Conflitto USA-Iran: il pessimismo della ragione dei fatti
di Enrico Tomaselli - 27/02/2026

Fonte: Giubbe rosse
Ovviamente mi auguro di sbagliare, ma sono più pessimista oggi, rispetto ad un conflitto USA-Iran, di quanto non lo fossi una settimana fa. Provo a spiegare perché.
Intanto, l'accumulo di forze statunitensi continua senza soste, praticamente non passa giorno senza che vengano dispiegati nuovi aerei - ormai siamo a circa 350, a cui vanno aggiunti quelli israeliani, e probabilmente almeno uno squadrone britannico. Sentiamo spesso dire, in questi giorni, che lo schieramento è superiore a quello predisposto nel 2003 per l'attacco all'Iraq, ma non è vero, almeno sotto due aspetti. Non lo è significativamente sotto l'aspetto navale - allora vennero schierate 5 portaerei, 3 nel Golfo Persico e 2 nel Mediterraneo orientale, più una sesta in avvicinamento, ed un totale di circa 200 navi. Ovviamente, trattandosi di una invasione terrestre, allora erano presenti circa 500.000 uomini, mentre oggi, nelle varie basi del M.O. ce ne sono circa 40-50.000. Anche la forza aerea era considerevolmente superiore; solo gli aeromobili imbarcati erano 450-500. Il punto è, ovviamente, che le forze armate statunitensi oggi sono ben diverse da quelle di vent'anni fa, e quindi l'attuale schieramento aeronavale rappresenta uno sforzo significativo per le attuali condizioni.
Per quanto, molto probabilmente, a Washington fossero inizialmente convinti che la massiccia esibizione di forza avrebbe piegato al resistenza iraniana, e quindi non c'era un disegno preciso di utilizzarla, la progressiva accumulazione di forze diventa di per sé un fattore di squilibrio, sbilanciando in avanti gli Stati Uniti, e mettendoli in condizione di dover ottenere un risultato all'altezza dell'impegno. Che, oltretutto, non può essere mantenuto a lungo, sia per questioni economiche, sia per questioni di usura e manutenzione degli aeromobili, sia perché semplicemente nelle attuali condizioni gli USA avrebbero difficoltà a fronteggiare un'altra eventuale crisi che richieda un dispiegamento militare.
Un altro aspetto a mio avviso significativo è l'andamento dei colloqui negoziali. Vediamo chiaramente come le posizioni risultino molto divergenti anche nella stessa valutazione dei colloqui stessi. A seguito degli incontri di ieri a Ginevra, i commenti iraniani sono sembrati improntati ad un certo ottimismo, mentre da parte statunitense sembra prevalere lo scetticismo. Lo stesso ministro degli esteri dell'Oman, che fa da mediatore, si è recato subito dopo a Washington per - si dice - evitare che le cose precipitassero. Ovviamente il punto centrale è che le posizioni sono difficilmente conciliabili. Teheran è disposta a fare concessioni sull'arricchimento dell'uranio e sulle ispezioni dell'AIEA, ma vuole comunque in cambio la fine delle sanzioni. Gli Stati Uniti vorrebbero molto di più, e sono disposti a concedere molto meno - forse qualche iniziale allentamento parziale delle sanzioni. Stante l'inaffidabilità americana, praticamente nulla. A ciò va aggiunto che le posizioni espresse dall'amministrazione statunitense, per quanto sempre variabili e spesso contraddittorie, non sembrano andare nella direzione positiva. Rubio subito dopo la fine del round di colloqui ginevrini ha rilanciato la posizione massimalista - zero arricchimento, drastico ridimensionamento del programma missilistico, stop agli aiuti all'Asse della Resistenza… - mentre Vance, che dovrebbe rappresentare la parte più prudente, ha fatto dichiarazioni volte a rassicurare gli americani che una guerra con l'Iran non sarebbe lunga… Sempre relativamente all'aspetto diplomatico della questione, voglio aggiungere un ulteriore elemento. Gli inviati di Trump, Witkoff e Kushner, non soltanto sono due sionisti dichiarati - il che nella migliore delle ipotesi significa che hanno a cuore gli interessi e la posizione israeliana almeno quanto quelli degli Stati Uniti - sono anche degli uomini d'affari, non dei diplomatici di carriera (con tutto ciò che comporta, in termini di esperienza, conoscenza e capacità), e sono impegnati anche nei negoziati per il conflitto in Ucraina (e per Gaza). Tutti casi di negoziati che non hanno ancora portato a nulla; certo anche per l'impostazione di fondo statunitense, ma sono portato a pensare che l'approccio di questa coppia di 'diplomatici della domenica' non sia del tutto estraneo agli esiti.
