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L’allineamento

di Sergio Caruso - 04/01/2026

L’allineamento

Fonte: Sergio Caruso

Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che giustificano l’attacco statunitense contro il Venezuela segnano un punto di frattura profondo, e difficilmente occultabile, nella politica estera italiana. Definire “legittimo difensivo” un intervento militare unilaterale che ha colpito un Paese sovrano, provocato decine di vittime e portato al sequestro di un capo di Stato in carica, significa infatti spingersi ben oltre la tradizionale prudenza diplomatica italiana e adottare una lettura del diritto internazionale fortemente selettiva e di parte. Il nodo centrale non è politico ma giuridico: la Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato salvo due sole eccezioni, l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o la legittima difesa in risposta a un attacco armato. Nel caso venezuelano non risulta né un mandato ONU né un attacco armato attribuibile a Caracas contro gli Stati Uniti, eppure la premier italiana ha avallato la narrativa americana della difesa preventiva contro “minacce ibride”, narcotraffico e destabilizzazione regionale, categorie che il diritto internazionale non riconosce come base autonoma per l’uso della forza. È qui che emergono le contraddizioni più evidenti: le stesse istituzioni italiane che, nel caso ucraino, hanno difeso e continuano ancora oggi a difendere con fermezza il principio dell’inviolabilità dei confini, della sovranità statale e del divieto assoluto di aggressione, accettano ora che quegli stessi principi vengano piegati quando l’azione militare è condotta da un alleato strategico. Meloni ha più volte sostenuto che in Ucraina la distinzione tra aggressore e aggredito è “giuridica prima che politica”; nel caso venezuelano quella distinzione svanisce, sostituita da una valutazione di opportunità geopolitica che finisce per svuotare di contenuto le regole che la Meloni, a chiacchiere,  dice di voler difendere. Ancora più problematica è la questione dell’immunità del capo di Stato: la cattura di un presidente in carica da parte di una potenza straniera viola un principio cardine del diritto internazionale consuetudinario, lo stesso principio che l’Italia ha storicamente invocato per garantire stabilità nei rapporti tra Stati, anche nei confronti di governi autoritari o ostili. Accettare oggi quella violazione significa legittimare un precedente che domani potrebbe ritorcersi contro qualsiasi Paese, alleato o meno. La linea della premier è dunque non solo incoerente, ma rivela anche che per la   Premier italiana il principio della sovranità vale solo per gli Stati “amici” e la legalità internazionale diventa flessibile a seconda di chi preme il grilletto. Se sono gli USA o Israele a premere il grilletto allora si tratta di difendere i confini dal terrorismo di Maduro o da quello palestinese, se è la Russia a voler difendere i suoi confini dall'espansionismo della NATO e dal nazifascismo ucraino, allora la Russia va sanzionata e l'Ucraina finanziata, costi quel che costi.  Le critiche rivolte a Meloni non riguardano soltanto una singola dichiarazione, ma un’impostazione più ampia che sostituisce il diritto con l’allineamento e trasforma la Carta ONU in uno strumento retorico da invocare contro gli avversari e accantonare quando intralcia gli alleati. Per quanto si possa criticarla, purtroppo è una scelta politica, forse anche legittima, ma chiamarla “difesa del diritto internazionale” significa forzare la realtà dei fatti e alimentare quel doppio standard che da anni mina l’autorità morale dell’Europa e dell’Italia sulla scena globale.
Per non parlare poi del silenzio assordante del Presidente Mattarella sull'attacco USA al Venezuela e sul sequestro di Maduro: ma all'incoerenza di Mattarella eravamo già abituati.