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Il brutto sogno della modernità: l'America di Baudrillard quarant'anni dopo

di Warwick Powell - 03/01/2026

Il brutto sogno della modernità: l'America di Baudrillard quarant'anni dopo

Fonte: Giubbe rosse

Nel 1986, quarant’anni fa, quando Jean Baudrillard pubblicò America, sembrava più una serie di impressioni scintillanti che uno studio sociologico: il viaggio di un filosofo attraverso una civiltà che aveva già trasceso il bisogno di profondità, riflessione o consapevolezza storica. Scritto con la velocità e il distacco di un viaggio in auto nel deserto del Nevada, catturava la strana purezza di una società che aveva realizzato il sogno utopico della modernità in modo così completo da non aver più bisogno di immaginare nulla al di là di sé stessa.

“L’America non è né un sogno né una realtà. È un’iperrealtà”, scrisse Baudrillard. “È un’utopia realizzata”.

Per Baudrillard, gli Stati Uniti erano la “versione originale della modernità”. Mentre l’Europa rimaneva ossessionata dai ricordi e dalle contraddizioni, l’America si era liberata trasformandosi in pura superficie, un regno di immagini, autostrade e circolazione. Il deserto, per lui, non simboleggiava il vuoto, ma l’essenza stessa: un paesaggio spogliato della storia e della profondità, radioso nella sua indifferenza. Nella sua vastità, velocità e superficialità, Baudrillard vedeva il culmine del progetto moderno: il mondo trasformato in immagine, l’idea di utopia diventata geografia.

Quarant’anni dopo, questa visione appare al tempo stesso profetica e incompleta. L’America che Baudrillard osservava negli anni ’80 viveva già in una simulazione di sé stessa, ma lui sottovalutò quanto quella simulazione potesse metastatizzarsi una volta che il dominio unipolare americano le avesse permesso di rifare il mondo a sua immagine iperreale. L’apoteosi della modernità, a quanto pare, portava in sé i semi della propria fine.

Il momento profetico: l’iperrealtà come impero

L’intuizione di Baudrillard fu quella di riconoscere che il potere dell’America non risiedeva solo nella sua influenza militare o economica, ma nella sua egemonia semiotica, ovvero nella sua capacità di produrre e diffondere i segni attraverso i quali la realtà stessa veniva percepita. Oggi questo fenomeno viene chiamato “narrazione” o “soft power”. A volte, lo stesso Baudrillard sembrava essere vittima di questo potere semiotico.

Nel bagliore al neon di Las Vegas, nella mobilità incessante delle autostrade e dei motel, egli individuò una cultura che aveva dissolto il confine tra reale e immaginario. Disneyland, sosteneva, non era un mondo falso che nascondeva quello reale, ma il modello stesso della realtà, un paradigma di come l’America organizzasse l’esperienza, come spettacolo, simulazione e autoreferenzialità. Questa intuizione ha anticipato l’avvento dell’era delle piattaforme. La logica che Baudrillard trovò nei cartelloni pubblicitari e in TV si è concretizzata in modo esponenziale nei social media, nella pubblicità digitale e nei feed algoritmici. Nell’economia globale dell’attenzione, la rappresentazione precede l’esistenza: bisogna prima apparire, postare e recitare, solo allora si è. “Pubblico, quindi sono”, così sembra. L'”estasi della comunicazione” da lui descritta è diventata la condizione predefinita della vita sociale. L’impero semiotico americano è ora operativo su scala planetaria.

Unipolarità e ciclo di retroazione della simulazione

Tuttavia, quella che Baudrillard celebrava come la “purezza” dell’immaginario americano è diventata, in condizioni di unipolarità, un ciclo di retroazione chiuso. Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato gli Stati Uniti non solo come superpotenza globale, ma anche come unico produttore delle immagini, delle narrazioni e dei codici morali dominanti nel mondo. Almeno per un certo periodo.

Senza un contrasto esterno, il simulacro americano si è rivolto verso l’interno. Lo spettacolo, un tempo espansivo, è diventato ricorsivo, un sistema di specchi che si autoalimenta. Il trionfo del segno, non più stabilizzato da visioni del mondo rivali o contrappesi materiali, ha iniziato a sgretolarsi dall’interno.

Baudrillard vedeva l’America come “priva di ideologia”, pura funzione e superficie. Ma non è vissuto abbastanza a lungo per vedere come quella stessa superficie, distaccata da ogni riferimento, avrebbe eroso la coerenza simbolica della cultura stessa. Quando tutto diventa rappresentazione, la fede si frammenta. La proliferazione dei segni non produce unità, ma rumore: la condizione di una civiltà che annega nei propri riflessi.

Il vuoto della realtà

Nel frattempo, la base materiale del sogno americano si stava silenziosamente dissolvendo. A partire dagli anni ’80, forse anche prima, sebbene in modo impercettibile, il capitale industriale americano ha esternalizzato la produzione, preservando al contempo la circolazione del capitale fittizio e dei segni all’interno degli Stati Uniti. Le fabbriche hanno chiuso, le catene di approvvigionamento si sono allungate, intere regioni sono state svuotate della loro vita produttiva.

Il deserto metaforico di Baudrillard è diventato letterale. Le città svuotate della Rust Belt, l’epidemia di oppioidi e i paesaggi di degrado infrastrutturale segnano l’entropia materiale di una civiltà la cui vitalità è stata dirottata verso l’astrazione finanziaria e la performance culturale. Il capitale fittizio ha assunto un carattere tutto suo, accelerando e proliferando, consumando tutto ciò che incontrava sul suo cammino.