Infine, aggiungo un ulteriore elemento.
Ovviamente, ciò che rende difficile arrivare ad un esito positivo del negoziato sull'Ucraina, non è solo l'oltranzismo di Zelensky o degli europei - che in fin dei conti contano tutti quanti come il due di coppe - ma la distanza tra le posizioni di Mosca e Washington. Con la prima che ad Anchorage si era detta disposta ad alcuni difficili compromessi sulle questioni territoriali, ma che rimane inflessibile sulle altre, e la seconda che in realtà non è affatto dispiaciuta di mantenere aperto un conflitto che logora la Russia, specie se d'ora in avanti invece di ricadere sulle casse statunitensi diventa fonte di profitto anche economico. Ed in questo c'è un evidente similitudine con la crisi iraniana. Pur con tutte le ovvie differenze del caso, è impossibile non rilevare che la fermezza iraniana non è soltanto conseguenza della consapevolezza di essere di fronte ad un punto di svolta esistenziale, ma anche del fatto che Teheran ha capito la difficoltà statunitense, e che la propria fermezza diventa un punto di forza. Ritiene cioè di poter trattare in una condizione di equilibrio di forza politico. E in ogni caso ritiene che quanto più la trattativa va avanti, tanto più ad essere logorata sarà la posizione statunitense.
Nonostante gli ottimismi - veri o presunti - così come i pessimismi, la realtà è che la situazione rimane in stallo.
Per l'amministrazione USA si fa sempre più forte la necessità di concludere tutta la faccenda, e di farlo in un modo che possa essere dichiarato come un indiscutibile successo. Una riedizione rimaneggiata del JCPOA obamiano, quindi, non va bene. Per la Repubblica Islamica manifestare disponibilità e fermezza significa guadagnare tempo per rafforzarsi sia militarmente che politicamente, sperando che alla fine prevalga la stanchezza, e che gli americani - fiaccati dall'attesa - accettino un compromesso significativamente inferiore alle pretese iniziali. In questo, temo, farebbero un errore di valutazione, poiché ritengo che Washington preferirebbe una brutta guerra ad un brutto accordo.
Un altro elemento che supporta il mio pessimismo è la ipotesi, fatta trapelare da più fonti, secondo cui agli Stati Uniti non dispiacerebbe se fossero gli israeliani a cavargli le castagne dal fuoco, attaccando per primi. In tal modo, l'intervento statunitense sarebbe giustificato 'in difesa' di Israele, e magari renderebbe poi possibile quello era già stato fatto a giugno (uno scambio di colpi concordato per porre fine al conflitto), e che è stato recentemente riproposto a Teheran, ricevendone un rifiuto. In ogni caso, poiché la partecipazione statunitense sarebbe 'venduta' come difensiva, renderebbe più facile arrivare ad un successivo cessate il fuoco - che sarebbe comunque di interesse generale.
Personalmente ritengo che questa ipotesi si fondi molto sulla convinzione che l'Iran risponderebbe inizialmente colpendo soltanto Israele - cosa sulla quel non scommetterei. Ma soprattutto penso che gli israeliani stessi non si fidino tanto di questa soluzione, e che vi vedano una possibile 'trappola' americana. D'altra parte, il desiderio israeliano, e di Netanyahu, affinché questo conflitto si produca, è abbastanza forte, e quindi potrebbe darsi il caso che o accettino di darvi l'avvio, d'accordo con Washington, o che addirittura decidano di forzare la mano agli Stati Uniti.
Riassumendo, direi che in generale quanto più tempo passa più per gli Stati Uniti diventa urgente sbloccare la situazione, e la mancanza di qualunque vera apertura ad una soluzione negoziale - necessaria a preparare l'opinione pubblica americana, tanto più se l'accordo non fosse in termini particolarmente buoni per Washington - riporta in effetti tutto ad una situazione di stallo non solo nel confronto militare-diplomatico tra Iran e Stati Uniti, ma anche tra 'falchi' e 'colombe' nell'amministrazione USA, e in ultima analisi nella testa del comandante in capo. La tentazione di uscire dallo stallo con una forzatura, temo, finirà col prevalere. In questi giorni - per quel che vale - scade l'ultimatum lanciato da Trump il 19 scorso. La prossima settimana ci dovrebbero essere nuovi colloqui a Vienna. La mia previsione - e ribadisco, spero sbagliatissima - è che andranno avanti per un'altra settimana o giù di lì, e poi ci sarà un attacco.

