Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Patrimoniale? Una imposta estrattiva del sistema finanziario

Patrimoniale? Una imposta estrattiva del sistema finanziario

di Luigi Tedeschi - 14/06/2026

Patrimoniale? Una imposta estrattiva del sistema finanziario

Fonte: Italicum

Patrimoniale si o patrimoniale no? Questo è il problema. A poco più di un anno dalle elezioni politiche, destra e sinistra già si mobilitano per l’accaparramento dei consensi delle plebi. Quella delle tasse è sempre stata un’ottima tematica della propaganda politica per suscitare l’emotività della massa degli elettori, in quanto incide sulle loro tasche e sulle loro pance. La destra paventa lo spettro della patrimoniale, onde provocare reazioni di protesta contro i disegni delle sinistre, facendo leva sugli istinti egoistici di un popolo che concepisce il prelievo fiscale come un furto perpetrato dallo “stato ladro” (il mantra ultraliberista di Oscar Giannino), nei loro confronti, salvo poi lamentare l’inefficienza dei servizi pubblici di uno stato privo di adeguate risorse. La sinistra invece prospetta il varo di una imposta patrimoniale come un provvedimento di giustizia fiscale. In realtà la sinistra, nel sostenere l’imposta patrimoniale, vuole istigare le masse alla invidia sociale (riassunta nello slogan rifondaiolo “anche i ricchi piangano”), per occultare il tradimento da essa perpetrato nei confronti dei lavoratori, col rinnegare la lotta di classe ed esorcizzare mediaticamente  le proprie complicità col grande capitale. Destra vs sinistra: egoismo individuale vs invidia sociale. Una democrazia degenerata in demagogia, per un popolo ridotto ad una plebaglia animata da avidità, egoismo e invidia sociale.

La riforma fiscale programmata da Meloni, è svanita con il fumo di tutte le promesse elettorali da sempre non adempiute. La stessa costituzione, che prevede una legislazione fiscale improntata alla progressività è ormai da decenni quasi del tutto disattesa. L’articolo 53 della costituzione così recita: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. E’ una norma intesa a promuovere la giustizia sociale con il principio della capacità contributiva e la redistribuzione del reddito, prevedendo il criterio della progressività.

Nella legislazione attualmente vigente tuttavia, i soli redditi di lavoro dipendente ed una parte minore del lavoro autonomo sono soggetti alla progressività  e pertanto, il prelievo Irpef, pari a 227 miliardi nel 2025, è costituito quasi del tutto dal lavoro subordinato, cioè dai redditi delle classi meno abbienti della popolazione. I redditi di capitale, i redditi delle locazioni immobiliari, quelli dei lavoratori autonomi forfettari, sono soggetti a regimi opzionali, con imposta sostitutiva. Per non parlare poi del regime fiscale dei “Paperoni”, che prevede una imposta sostitutiva fissa, elevata a 300.000 euro nel 2026, per i redditi di soggetti esteri che si trasferiscano in Italia. L’imposta sulle società di capitali (Ires), è del 24%, nel 2000 l’aliquota era del 37%. Dato il gettito assai ridotto delle imposte sostitutive e proporzionali, occorre concludere che la maggiore quota del prelievo fiscale in Italia grava sulle classi inferiori.

Elementari criteri di eguaglianza e giustizia sociale, imporrebbero al legislatore di ricondurre nel regime della progressività tutte le tipologie di reddito, con l’incremento delle aliquote sui redditi più elevati e contestuale aumento anche dell’aliquota Ires. Nel periodo 1974 – 1982, l’Irpef prevedeva aliquote tra il 10% e il 72%. Occorrerebbe inoltre ridurre l’aliquota base del 23%, la cui incidenza sui redditi più bassi è assai superiore rispetto alle imposte progressive sui redditi più alti. Nel campo delle imposte indirette sarebbe poi necessario ridurre al minimo le aliquote IVA sui beni di prima necessità, dato che l’imposta sui consumi grava in misura assai squilibrata sui ceti meno abbienti.

Un’imposta sui patrimoni miliardari, sarebbe dunque necessaria per ristabilire equilibri sociali sostenibili in una società caratterizzata da diseguaglianze sempre più accentuate tra un ceto medio proletarizzato e una ristretta elite di privilegiati. Ma introdurre l’imposta patrimoniale, così come riformare l’imposta sulle successioni e donazioni con un regime fiscale improntato alla progressività, sono misure del tutto inefficaci, se non demagogiche, qualora tali normative avessero il fine di creare nuovi equilibri sociali ispirati al principio di eguaglianza.