I segni della prosperità – i centri commerciali scintillanti, le case suburbane finanziate dal credito e l’immagine cinematografica del successo – sono rimasti a lungo dopo che la realtà sottostante era ormai decaduta. L’economia è diventata speculativa, la politica è diventata spettacolo e la cittadinanza è diventata consumo. Quella che una volta era stata un’utopia si rivelò essere l’esaurimento del significato: un “brutto sogno” dal quale il sognatore non può svegliarsi. Quando gli americani si esaurirono, il mondo del capitale fittizio tese la mano del credito personale, con la promessa – anch’essa vuota, come la realtà avrebbe rivelato col tempo – di liberare l’americano medio dalla tirannia del reddito da lavoro.

Il ritorno del passato come simulacro

Baudrillard riteneva che il genio dell’America risiedesse nella sua libertà dal peso della storia. Tuttavia, con il dissolversi delle fondamenta materiali del sogno americano, quella libertà si trasformò in nostalgia. La società che un tempo avanzava senza riflettere ora guardava indietro senza memoria. Il risultato non fu il ritorno della storia, ma la sua simulazione.

Lo slogan “Make America Great Again” riassume questo capovolgimento. Il passato che evoca è esso stesso un costrutto mediatico, un montaggio di prosperità, ordine e innocenza che non è mai esistito se non nell’immaginario culturale.

Il potere emotivo di MAGA non deriva dal recupero del reale, ma dal ridare energia al simulacro: trasformare la nostalgia in uno spettacolo di appartenenza.

Pertanto, anche la reazione contro l’iperrealtà assume una forma iperreale. Il sogno di restaurazione viene messo in scena all’interno della stessa economia simbolica che ha prodotto il vuoto. Il tentativo di sfuggire alla simulazione non fa che approfondirla. L’America, avendo esaurito il futuro, ora consuma il proprio passato come contenuto.

Questa svolta nostalgica non è un risveglio della memoria collettiva, ma un sintomo di esaurimento simbolico. Il “di nuovo” dello slogan non è una rivendicazione storica, ma un gesto affettivo, un tentativo di riattribuire significato alle forme vuote di nazionalità e identità. Il passato diventa una fonte di energia per la disperazione del presente; è un ciclo virale di affetti senza referente.

Baudrillard una volta lodò l’America per non soffermarsi sul proprio passato; ma nel ventunesimo secolo, essa si sofferma ossessivamente su un passato immaginario. La nostalgia è diventata la nuova frontiera; è una frontiera senza spazio, dove la vitalità perduta della produzione e della scoperta è sostituita dalla circolazione infinita di immagini sentimentali. Il Paese che un tempo guardava solo avanti ora guarda solo dentro di sé, scorrendo la propria mitica linea temporale.

Da sogno a incubo: la fine dell’innocenza dell’iperreale

In America, il tono di Baudrillard era stranamente affettuoso. Ammirava l’innocenza del Paese, il suo rifiuto di guardare oltre la superficie. Quell’innocenza, tuttavia, è scomparsa da tempo. L’iperreale americano è diventato autocosciente. Ora sa di essere una performance e lotta disperatamente per mantenere la credibilità attraverso spettacoli, scandali ed emozioni sempre più grandi.

L’arena politica è diventata un’estensione dell’industria dell’intrattenimento; il ciclo delle notizie, un genere di fiction a puntate. La società che un tempo viveva nell’esuberanza della simulazione ora vive nella paranoia delle simulazioni concorrenti.

Quello che un tempo era un sogno collettivo di libertà e abbondanza si è frammentato in narrazioni polarizzate, ciascuna delle quali sostiene di rappresentare “la realtà”. In questo senso, l’iperreale è diventato cannibalistico. Non genera più significato, ma lo consuma. L’utopia realizzata è diventata una landa desolata dal punto di vista semiotico. È crollata in un impero di segni che divora la propria legittimità. La tragedia – o forse l’ironia – è che il crollo dell’America in un decadimento simulacrale è stato globalizzato. Attraverso la tecnologia, i media e la finanza, la sua logica semiotica ha colonizzato il pianeta. Ogni società ora naviga nelle stesse contraddizioni: la disgiunzione tra apparenza digitale e vita materiale, tra connettività e alienazione, tra abbondanza di dati e scarsità di significato.

In questo senso, l’America non riguardava solo gli Stati Uniti, ma il futuro dell’Occidente e, per estensione, il futuro stesso della modernità occidentale. Il mondo che l’America ha costruito a sua immagine – istantaneo, mediato e autoreferenziale – sta ora scoprendo ciò che Baudrillard aveva intuito ma non ha potuto vedere: che l’iperreale, se lasciato senza controllo, non porta alla trascendenza ma all’implosione.

La fine del sogno

A quarant’anni dal viaggio di Baudrillard attraverso il deserto americano, il paesaggio è rimasto immutato, ma il suo miraggio si è affievolito. Quello che egli vedeva come il trionfo della superficie si rivela ora come l’esaurimento della sostanza. Il dominio globale dell’America nella cultura, nella finanza e nei media ha messo a nudo la fragilità intrinseca della civiltà che lo ha prodotto.

L’utopia realizzata non è stata la fine della storia, ma l’inizio dell’entropia. Il sogno della simulazione totale – un  un mondo in cui tutto è immagine, flusso e performance – è diventato l’incubo del caos informativo, della disintegrazione politica e della disperazione sociale.

L’America di Baudrillard rimane profetica proprio perché ha scambiato il luccichio del trionfo per il suo bagliore terminale. Il brutto sogno della modernità non era che l’America non fosse riuscita a essere all’altezza dei suoi ideali, ma che ci fosse riuscita; e così facendo, ha rivelato che la piena realizzazione del progetto moderno è indistinguibile dal suo collasso.

warwickpowell.substack.com  —  Traduzione a cura di Old Hunter