L’altra faccia della luna
di Marcello Veneziani - 19/04/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Ora che abbiamo scoperto per la prima volta nella storia dell’umanità l’altra faccia della luna, siamo contenti, abbiamo accresciuto le nostre conoscenze o addirittura scoperto la verità nascosta delle cose? L’impresa spaziale Artemis II è stata una boccata d’ossigeno nei giorni dell’odio, della guerra e di folli annunci di annientare civiltà millenarie come quella persiana. Guardare altrove, vedere altri mondi e altri modi di conquistare e riprendere un discorso interrotto più di mezzo secolo fa, quando eravamo convinti che a fine millennio o nei nostri giorni avremmo abitato la Luna e Marte e trasferito colonie di terrestri nello spazio. Il futuro invece restò solo un desiderio del passato, tornammo coi piedi per terra. La tecnologia fece passi da gigante ma nel piccolo: non conquistammo luoghi remoti dalla terra ma scoprimmo i prodigi del Pc e degli smartphone, e i prodigi inquietanti dell’Intelligenza Artificiale. Non conquistammo il lontano ma rivoluzionammo il vicino.
Perciò ci ha colpito questa ripresa delle avventure nello spazio, proprio laddove fu interrotta, tanti anni fa: dalla luna, la più vicina meta per le nostre gite nello spazio. Che si dice sia nata in un parto cosmico gemellare con la Terra, in seguito a un trauma prodotto dall’urto con un misterioso corpo celeste, Theia. Ma la madre morì nel parto e restarono come orfani sperduti nello spazio un pianeta che poi ebbe vita e un più piccolo astro grigio ma lucente per via del sole, il padre che da lontano lo illumina.
L’impressione che oggi ci coglie è inversa rispetto a quella della fine degli anni sessanta: allora vedendo i primi cosmonauti sulla luna pensavamo di popolare l’astro argenteo e renderlo quasi simile alla terra. Oggi il primo pensiero che ci sovviene vedendo la Luna nel suo lato oscuro, è che la Terra rischia di tornare spettrale e disabitata di vita come lei. Difatti, sono circolate in tutto il mondo le immagini della Terra vista dalle spalle dell’astro, che tramonta come una luna, piccola e nuda, svestita di ogni traccia di civiltà e di vita. Quasi un presagio.
La luna, dicono i precisini, si allontana di quasi 4 centimetri l’anno, ci vogliono miliardi d’anni per parlare di abbandono. I quattro esploratori sulla navicella Orion hanno solo ripreso confidenza con lo spazio e con la prima significativa oasi, senza toccare il suolo lunare. Non c’è paragone tra le speranze e i sogni che accesero i mitici precursori discesi sulla luna che passeggiarono, piantarono bandierine, in un clima sospeso tra realtà e fantasia, tra mito, magia e scienza, mistero e rivelazione. Fu un momento di fiducia dell’umanità in sé stessa e nel futuro; anzi, fu l’ultimo momento di fiducia alimentato dalla scienza che accomunò le genti, soprattutto in Occidente. Poi cominciò la discesa, il disincanto, la crisi energetica e di tutto il resto, gli stop alle imprese spaziali, la denatalità e ancora guerre e poi guerre.
Ma resta della loro impresa un flebile risveglio di tutti i pensieri sulla luna che abbiamo accumulato nella poesia, nella letteratura e nella filosofia. Scorrono come in un rapido trailer del cammino umano, le primitive invocazioni alla luna, i primi accenni lunari nei miti, nelle religioni e nelle tradizioni; le civiltà che la raccontarono come una figura materna accanto al Padre Sole; poi la madre si scoprì figlia, ancella, o più modestamente riflesso del sole. Poi venne la luna dei romantici, di Leopardi e di Beethoven, la luna delle canzoni languide o l’astro oltraggiato da Marinetti. Vennero persino i negazionisti della luna, Ennio Flaiano, Antonio Delfini e Gaio Fratini per i quali la luna non esiste, è solo un fuoco fatuo, un gioco di riflessi, un abbaglio, uno specchio per le allodole… E vennero gli apocalittici che tentarono l’estrema difesa della luna, come Guido Ceronetti, rispetto alla profanazione degli astronauti. O le preoccupate considerazioni dei filosofi Martin Heidegger e Gunther Anders, a proposito di quel dominio della tecnica che stava esautorando l’uomo e il suo pensiero proprio mentre dava l’impressione di potenziarlo e di dotarlo di più formidabili mezzi. Heidegger seguì terrorizzato lo sbarco sulla luna, Anders notò che con la conquista della luna la terra diventò piccola, provinciale, relativa. I più languidi si dissociarono dal trionfalismo che accompagnò la discesa sulla luna di Armstrong e di Aldrin, e preferirono l’incanto poetico del terzo astronauta, Collins, che mentre i suoi colleghi passeggiavano sulla luna, restò a bordo a tenere il filo con la terra e la navicella. Amarono in lui, come Gozzano, la luna che non colse, pur essendo lì, a due passi.
Di recente sono emersi dall’epoca delle imprese lunari alcuni appunti di un pensatore lunatico in disparte, Andrea Emo, raccolti da Massimo Donà a Raffaella Toffolo col titolo Paesaggi dell’anima (ed. Scibboleth). Emo definisce la luna astro defunto, presenza spettrale che emana la luce della morte, memoria inargentata del sole. La luna per lui è una purissima morte nei cieli. In realtà ognuno proietta nella luna quel che è nella sua mente. Come nell’Orlando furioso il senno dell’uomo è finito sulla luna. Riusciranno gli astronauti futuri nell’impresa del paladino Astolfo e di San Giovanni Evangelista, di recuperare il senno umano perduto sulla luna? Almeno il senno di Trump…
