crisi aziendali come quella attuale dell’Alitalia, il rigetto dei piani di ristrutturazione aziendale da parte dei lavoratori, e la legittima difesa del posto di lavoro, cioè della propria sopravvivenza, viene qualificata come “egoismo di pancia”. Tale definizione occulta ben altro egoismo, quello di un sistema capitalista antisociale, generatore di disoccupazione, emarginazione sociale, profitti finanziari a danno degli investimenti produttivi.

 L’avvento della tecnologia globalista

Il vorticoso sviluppo del progresso tecnologico nel mondo globalizzato sta determinando l’obsolescenza di molte mansioni produttive con relativa drastica riduzione dell’occupazione nell’industria e dei servizi. La tecnologia della robotica e dell’intelligenza artificiale, potrà produrre incremento della produttività, ma non si vede nell’orizzonte di medio termine come possa creare nuove professionalità atte ad assorbire la manodopera già espulsa dalla produzione a causa dell’innovazione. Le “sfide globali” poste dal capitalismo comportano l’adattamento dei lavoratori alle nuove condizioni del mercato del lavoro, mercato sempre più ristretto ed elitario, le cui evoluzioni determinano fuoriuscite sempre più vaste di lavoratori dal sistema produttivo, mai sviluppo ed emancipazione. Si delinea una società futura dalle diseguaglianze sempre più profonde, caratterizzata da una spaccatura verticale oligarchica, in cui, ad una ristretta global class, fa riscontro una massa di individui precarizzati e privi di tutele sociali. Il capitalismo non è un sistema inclusivo dell’individuo nei confronti della società, ma semmai conduce all’isolamento e alla marginalizzazione di massa con la precarietà e la disoccupazione. La struttura oligarchica del capitalismo attuale è dimostrata dalla quasi scomparsa della mobilità sociale da decenni.

 Individualismo e mercificazione del lavoro

In una società liberale individualista tutti devono diventare imprenditori di sé stessi. Questo processo di individualizzazione della società, conduce a forme estreme di alienazione del lavoro e l’avvento del lavoro parasubordinato, a chiamata, a tempo determinato e da ultima della gig economy, comporta una frantumazione del mondo del lavoro in tanti atomi individuali, votati alla estrema sopravvivenza. L’individualizzazione di massa impedisce l’organizzazione di classe dei lavoratori, a difesa del lavoro e in contrapposizione allo strapotere del capitale.
La stessa abolizione dei vouchers è stata interpretata come una battaglia di retroguardia. Il voucher, originariamente concepito come strumento di regolarizzazione del lavoro occasionale, è poi divenuto simbolo della istituzionalizzazione del precariato e dello sfruttamento generalizzato. Insieme con il lavoro viene precarizzata la vita dei popoli: il lavoro stabile da valore fondamentale della vita dell’uomo, oggi è divenuto obsoleto, come le scorte in esubero, suscettibili di essere svendute o rottamate.

 Lavoro, populismo e “nostalgie novecentesche”

Le proteste e le istanze in difesa del lavoro vengono considerate forme di populismo novecentesco destinato all’estinzione. E’ poi sorprendente come vengano addebitate al “populismo” le forme di deriva demagogica introdotte dalla classe dominante nella govarnance della società postmoderna. Quali l’emergere di leaders mediatici carismatici e la democrazia diretta online. Vedi Grillo, la Le Pen ed altri, che diffonderebbero messaggi “di pancia” che toccano le corde dell’emozione del popolo e temi sociali legati alla nostalgia delle ideologie novecentesche.

In realtà vengono creati dalla virtualità mediatica leaders e partiti artificiali (vedi Macron e il suo partito di plastica), a sostegno di un ordine finanziario europeo fallimentare ed antisociale. Attraverso gli imput del pensiero unico e i costanti messaggi subliminali sedimentati dalle masse, hanno diffuso una cultura totalitaria di acquiescenza passiva al capitalismo, al fatalismo della globalizzazione tecnologico – finanziaria quale unico destino dell’uomo.

 Probabilmente, il vento “populista” è scaturito in contrapposizione alla classe dominante come fenomeno contrario, ma riflesso e conforme alla cultura mediatica dell’informazione del potere. E forse proprio per questa più o meno inconscia dipendenza dalla cultura mediatica dominante, l’opposizione non riesce a determinare una alternativa di rottura sistemica con il capitalismo assoluto.

 1° Maggio 2017: non più festa, ma tragedia del lavoro? Il lavoro è considerato un valore oscurato ed obsoleto. Ma può essere oscurata e resa obsoleta la dignità dell’uomo, al pari della natura umana? Ciò è impossibile, come è impossibile la fine della storia e il dominio perpetuo del capitalismo, sovvertitore e negatore della natura umana.