Cos’è un gatekeeper?
di Andrea Zhok - 30/03/2026

Fonte: Andrea Zhok
Un gatekeeper (letteralmente guardiano del cancello) è chi incanala le energie di protesta o rivolta di una collettività indirizzandola verso obiettivi innocui o fittizi.
Questa definizione mi è venuta in mente guardando alla manifestazione “No Kings” in Italia (ma non solo).
Dico subito che è importantissimo che molte persone abbiano preso l’iniziativa di farsi sentire e di scendere in piazza per esprimere un dissenso, un disagio, una protesta. So per certo che molti hanno partecipato mossi da una sacrosanta indignazione contro il genocidio palestinese, contro la diffusione di uno spirito bellicista e orizzonti di guerra. Mi pare una bella cosa e dunque sono lontano anni luce dal criticarli.
Ma un elemento di cautela è necessario.
La manifestazione si muove sotto uno slogan guida, una parola d’ordine: “No Kings”.
Che diavolo vuol dire? Perché è stato scelto questo slogan?
Si tratta di uno slogan di importazione da proteste antitrumpiane avvenute negli USA. E la prima domanda che emerge è: perché dobbiamo andare a traino di una protesta che legittimamente alcuni cittadini statunitensi hanno mosso al loro presidente? Non ce la si faceva a usare uno slogan in italiano e mirato ad un obiettivo italiano?
E qui emerge un’aggravante.
Se si fosse protestato per qualcosa di preciso: contro il riarmo forzoso, contro il nostro coinvolgimento obtorto collo in guerre che non ci riguardano (ma di cui paghiamo le conseguenze), contro l’aggressione unilaterale israelo-statunitense all’Iran, o altro, un sacco di pupazzi travestiti da opposizione parlamentare non si sarebbero potuti presentare in piazza.
Non avrebbero potuto farlo perché quasi tutte le decisioni internazionali dell’esecutivo italiano (in linea con indirizzi israeliani e americani) sono state abbracciate e sostenute dall’opposizione. E questo avviene peraltro da anni e anni, per qualunque esecutivo e qualunque opposizione. Hanno sostenuto tutti i cambiamenti di regime, hanno applaudito l’attacco alla Libia, le sanzioni alla Russia, il sabotaggio del North Stream 2, hanno accettato senza problemi (o con dissensi pro forma) il genocidio palestinese, ecc.
La parola d’ordine “NO KINGS!”, “Nessun re!” è nata per essere fuorviante e innocua.
In primo luogo, lo slogan colpisce letteralmente un fantoccio: chi può mai essere in disaccordo nello sparare sulla monarchia dall’interno di una liberaldemocrazia? Perché non scendere in piazza contro il fascismo o contro i tribunali della Santa Inquisizione? (Sì, lo so, non dovevo darvi delle idee per le prossime piazze.)
In secondo luogo, lo slogan serve a deviare il bersaglio in una direzione LIBERAMENTE STRUMENTALIZZABILE. Proprio perché “No Kings!” non ha nessun significato letterale, bisogna affidarsi ad una lettura metaforica.
E qual è?
Semplice, contestiamo quelli che, ci dicono, sono estranei alla liberaldemocrazia. Mettendo in un singolo calderone tutti i “cattivi” denunciati dai giornali finanziati dagli stessi che sostengono il Rearm Europe, che concedono le base militari agli americani per i loro bombardamenti, che condannano l’Europa alla deindustrializzazione troncando i rapporti con la Russia, ecc.
Così, “No Kings!” è uno slogan che serve a camuffare il fatto che figuri come Trump e Nethanyahu NON SONO AFFATTO RE; sono figli prediletti del sistema liberaldemocratico. (E peraltro non sono “re” neppure Putin, Zelenski o Khamenei).
Deviando il bersaglio dello sdegno collettivo su obiettivi fittizi e liberamente reinterpretabili si prepara il terreno per la prossima tornata elettorale in cui si fornirà la stessa identica sbobba marcia, solo confezionata con un fiocco di colore diverso.
