Realtà e rappresentazione
di Pierluigi Fagan - 14/06/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
L’epoca moderna la si fa iniziare, più o meno, al passaggio tra XVII e XVIII secolo. La nuova convenzione sociale ruota intorno a lavoro-produzione-mercato. Di per sé, nulla di clamorosamente nuovo come componenti della vita umana associata. Cambia però l’intensità e il nuovo ruolo ordinativo di quella che chiamiamo economia.
Coincide con la rappresentazione concettuale di ciò che comunemente s’intende per “capitalismo”, un termine che porta subito in associazione Marx sebbene il tedesco non abbia mai usato il concetto (un paio di volte nella corrispondenza privata), apposto da un sociologo ai primi del Novecento. Attenzione però perché “capitalismo” individuerebbe una forma dell’economia mentre noi stavamo parlando del ruolo ordinativo che l’economia ha nel formare e ordinare la società, sono due cose diverse.
Questo ruolo dilata la sua potenza intrinseca a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si susseguono una serie incredibile di “rivoluzioni”, quella meccanica, quella energetica, quella elettrica, poi quella chimica, quella sanitaria. Stiamo parlando di interi nuovi settori di produzione con migliaia di aziende, prodotti e servizi, lavoratori e redditi atti ad assorbire la nuova, esuberante produzione. Subito dopo, accadono due tremendi conflitti militari intra-occidentali. Le due tragedie svolsero però anche una funzione benefica per coprire la possibile prima, vera crisi del sistema moderno occidentale poiché dettero una spinta formidabile all’industria. Nel dopoguerra, ci furono due nuove condizioni positive per il sistema, molta distruzione che chiamava a nuova creazione (ricostruzione) e riconversione dell’industria bellica in civile e di consumo. Questa ultima istanza continuò per un paio di decenni intensificando il consumo programmando la riduzione di vita dei prodotti da una parte e operando una formidabile spinta al “consumo felice” dall’altra.
Ripeto, non ci stiamo occupando dell’interno del sistema, proprietà, capitale, liberismo, keynesismo, pubblico-privato, valute, bilanci, profitti, capitale-lavoro, classi sociali e diseguaglianze etc.. Ci stiamo occupando della storia del sistema seguendo la sua finalità prima: produrre cose per la vita associata e individuale, dando lavoro, reddito e profitti, consumando materie e energie, rilasciando scarti. Ciclo che inizia sempre con una immissione di capitale. Nel ‘500, gli spagnoli, quanto a “capitale” con il saccheggio del Sud America (oro, argento, risorse), erano leader assoluti. Tuttavia, non lo usarono per innescare il ciclo descritto e quindi lo dispersero. Furono olandesi e poi inglesi a farlo.
Altresì, il ciclo che ordinò la vita occidentale (europea per molto della sua estensione temporale), necessitava ovviamente di usare molto più territorio, energia, materie e braccia di quelle indigene. Da cui l’eccezionale stagione del colonialismo prima e dell’imperialismo poi. L’egemonia americana, infine, ha assunto la leadership del sistema che per molte ragioni di antropologia, è di origine e prima interpretazione tipicamente anglosassone.
Per diverse ragioni che non possiamo qui dettagliare (è solo un post), questa salute del sistema cominciò a crollare negli anni ’70. Da allora, il sistema che aveva così intensamente ordinato la vita occidentale, comincia la sua contrazione. Il tentativo sistemico prima di aprire i mercati al mondo intero (globalizzazione), poi di normare le società e gli individui occidentali a vivere all’imprevedibile e nervoso andamento dei mercati (neoliberismo) non invertirono l’andamento. La crescita, motore del sistema perché produrrebbe il capitale da reimmettere in un nuovo ciclo, declina inesorabilmente.
Va notato che le cinque “grandi invenzioni” (meccanica, energetica, elettrica, chimica e sanitaria) di inizio XX secolo, a cui s’era aggiunta quella delle telecomunicazioni del dopoguerra, non si ripeterono più. L’unica “invenzione o innovazione” significativa, a partire dagli anni ’80, fu quella info-digitale. Tuttavia, questa ultima innovazione ha dei caratteri contradditori poiché più che inventare il nuovo, produce modi nuovi di fare cose vecchie, sostituisce con macchine e algoritmi lavoro umano e complessivamente, sebbene circonfusa di una aurea di hype dovuta a vari tipi di interessi finanziari, essa “vale” molto meno di quanto si creda (parliamo di contribuzione alla crescita dei Pil).
