Israele e l’implosione da guerra permanente
di Lucio Caracciolo - 19/04/2026

Fonte: La Repubblica
Israele ha intrapreso un percorso di autodistruzione. A muoverlo è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio. Imperativo esaltato dagli estremisti religiosi quale adempimento del mandato divino, che vorrebbe il popolo eletto titolare dello spazio tra Nilo ed Eufrate (Genesi, 15; 18-21).
Dio non essendo cartografo lascia agli ultrasionisti religiosi qualche libertà di interpretazione circa la forma della Terra di Israele. Certo non un sogno da realizzare nel tempo visibile, almeno per i sionisti che curano il senso del limite. Diversi però, non solo ebrei — per esempio l’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee — ne fanno l’ideale di riferimento.
Non entriamo nella disputa georeligiosa. Restiamo all’equazione spazio=sicurezza. Dalla quale discende spazio=identità. Qui sicurezza e identità sono due facce della stessa medaglia. Ovvero del controllo sui territori strappati agli arabi palestinesi dalla guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) a oggi. Spazi da estendere a tempo indeterminato, con traiettorie variabili. Nel menù odierno figurano mezza Gaza — in attesa di riprendere l’altra metà, sotto Hamas — tutta la Cisgiordania (Giudea e Samaria), il Libano meridionale sino al fiume Litani, il Golan con il Monte Hebron e altri territori siriani.
La differenza qualitativa tra le conquiste precedenti e quelle in corso dopo il trauma del 7 ottobre sta nell’enfasi sull’identità più che sulla sicurezza. Il Grande Israele è anzitutto dovere verso se stessi. Autoidentificazione di un popolo eletto.
Di qui il rifiuto del governo Netanyahu di considerare umani coloro che resistono a tanto disegno, come i gazawi e i palestinesi di Cisgiordania. Privi di diritti in quanto non umani. La riduzione del nemico a bestia — ricambiata nella propaganda di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi — legittima ogni violenza.
Nella dottrina militare di Gerusalemme l’espansione del territorio serve alla sicurezza “assoluta”. Le Forze di autodifesa di Israele sono impegnate in un’offensiva totale, permanente, destinata a estirpare la minaccia dei “terroristi” (sinonimo di tutti i nemici) una volta per tutte. Basta “tagliare l’erba”, rappresaglie periodiche con cui lo Stato ebraico domava le rivolte palestinesi, tra una tregua e l’altra.
Questo assolutismo minaccia di suicidare Israele. Trascura il vincolo demografico: sette milioni di ebrei, tra cui ancora molti laici e una crescente minoranza ultraortodossa che non si riconosce nello Stato, non possono reggere in eterno fucile al piede spazi sempre più estesi, estendibili per volontà divina, abitati da arabi in gran parte musulmani. A meno di non sterminare gli autoctoni o vessarli per spingerli non si sa dove. Moshe Dayan, eroe dei Sei Giorni, da Gerusalemme liberata/occupata commentava: «Se dovessi scegliere di essere occupato da una nazione, non sceglierei Israele».
I pogrom scatenati dai coloni in Cisgiordania hanno raggiunto intensità tale da spingere il loro massimo protettore nel governo, Bezalel Smotrich, a deplorare «marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti». Definizione che include uccisioni a freddo, stupri e atti di mero sadismo.
Come meravigliarsi se la reputazione di Israele nel mondo, persino nell’America garante della sua sicurezza, sia crollata? Mentre dal 7 ottobre ogni anno decine di migliaia di israeliani lasciano la patria per ritrovarsi in una diaspora insicura e divisa, esposta all’odio di chi l’identifica con Netanyahu. Lo Stato ebraico è ormai ostaggio dei coloni, sicuri dell’impunità perché reprimerli scatenerebbe la guerra civile. Proprio per questo possibile.
Completiamo il nesso spazio=sicurezza=identità con la conseguenza diretta: guerra permanente. Ergo, vittoria impossibile. Massacro che rischia di produrre l’esatto opposto di quanto teorizzato dai bellicisti asserragliati nel governo attuale: la sconfitta di Israele, se non la sua fine. Tragico caso di guerra per la guerra, cifra dell’Occidente in decomposizione.
Nel suo studio sopra la «vittoria maledetta» dei Sei Giorni, Ahron Bregman ricorda la saggezza dell’allora premier Levi Eshkol, laburista di origine ucraina, che festeggiava con indice e medio uniti nella churchilliana “V”, segno di Vittoria. Alla moglie Miriam che gli chiedeva se fosse impazzito, rispose: «Questa è una V in yiddish! Significa Vi Krishen arois? Come ne usciamo?».