E’ormai tramonta da più di un secolo l’epoca della società dominata dalle classi latifondiste della rendita fondiaria e dal capitalismo industriale dei primordi, quello dei padroni del vapore. Attualmente la ricchezza è concentrata in una elite con patrimoni finanziari e/o immobiliari facenti capo a società offshore, occultati in fondi di investimento o trust patrimoniali collocati nei paradisi fiscali: patrimoni di difficile individuazione e non soggetti ad imposizione fiscale nei paesi d’origine. Pertanto il prelievo di imposte patrimoniali si rivelerebbe certamente assai scarso.

In realtà, la problematica fiscale, con le sue ricadute nella sfera sociale, deve essere inquadrata nel contesto di un sistema economico complessivo ed esaminata alla luce dei suoi fondamentali principi ideologici, onde comprenderne i reali obiettivi. Occorre quindi analizzare le politiche fiscali implementate dai governi nell’ottica delle finalità economiche perseguite dal modello neoliberista dominante nella UE.

Nel corso degli ultimi anni si sono susseguite leggi e riforme che hanno ridotto in misura rilevante l’imposizione fiscale su determinate tipologie reddituali, quali i redditi di capitale, i redditi immobiliari e i redditi di lavoro autonomo; si sono moltiplicate le imposte sostitutive e i regimi di flat tax opzionali. Vengono periodicamente emanati provvedimenti di sanatoria fiscale. Si sono depotenziate inoltre le strutture degli uffici preposte alle verifiche fiscali e alla lotta alla evasione. Con lo sviluppo tecnologico, le procedure di accertamento della congruità dei redditi dichiarati sono state informatizzate, basate quindi  sul tracciamento dei dati e la valutazione degli stessi viene effettuata mediate algoritmi: si è affermato il sistema della catastalizzazione dei redditi, che è peraltro giuridicamente controverso.

Tali indirizzi di politica fiscale hanno determinato una progressiva riduzione del prelievo tributario, con la conseguente carenza di risorse pubbliche da destinare al sostegno del welfare. Ne sono risultati penalizzati settori pubblici fondamentali, quali quelli della sanità, della previdenza, dell’istruzione, con un rilevante dirottamento dei redditi dei cittadini verso le assicurazioni private. La sanità e la previdenza privata sono settori monopolizzati dai grandi fondi di investimento USA, che mediante la privatizzazione dei servizi pubblici assistenziali e pensionistici, reperiscono risorse sempre più ingenti per alimentare i mercati finanziari. Previdenza, assistenza e istruzione privata saranno nel tempo accessibili solo a quella quota di cittadini che saranno economicamente in grado di usufruirne: i diritti fondamentali dei cittadini garantiti dalla costituzione risultano materialmente abrogati.

La politica fiscale si rivela un elemento essenziale nella strategia di destabilizzazione della istituzioni pubbliche a tutela dei cittadini. Il processo di privatizzazione e di progressivo esproprio delle fondamentali prerogative sovrane dello stato è in una fase di avanzato sviluppo, conformemente alle direttive economiche di stampo neoliberista imposte dalla UE.

Si sono implementate già da anni politiche di detassazione dei redditi più elevati, specie di quelli di natura finanziaria, ad imitazione del modello neoliberista americano. Tale strategia economica è basata su di una teoria secondo cui la riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi più elevati, favorirebbe gli investimenti. Nella realtà invece il surplus dei profitti derivanti dalla detassazione, viene costantemente investito nei mercati finanziari. La detassazione infatti disincentiva gli investimenti nella economia reale, a vantaggio del settore finanziario, che offre profitti immediati e non soggetti al rischio d’impresa.

Le politiche fiscali improntate alla tassazione patrimoniale, già parte integrante delle impostazioni ideologiche della sinistra, quali misure economiche essenziali per attuare riforme ispirate all’eguaglianza e alla giustizia sociale, sono state fatte proprie dalle elite finanziarie, ma con finalità del tutto diverse.

