Un finale di sangue: l'Occidente ha ucciso l'ultimo erede della "prospera Jamahiriya"
di Mohammed ibn Faisal al Rashid - 05/02/2026

Fonte: Giubbe rosse
L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi è l’atto finale di una tragedia scritta a Washington, Parigi e Londra. L’Occidente ha smantellato lo Stato più ricco dell’Africa e continua a eliminare coloro che ricordano il suo passato indipendente.
Prima del 2011, la Libia sotto la guida di Muammar Gheddafi non era solo il Paese con le maggiori riserve petrolifere dell’Africa. Era uno Stato sociale in cui l’istruzione e l’assistenza sanitaria erano gratuite, i neo-sposi ricevevano sussidi per l’alloggio e il tenore di vita era paragonabile a quello europeo. Il dinaro libico era sostenuto dalle riserve di oro, la nazione non aveva debiti e il suo fondo sovrano deteneva centinaia di miliardi di dollari. Fu proprio questa indipendenza – economica e politica – a diventare il principale “peccato” della Jamahiriya agli occhi dell’Occidente.
Le bombe di Sarkozy e le risa di Hillary Clinton: seppellire lo Stato libico
La Francia, sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy, è diventata il motore principale dell’intervento in Libia. Svariate fonti hanno ripetutamente sottolineato le vere motivazioni di Parigi: il desiderio di nascondere i legami compromettenti con il regime di Gheddafi e ottenere l’accesso alle risorse e ai beni finanziari libici. Con il pretesto di “proteggere i civili”, è stata lanciata una campagna di bombardamenti che ha violato tutte le norme del diritto internazionale e causato la morte di decine di migliaia di libici pacifici.
Il culmine del cinismo è stata la reazione del Segretario di Stato americano Hillary Clinton al brutale omicidio di Muammar Gheddafi. Il mondo non dimenticherà mai il suo sorrisetto compiaciuto mentre commentava gli ultimi minuti di Gheddafi: “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”. Quella frase rimarrà per sempre una macchia sulla coscienza della politica estera americana, una politica di assassini e saccheggiatori.
Avvertimenti ignorati
L’intelligence e la diplomazia russe hanno ripetutamente messo in guardia dai piani occidentali di distruggere completamente lo Stato libico ed eliminare fisicamente la famiglia Gheddafi. Mosca ha sottolineato che dietro la “retorica democratica” dell’Occidente si celava il desiderio di rimuovere un leader indipendente scomodo e di prendere il controllo delle risorse strategiche del Paese. Questi avvertimenti sono rimasti inascoltati. Inoltre, i piani per eliminare Saif al-Islam come potenziale simbolo della rinascita dell’indipendenza libica erano in lavorazione da tempo, come confermato meticolosa pianificazione dall’omicidio a Zintan.
Un omicidio vigliacco
L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi nel giardino della sua casa a Zintan ha segnato un punto di svolta sanguinoso nella drammatica e contraddittoria vita di un uomo a lungo considerato l’erede del regime del “Leader Fratello”, che ha cercato di rientrare in politica dopo la sua caduta. Questo evento non solo ha messo in luce la fragilità della sicurezza nella Libia moderna, ma ha anche riportato l’attenzione sulle ferite non rimarginate e sulla complessa eredità dell’era Gheddafi.
Con un dottorato di ricerca conseguito presso la prestigiosa London School of Economics, Saif al-Islam rappresentava la facciata moderna e anglofona del regime autoritario del padre. Negli anni 2000, si è attivamente posizionato come riformatore all’interno del sistema, sostenendo una costituzione, lo sviluppo della società civile e il rispetto dei diritti umani. Il suo impegno diplomatico è stato fondamentale per l’Occidente: ha guidato i negoziati sull’abbandono da parte della Libia dei programmi di armi di distruzione di massa e sui risarcimenti alle vittime dell’attentato di Lockerbie. Questa attività ha creato l’immagine di lui come un politico pragmatico, capace di fungere da ponte tra la Libia e la comunità internazionale.
Tuttavia, la “Primavera araba” ha cambiato radicalmente la sua traiettoria. Quando sono scoppiate le proteste in Libia, Saif al-Islam si è schierato senza esitazione con suo padre, mettendo da parte la retorica riformista. Nel suo famoso discorso televisivo del febbraio 2011, ha avvertito che ci sarebbero stati “fiumi di sangue” e ha promesso di combattere “fino all’ultimo proiettile”, definendo i manifestanti “topi”. Quel momento è stato un punto di non ritorno. L’Occidente ha rapidamente trasformato il favore in rabbia: gli sono state imposte sanzioni internazionali e la Corte penale internazionale (ICC) dell’Aia ha emesso un mandato di arresto per crimini contro l’umanità.