Il tutto, è fotografato nella chart della World Bank, l’andamento della crescita nei paesi OCSE, dagli inizi degli anni ’60 ad oggi. Tenuto conto che nel cluster OCSE ci sono paesi (Cile, Colombia, Costa Rica, Messico, Corea del Sud, Giappone, Turchia) non tipicamente “occidentali”. L’andamento statistico pende verso la contrazione delle percentuali di crescita nel tempo. Di contro, la crescita sale ed anche verticalmente in taluni segmenti, per i paesi non OCSE ovvero quelli che sono arrivati ad utilizzare l’economia moderna più o meno di tipo occidentale, solo nei decenni recenti. Gli stessi, sono previsti da tutte le istituzioni finanziarie e di forecasting, essere gli unici attori della crescita futura da qui al 2050.
Non importa se si dichiarano comunisti o socialisti o islamici o para-democratici o capitalisti o keynesiani, sono sempre e primariamente paesi che stanno intraprendendo il ciclo che gli europei hanno già vissuto da tre secoli. Quel “ciclo” ha una sua storicità poiché il numero delle cose da inventare per alimentare nuova produzione e nuovo consumo, è limitato, l’Occidente è alla fine di quel ciclo, il Resto del mondo è all’inizio.
Vi sono certo poi anche altri limiti. Le risorse, la loro localizzazione e costi di sfruttamento, le energie, le questioni eco-climatiche e ambientali, le forme di governo, il conflitto geopolitico, la demografia e molto altro, tuttavia ai fini di una lettura storica, il sistema che sta dando tanto futuro al resto del mondo, da noi ha passato la sua ragione storica.
Il “neoliberismo” è una forma di disperazione di sistema, un sistema che prima permetteva agio e compromessi sociali ed oggi, per mancanza di spinta intrinseca, annaspa richiedendo un integralismo socio-comportamentale e ideologico che è tipico di quando i sistemi sono a fine-esistenza. Non è una questione di teoria economica è semplicemente una questione di ragion d’essere, la società ordinata dall’economia, in Occidente, non ha più ragion d’essere per inevitabile rallentamento della funzione.
Questo spiega quei “morbosi fenomeni” che il Gramsci aveva notato analizzando il concetto di “transizione” quando un ordine non funziona più ed un altro non funziona ancora.
Ovviamente, come c’era economia prima della modernità, ce ne sarà una ora che la modernità è ben tramontata. Tuttavia, non potrà più essere, qui in Occidente, l’ordinatore sociale, ciò che dà l’ordine del suo funzionamento e prescrive gli ordini valoriali, comportamentali e relazionali. La c.d. finanziarizzazione è servita alle élite per restare tali in una società ordinata dal possesso di ricchezza, ma non ha alcuna funzione ordinativa utile in termini sociali, se non accrescere le diseguaglianze. Gli “ordini” decadono perché non sono più adatti e adattativi, se ne inventano di nuovi per necessità non per piglio creativo.
Per individuare quale altro ordine dovrebbe sostituire l’economico nella funzione ordinativa delle società occidentali, basta individuare su cosa hanno operato le élite di sistema per gestire la fine del ciclo che le determinava come élite. Sin dagli anni ’70, punto critico dell’inizio del delirio senile sistemico, le élite hanno operato intensamente contro quella forma per altro molto primitiva di sistema politico che chiamavamo “democrazia”. Ce ne siamo accorti tardi, il concetto “post-democrazia” è solo del 2000 e ci ha messo tempo per diffondersi e forse non è ancora chiaro a molti. La proroga funzionale del sistema declinante necessitava di minimizzare progressivamente la forma politica più o meno “democratica”.
Qual è il problema sembra chiaro, qual è la soluzione altrettanto. Qualunque idea muova la vostra visione di un modo migliore di vivere assieme, necessita di un modo politico di diventare fatto. Il nuovo ordinamento dovrà essere una democrazia in grado di gestire una economia dell’equilibrio (l’equilibrio è un concetto cardine dei prossimi decenni per noi europei) e la transizione a nuovi modi del regolamento sociale, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro.
Tuttavia, sia l’immagine di mondo dominante che quella critica che ne condivide gran parte della struttura invertendo i giudizi di valore su singoli aspetti, ci metteranno molto tempo a cambiare. Dalla durata della distanza tra realtà e sua rappresentazione si avrà la contrazione di felicità sociale che vivremo qui in Occidente. Quanto a lungo, vedremo…
[La banda rossa non è una media matematica è solo per segnare l’inclinazione alla riduzione costante nel tempo - dal 1960 ad oggi- degli indici di crescita in ambito economie OCSE]
