Giù all’inferno, il povero Joseph Goebbels si starà mettendo le mani nei capelli. Gli attuali epigoni devono aver preso un po’ troppo alla lettera la famosa sua prima lezione del buon propagandista: ripetere la menzogna all’infinito finché non sia creduta vera. A scorrere le testate del giornale unico atlantista, sembra infatti che il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina corrisponda alla celebrazione dell’invincibile potenza dell’Europa e del suo beniamino Zelensky. Va’ a spiegare, alle testate subatomiche, che il gerarca nazista aveva però l’intelligenza di capire che le balle trovano prima o poi un limite nella verità fattuale (tanto che, ricordiamolo per inciso, dopo la sconfitta di Stalingrado all’inizio del 1943, corse a ideare una nuova parola d’ordine, la “guerra totale”, proprio perché non poteva negare l’evidenza). I mini-Goebbels da imitazione continuano invece imperterriti, nell’officiare la loro mansione di ribaltare la realtà come niente fosse. Se il maestro era un personaggio tragico, i maestrini di oggi sono solo comici.
Tre esempi basteranno. Corriere della Sera, intervista a tutta pagina ad Anne Applebaum, prezzemolina dell’immarcescibile pensiero neocon americano e, incidentalmente, moglie di Radosław Sikorski, ministro degli esteri polacco. Proclama la premio Pulitzer (sui premi intrisi di lobbismo e ideologia, vedi il Nobel alla Machado, bisognerebbe aprire un discorso a parte): «L’Ucraina è un Paese che non sono riusciti a sconfiggere dopo 4 anni. E questa è una lezione per chiunque creda che un Paese più grande vinca automaticamente». Certamente, mrs Applebaum: prego chiedere lumi agli afghani, che sono riusciti a umiliare la più potente coalizione militare del mondo senza poter contare, diversamente dal governo di Kiev, su santi in paradiso pronti a sborsare miliardi in aiuti economici e militari (194 per essere esatti, quelli erogati finora dall’Ue).
Il Foglio, avamposto del bellicismo con l’elmetto di latta. Nell’edizione del Quadriennale della Resistenza Occidentalista, tre pezzi che crepitano come mortai. Editoriale del direttore, Claudio Cerasa: «L’Ucraina, da quattro anni, è lì che difende i confini non solo di uno Stato sovrano ma delle nostre società, della nostra Europa, della nostra idea di Occidente». L’idea in questione, che essendo liberale e democratica dovrebbe fare della tolleranza per le opinioni altrui il proprio solido fondamento, è la stessa in base alla quale, non più tardi di qualche mese fa, la nostrissima Europa, intesa come Unione, ha fatto partire una raffica di sanzioni finanziarie ad personam contro analisti, giornalisti e accademici rei del crimine, testé inventato, di «propaganda putiniana». Cittadini di Stati europei trattati come quinte colonne nemiche di una guerra peraltro mai dichiarata, e privati della facoltà, essenziale alla sopravvivenza, di usare i propri soldi in banca. Democraticissimo modo per reprimere le voci non allineate non avendo nemmeno la decenza di chiamarla censura.
Dalla Yugoslavia all’allargamento della Nato
Poi, due frizzanti interviste. Parla Pina Picierno, piddina vicepresidente dell’Europarlamento, già tre volte in visita in Ucraina (immaginiamo ogni volta gli scongiuri da parte della popolazione locale, alla vista dell’amazzone guerriera): «L’alternativa alla destra è il contrasto all’ideologia delle potenze fondate sull’aggressione militare». Una a caso potrebbero essere gli Stati Uniti, che non hanno mai smesso di aggredire nazioni straniere da fine Ottocento in avanti. Ma sempre, va da sé, per il loro bene. Il bene degli aggrediti, si capisce.
O potremmo aggiungere anche la stessa formidabile e gioiosa macchina da guerra di Bruxelles. Così formidabile e gioiosa che quando la guerra insanguinò il continente, nell’ex Yugoslavia degli anni Novanta, fu così incisiva che la Nato bombardò Belgrado e lasciò premeditatamente il Kosovo come una bomba etnica a orologeria bypassando bellamente quel nano politico che era ed è l’Unione Europea. Intervista ad Arianna Meloni, sorella di Giorgia: «Se l’obiettivo di Mosca era dividere il continente europeo, oggi abbiamo invece un continente più coeso e determinato nel difendere il popolo ucraino per una pace giusta e con le adeguate garanzie di sicurezza per Kyiv». Determinato, senza dubbio. Coeso non tanto, dal momento che, in assenza di un esercito unico che non si farà mai, Francia e Germania hanno voluto affiancargli, ripescando la Gran Bretagna extra-Ue, l’alleanza dei cosiddetti “volenterosi”. Il trionfo della volontà, avrebbe detto Leni Riefenstahl, sempre per stare a Terzo Reich e dintorni.
Come terzo e ultimo scampolo, non possiamo far mancare al lettore la citazione della rivista che tutte le sinistre del globo ci invidiano: Micromega. Abstract-strillone sui social, articolo di Andriy Movchan: «L’invasione dell’Ucraina non ha nulla a che vedere con l’allargamento della Nato. Come spiega Putin stesso, la guerra è motivata da un’ideologia “primordialista” di ricongiungimento». Movchan, autodefinito blogger e giornalista ucraino a Barcellona, ragiona compitamente sul fatto che, in seguito all’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia, Putin avrebbe dovuto irrompere con le sue truppe anche lì. Mettiamoci d’accordo, caro Movchan: questo Putin va esecrato quando invade, ma è esecrabile anche quando non invade? Non sfiora la testolina dei micromeghisti che l’ampliamento della Nato costituiva una minaccia particolare riguardo l’Ucraina, data la sua importanza, non solo storico-culturale ma anche energetica e mineraria, di valore strategico per i russi? Perché allora, già che ci siamo, non tirare fuori anche la mancata occupazione dei Paesi Baltici? Ma sì, abbondiamo, abbondandis in abbondandum!
Consigliamo vivamente agli agitprop dell’Europa ultimo baluardo di civiltà di studiarsi meglio non tanto Herr Doktor, come il Führer chiamava il suo Propapagandaminister (denominato proprio così, sfacciatamente, con una torva onestà: Ministro della Propaganda), ma il vero teorico del ramo: un ebreo austriaco naturalizzato statunitense, Edward Bernays, nipote di Freud e artefice delle prime gloriose malefatte comunicative in nome del modello occidentale, da esportare a forza di colpi di Stato, blitz militari e, soprattutto, ben orchestrate campagne di marketing politico, incentrate su manipolazione delle notizie e dissonanza cognitiva indotta. Magari imparerebbero almeno a smerciare la loro retorica riuscendo pure a convincere qualcuno, anziché farlo per l’unico motivo per cui lo fanno: timbrare il cartellino del bravo euro-atlantista, garantendosi così la pagnotta, e alimentare la guerra interna contro chi dissente. E da TeleKiev, per oggi è tutto.