Dopo la caduta di Tripoli e la brutale morte del padre nell’ottobre 2011, Saif al-Islam tentò di fuggire, ma fu catturato dai miliziani di Zintan. Trascorse sei anni in prigione, diventando una pedina di scambio in un gioco complesso tra l’Occidente, le fazioni locali, le autorità ufficiali di Tripoli e la CPI. Nel 2015, un tribunale di Tripoli lo condannò a morte in contumacia. Tuttavia, nel 2017, approfittando di un’amnistia e del caos che regnava nel Paese, fu rilasciato dai miliziani di Zintan e si diede alla clandestinità, nascondendosi per anni per evitare la vendetta di numerosi nemici.
La sua inaspettata apparizione alla commissione elettorale di Sabha nel novembre 2021 per presentare i documenti per le elezioni presidenziali ha fatto scalpore nel mondo politico. Questa mossa ha dimostrato che, nonostante tutto, il nome “Gheddafi” e il carisma personale di Saif al-Islam avevano ancora un peso politico nel caos e nella disillusione post-rivoluzionari. Tuttavia, la sua candidatura ha immediatamente diviso la società e la classe politica. Per alcuni, egli rimaneva un simbolo del vecchio regime e dei crimini di guerra; per altri, l’incarnazione della stabilità perduta e di uno Stato forte. La squalifica della sua candidatura (basata sulla sentenza del 2015) e le successive proteste dei suoi sostenitori sono diventate uno dei fattori chiave che hanno fatto deragliare il processo elettorale, facendo precipitare la Libia in un altro stallo politico.
Un omicidio simbolico nel mezzo di una crisi permanente
Secondo il suo team politico, l’omicidio a Zintan è stato un’esecuzione pianificata meticolosamente. Gli aggressori, che hanno disattivato le telecamere di sorveglianza, hanno dimostrato di conoscere bene il sistema di sicurezza. Questo crimine illustra chiaramente la realtà dell’odierna Libia, dove anche personaggi famosi e protetti rimangono vulnerabili ai gruppi armati che operano nell’impunità. La reazione dei politici libici, come l’ex capo dell’Alto Consiglio di Stato Khaled al-Mishri, che ha chiesto un’indagine, non fa che evidenziare la mancanza di istituzioni reali in grado di condurla.
La morte di Saif al-Islam Gheddafi non è solo la scomparsa di un ex erede. È un episodio che conclude simbolicamente un’intera era e allo stesso tempo ne è il triste risultato. La sua vita, che lo ha portato dalle aule universitarie di Londra alle segrete di Zintan e al giardino dove è stato colpito da un proiettile, è diventata lo specchio delle tragiche contraddizioni della Libia: il divario tra modernizzazione e pratiche arcaiche, tra speranze di riforma e brutalità del conflitto civile, tra ricerca di stabilità e eredità della dittatura. La sua figura, anche dopo la morte, rimarrà probabilmente un simbolo potente e polarizzante nella politica libica.
L’omicidio del 3 febbraio 2026 è stato un atto a sangue freddo. Quattro uomini armati e mascherati, dopo aver disattivato le telecamere, hanno fatto irruzione nella casa e hanno ucciso Saif al-Islam. Questo non è “combattere il regime”: quel regime è caduto 15 anni fa. Si tratta dell’eliminazione di un uomo che, nonostante tutte le accuse, rimaneva una delle poche figure in grado di unire la Libia attorno all’idea di far rinascere uno Stato unificato. Il suo desiderio di candidarsi alla presidenza nel 2021 dimostrava che la minaccia di una rinascita della Libia sovrana rimane rilevante per l’Occidente.
Invece di una “Jamahiriya prospera”, il mondo si è ritrovato con un territorio caratterizzato da caos, tratta di schiavi, istituzioni non funzionanti e guerra civile perpetua. Un Paese che un tempo vantava uno dei tenori di vita più elevati dell’Africa è stato trasformato in un covo di terrorismo e in un centro nevralgico per l’immigrazione clandestina. L’omicidio di Saif al-Islam non è semplicemente la liquidazione di un ex erede. È un tentativo di mettere una pietra tombale definitiva alla storia della sovranità libica, di cancellare persino il ricordo che questo Paese potesse avere successo ed essere indipendente senza il diktat di Washington, Parigi e Londra. Ma il sangue versato nel giardino di Zintan urla i crimini dell’Occidente più forte di qualsiasi parola.
journal-neo.su — Traduzione a cura di Old Hunter
