Aprite le porte all’arte e al pensiero. La barbarie del nostro tempo è l’avvento del nemico assoluto
di Marcello Veneziani - 08/03/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Tra le follie delle guerre esplose in questi ultimi anni ce n’è una che mi pare la più idiota e insensata: la ritorsione contro stati e paesi considerati criminali e liberticidi applicata anche agli artisti e alle opere d’arte che provengono da quei paesi. Un rigurgito imbecille e anacronistico di nazionalismo in versione fanatica se non addirittura razzista: l’artista russo, israeliano o iraniano a cui viene negato l’accesso a un evento di arte, di musica o d’altro perché di nazionalità russa, israeliana o iraniana. Lo abbiamo visto in molti casi, anche direttori d’orchestra, attori, cantanti, artisti, perfino capolavori letterari del passato (la suprema delle idiozie). Siamo alla cancellazione dell’arte e dell’artista proveniente da quella nazione; e naturalmente l’aggravante o la prova inconfutabile a suo carico scatta se quell’artista difende, magari per puro amor patrio, la propria nazione in guerra. La censura si accanisce in particolare quando l’ospitalità si estende al di là dell’ambito individuale, e riguarda per esempio il padiglione di una nazione in una rassegna d’arte, in una mostra, in un evento. Bene ha fatto Pietrangelo Buttafuoco, da presidente della Biennale, ad aprire le porte ad artisti russi, israeliani e iraniani contro ogni ottusa e illibertaria riduzione di un artista alla politica del suo paese e alle attuali posizioni dello stato di cui è cittadino. Un artista non può rispondere di quel che fa Putin, Netanyau, Trump o l’Ayatollah.
È veramente stupido che in un’epoca globale, gli ambiti più nobili dell’universalità vengano subordinati all’ostilità tra le nazioni, alle inimicizie pubbliche e alle colpe collettive che così ricadono sui singoli figli di una nazione. Il discorso si estende naturalmente ad altri ambiti, oltre l’arte, la musica, il cinema: come la scienza e la ricerca, il pensiero e la letteratura, lo sport e perfino la gastronomia. E il discorso non muta, a mio parere, se si passa da espressioni di tipo individuale a performance che abbiano una ricaduta “nazionale”, come il padiglione di un paese in una rassegna o le gare mondiali tra atleti e squadre che vestono i colori della propria nazione o il medagliere olimpionico diviso per nazioni. Anche la religione fa parte di quei riferimenti universali che non possono patire esclusioni benché le religioni possano diventare motivazioni o alibi alla base degli stessi conflitti.
Se crediamo, come Machiavelli, all’autonomia della politica, che è poi un principio di modernità, benché non manchino esempi nel mondo classico e precristiano, dobbiamo accettarla anche in senso inverso: non solo autonomia della politica, degli stati e delle appartenenze civiche e nazionali dalla religione e dalla morale, ma anche autonomia dell’arte, del pensiero, della scienza, della morale e della religione dalla politica, dagli stati e dalle nazioni. Principio giusto in linea di principio ma anche in via di fatto, perché tutela non solo la dignità e la libertà di quegli ambiti, ma consente anche in mezzo ai conflitti di avere luoghi neutrali in cui siano possibili relazioni, scambi, tregue, esattamente come i canali diplomatici. Ambasciator non porta pena, si dice, ma anche l’arte e le sue sorelle restano territori franchi, in cui il conflitto si sublima in simbolo, creazione o come accade nello sport in gara, in competizione appassionata ma incruenta.
La barbarie del nostro tempo è l’avvento del nemico assoluto, da demonizzare. Il nemico non va vinto e sottomesso ma va eliminato, criminalizzato e processato anche da vinto, in catene. E dannato anche da morto, in saecula saeculorum. Il nemico assoluto coincide con la guerra totale, che si estende anche in territori un tempo esenti, e coinvolge anche le popolazioni civili, non solo attraverso la coscrizione obbligatoria universale ma peggio, attraverso i bombardamenti a tappeto sulle città e sui luoghi vitali di un paese, inclusi scuole, ospedali e luoghi di culto; oltre la persecuzione, la deportazione, lo sterminio di inermi cittadini, donne, vecchi e bambini, operatori di pace e di soccorso.
Si tratta di circoscrivere il conflitto, non di allargarlo; e di restituire alla guerra la logica pur aspra dei vincitori e dei vinti, non dei giustizieri e giudici e dei criminali da sterminare per sradicare il male, o meglio quel che agli occhi del vincitore è ritenuto tale, dalla faccia della terra.
L’arte può raccontare la guerra, e perfino le passioni di guerra, come la letteratura e può anche parteggiare; lo sport può perfino simulare la guerra, cioè farla entrare nella dimensione del gioco e dell’allegoria; il pensiero può radicarsi in una cultura nazionale, in una tradizione civile, in una religione, ma restano comunque forme di espressione, messaggi, figurazioni e rappresentazioni, non armi o bombe sganciate sul nemico. È giusto che conservino la loro estraneità, la loro neutralità, la loro superiorità rispetto agli eventi conflittuali. Anche perché dopo la guerra verrà inevitabilmente la tregua e poi la pace, e la convivenza tra i popoli fino a ieri in lotta. E sarà da quelle basi rimaste incontaminate dagli odii e dagli scontri che si dovrà poi ripartire, come primi segni di un linguaggio comune, pur nella differenza delle lingue, dei costumi, degli orientamenti e delle preferenze.
A ben vedere l’intolleranza e l’odio verso l’arte altrui è perfettamente coerente con il manicheismo ideologico e intellettuale che prevale nel nostro tempo: un artista o un pensatore, benché grandi, vanno cancellati o maledetti se non sono dalla “nostra” parte. Le barriere ideologiche sono la continuazione coerente delle barriere nazionali.
È legittimo l’orgoglio di un paese verso i propri grandi artisti, pensatori, letterati; ma quell’orgoglio non segna una limitazione, un’esclusione o un accesso riservato solo ai connazionali. Siamo orgogliosi di Dante e di Leonardo, ma non per questo disprezziamo Shakespeare e Goethe; né vogliamo tenerci solo per noi quei grandi, anzi siamo ancor più orgogliosi di Dante di Leonardo perché sappiamo che la loro opera e il loro genio sono universali, riconosciuti da tutti, grandeggiano oltre i confini e i popoli. Questo si chiamava un tempo umanesimo; la perdita dell’umanesimo mi sembra un ulteriore segno della perdita di umanità con un accanimento, un furore, che non appartiene neanche alle bestie.
Aprite le porte all’arte, alla scienza e al pensiero, non chiudetele in recinti e steccati di alcun tipo. Contrariamente allo spirito dominante della nostra epoca, almeno in occidente, noi non pensiamo che la società debba abbattere tutti i muri e superare ogni confine; riteniamo invece benefico il senso del limite e il rispetto dei confini, perché garantiscono identità e sicurezza, comunità e spazi vitali, diritti e doveri. Ma ci sono ambiti che esulano dalle frontiere: come l’acqua che al più può essere incanalata, e come l’aria che può essere al più movimentata, ma il mare e il
cielo non possono essere delimitati come la terra e le piante. Così è l’arte, e così è il pensiero in ogni sua forma, anche scientifica o religiosa. Non può uno scoglio arginare il mare…

