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Dateci un capitalismo con cui confrontarci

di Mario Bozzi Sentieri - 29/04/2017

Dateci un capitalismo con cui confrontarci

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

 

Proprio perché non ci appartiene l’idea che il sistema sociale e quindi quello produttivo sia stretto in angusti ambiti economici, siamo convinti che, ancora oggi, il fenomeno “produzione” sia un fattore propulsivo di tutta la società, in ragione della crescita dei lavoratori, della loro assunzione di nuove responsabilità, anche dirigenti, all’interno delle aziende e nella società.

Il confronto sociale, che non deve necessariamente sfociare nel conflitto, va visto in questa ottica: strumento di maturazione, di presa di coscienza, di partecipazione reale, in grado di fare  ritrovare il valore della “conquista”.

Perciò c’è bisogno di un nuovo dinamismo sociale. Di un dinamismo che rimetta in moto il confronto sulle modalità di produzione, sulla qualità dei prodotti, sui salari, sulla creazione e circolazione delle classi dirigenti, sull’essenza stessa della borghesia produttiva.

Ai “borghesi stanchi”, a quelli che Hugo, ne “I Miserabili”, definiva come “la parte del popolo soddisfatta”, opponiamo allora  la nostra insoddisfazione e la domanda di un nuovo dinamismo sociale ed economico. Ai “borghesi smemorati” chiediamo di ritrovare la  fantasia avventurosa, l’ attivismo, la capacità  di immaginare il futuro, la consapevolezza  della realtà,la passione, lo spirito di sacrificio, attributi che furono dei loro avi. Ai “borghesi avidi” il cui fine ultimo è l’arricchimento a tutti i costi, poniamo  innanzi  quell’etica del lavoro e del rigore che un tempo   dava forma  ai comportamenti delle classi dirigenti.

E’ la riflessione sulle regole,  insieme a quella sull’etica del profitto, a fare  riemergere la necessità di un recupero di alcuni “punti fermi” in grado di offrire un nuovo quadro di riferimenti ad un capitalismo che pareva inarrestabile nella sua corsa. “Punti fermi” che riportino in primo piano il vecchio capitalismo familiare,  l’economia reale ed una sorta di etica aziendalistica.

Vediamoli in sintesi.

 

1)               Con il “capitalismo familiare”, termine che si credeva desueto, può tornare  l’idea di uno sviluppo medio-lungo, radicato, profondo, nelle sue dimensioni economiche, sociali ed etiche, con cui il mondo del lavoro è interessato a confrontarsi

2)                “L’economia reale” è l’economia che rifiuta le facili fortune, l’euforia borsistica, il miraggio della ricchezza facile e che sa guardare ancora ai fondamentali della produzione, al prodotto e all’innovazione.

3)                E poi c’ è il lavoro. Ancora e sempre il lavoro, in carne ed ossa, fatto della passione e della fatica dell’uomo, l’uomo vero non la virtuale creazione di qualche trucco contabile. A quel lavoro, occorre guardare con più rispetto considerandolo una risorsa ulteriore, non meramente funzionale, rispetto al quadro critico di certa finanza “immaginaria” e quindi riconoscendoli nuovo ruolo e dignità.

 

Su questi crinali la sfida sociale può essere riaperta e vinta, ritrovando il valore di un confronto che pareva perduto e che può invece irrobustirsi nella  rinnovata consapevolezza dei ruoli e delle rispettive volontà. Per ritrovare le ragioni comuni di uno sviluppo di medio-lungo periodo, reale e dignitoso. Per riaprire finalmente quella “sfida ricostruttiva” senza la quale la nostra società illanguidisce e muore.