Secondo i progetti di riforma della UE proposti da Draghi & C., la massa dei risparmi dei cittadini europei, valutati intorno ai 30.000 miliardi, giacenti nei conti correnti, investiti in titoli di stato e negli immobili, costituirebbero, secondo la prospettiva draghiana, risorse inutilizzate che potrebbero essere smobilitate per essere investite nella creazione di un mercato finanziario unico europeo. Pertanto occorrerebbe disincentivare il risparmio popolare e distogliere i cittadini dall’investimento immobiliare. Dovrebbero quindi essere varate riforme fiscali che prevedano l’istituzione di imposte patrimoniali sugli immobili, sui depositi bancari, con rilevanti incrementi delle imposte di successione erga omnes, allo scopo di finanziarizzare il risparmio dei cittadini, a vantaggio delle Big della finanza mondiale. La patrimoniale quindi costituisce lo strumento con cui il capitalismo globalista in fase decadente, con la sua congenita rapacità finanziaria, vuole sopravvivere ai propri fallimenti, mediante la cannibalizzazione dei redditi e dei beni dei popoli.

La creazione di un mercato finanziario unico europeo si rende necessaria per assolvere al ruolo complementare dell’Europa di sostegno al dollaro e ai mercati finanziari americani, in cui risulta investita una quota pari al 70% dei risparmi europei. La UE adempie dunque, anche nelle politiche fiscali, alla funzione di governance continentale del capitalismo americano.

E’noto che la pressione fiscale in Italia, che ha raggiunto nel 2025 il 43,1%, sia eccessiva e che, dal punto di vista sociale, il prelievo sia largamente squilibrato. Tuttavia lo stato italiano risulta deprivato di rilevanti risorse economiche derivanti dai mega – redditi realizzati in Italia dalle Big tech e dai giganti dell’e-commerce, con sede in paesi a fiscalità agevolata e pertanto non soggetti ad imposizione fiscale nel nostro paese. Sui cittadini quindi gravano gli oneri fiscali che dovrebbero essere imputati alle multinazionali USA: effetti perversi di una fiscalità che nel contesto capitalista globalizzato ha generato costantemente trasferimenti di ricchezza dal basso verso l’alto. E’questa l’eredità fallimentare di una globalizzazione ormai al tramonto.

Nella attuale fase di emergenza energetica occorrerebbe fare ricorso a forme di imposizione straordinaria sugli extra profitti bancari. Sarebbero imprescindibili manovre fiscali di sostegno alle finanze pubbliche che prevedano la devoluzione ai capitoli della spesa sociale degli stanziamenti già programmati per il riarmo europeo, oltre alla cancellazione, per esigenze emergenziali interne, della erogazione dei fondi destinati al prestito già sottoscritto a favore dell’Ucraina, (che nei fatti si configura come un finanziamento a fondo perduto). Ma provvedimenti di tal genere non sono attuabili, perché a tali proposte farebbe riscontro un secco niet della Commissione europea che, in presenza di una crisi economica devastante, non consente nemmeno deroghe al Patto di Stabilità. Flessibilità peraltro concessa solo per gli investimenti relativi al riarmo europeo.

Nessuna riforma fiscale è pertanto ipotizzabile nell’ambito di un sistema neoliberista europeo ispirato all’austerità economica. Una riforma fiscale improntata alla giustizia sociale e alla redistribuzione del reddito è infatti incompatibile con la dogmatica ideologica neoliberista, che non tollera barriere di carattere statuale e quindi economico – sociale allo sviluppo del libero mercato. Sarebbe come pretendere che lo Stato Vaticano divenga laico e pluralista. Occorrerebbe quindi abrogare i principi dogmatici a fondamento dell’ideologia neoliberista tuttora dominante, quali la libera circolazione dei capitali e delle popolazioni a favore del ripristino della sovranità degli stati.

Ma tutto ciò è impossibile, finché sussisterà la UE, che ha imposto un sistema neoliberista rivelatosi oligarchico e feudale, in quanto estrattivo della ricchezza prodotta dai popoli a favore delle rendite finanziarie delle elite.

Le contrapposizioni destra / sinistra possono solo innescare nuove guerre tra poveri rivelatrici dell’assenza di prospettive politiche di riforma strutturale dello stato e del sistema economico - sociale. In cosa consiste l’alternanza tra destra e sinistra? Nella riproduzione diversificata delle politiche di austerità di cui all’agenda Draghi, rimasta nella realtà tuttora in vigore, a prescindere dal diverso colore politico dei governi in carica.

Solo mutamenti di carattere geopolitico di rilevanza mondiale, con relative crisi economiche strutturali devastanti, potrebbero comportare trasformazioni di questo sistema europeo, condannato ad una decadenza senza fine, che si perpetua a danno dei popoli.