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De profundis per la NATO

di Enrico Tomaselli - 31/08/2025

De profundis per la NATO

Fonte: Giubbe rosse

Ovviamente, gli unici che sembrano non aver capito la portata di un mutamento geopolitico epocale, sono proprio gli inconsapevoli protagonisti. Dal punto di vista storico - o, se vogliamo, della storia come l'abbiamo scritta noi - il continente europeo è stato il baricentro del mondo, per almeno cinque secoli. È un periodo lunghissimo, che non potrebbe non aver lasciato un segno profondo non soltanto sulla cultura europea, ma anche sul modo di pensare - e di pensarsi. In realtà, già all'indomani della prima guerra mondiale si capiva che questo baricentro si stava spostando ad ovest; ma è con la conclusione della seconda che si assesterà definitivamente al di là dell'Atlantico. Ciò nonostante, gli europei - ed in particolar modo le classi dirigenti - hanno continuato a ritenersi centrali, anche grazie ad un equivoco e ad un fraintendimento.
L'equivoco è stato l'affermarsi del moderno concetto di occidente, che accomunando sotto un unico ombrello ideologico sia la potenza imperiale nordamericana che i paesi europei - sconfitti, resi vassalli e colonizzati culturalmente - ha alimentato l'illusione che eravamo tutti sulla stessa barca, e che quindi in fondo eravamo più o meno tutti a bordo con pari dignità.
Il fraintendimento è stato non capire il dato contingente della Guerra Fredda - e quindi, finita questa, delle conseguenza della fine - che in virtù del confronto USA-URSS vedeva nell'Europa (non a caso divisa in due aree d'influenza) l'oggetto del contendere ed il terreno della contesa.
Tutto ciò ha impedito alle élite europee di comprendere la natura transitoria di questa centralità strategica - che comunque aveva visto il continente passare dallo status di protagonista a quello di scenografia - aggrappandosi disperatamente ad un'idea ormai seppellita dalla storia.
Questa illusione di centralità europea, soprattutto dagli anni 90 del novecento, ha trovato un elemento di supporto nell'Alleanza Atlantica. L'idea di un organismo (quantomeno formalmente) paritario, in cui i paesi di qua e di là dell'Atlantico sono appunto 'alleati', titillava quest'illusione; quando poi, appunto a seguito della caduta dell'URSS, la NATO ha cominciato ad espandersi verso est (e parallelamente l'Unione Europea), l'aumento dei membri europei ha contribuito all'idea che il peso del vecchio continente ne uscisse rafforzato. E comunque, la certezza che gli Stati Uniti ci avrebbe se necessario difeso militarmente da qualunque minaccia, confortava l'idea dell'importanza dell'Europa.
Questo misunderstanding, spesso abilmente alimentato da Washington, si è sostanzialmente protratto sino alla guerra ucraina.
Ma con l'avvento della presidenza Trump - che non è una stagione estemporanea, dovuta alla bizzarria di un leader alquanto sui generis, ma un vero e proprio riallineamento strategico degli Stati Uniti - ha cominciato a rendersi sempre più evidente che, appunto, di illusione si trattava. Per quanto riguarda l'Europa, ed i singoli paesi europei, questo cambiamento dell'asse geopolitico statunitense significa fondamentalmente una cosa: la NATO, almeno come la conosciamo - o come ci siamo illusi di conoscerla - ovvero uno strumento per la difesa militare collettiva del continente europeo (ovviamente nessuno ha mai pensato che fossero gli europei a dover difendere gli USA…), ha cessato di esistere. Già da tempo, in effetti, aveva smesso di essere soltanto questo. Ma da ora in avanti non lo è più. L'Europa non è più né una 'preda' appetibile, da contendere con un avversario euroasiatico, né - conseguentemente - un potenziale terreno di scontro strategico. Dal punto di vista di Washington, non è che un insieme di colonie da saccheggiare il più possibile, nel disperato tentativo di tamponare il declino imperiale.
Da questo punto di vista, la guerra ucraina costituisce un paradigma di ciò che gli Stati Uniti potrebbero fare per difendere gli alleati europei da una qualche (assai improbabile) aggressione. Nulla di più, se non forse - se ne fossero al momento nelle condizioni materiali per farlo - una maggiore quantità e qualità dei mezzi forniti. Ma mai e poi mai metterebbero in campo le loro forze, e men che meno il loro ombrello nucleare, rischiando di farsi trascinare in un conflitto globale estraneo ai loro interessi strategici.
Se sopravviverà, e se manterrà questa denominazione, la NATO d'ora in poi non sarà nulla di più che un'armata coloniale, da schierare a supporto di quelle imperiali, nella battaglia decisiva. Che però si combatterà dalla parte opposta del pianeta. Dalla centralità strategica al ruolo di ascari il passo è stato lungo, eppure la consapevolezza è ancora spaventosamente in ritardo.
Non è certo da queste classi dirigenti, totalmente asservite, e che hanno portato i paesi europei sull'orlo del default politico e sociale, che ci si può aspettare una presa di coscienza ed uno scatto d'orgoglio - o anche solo un briciolo di intelligenza e lungimiranza.
Eppure, è indubbio che tutto questo apre una finestra di opportunità, che se però non verrà colta si richiuderà molto in fretta. La NATO infatti non è stata soltanto l'illusione di una parità tra le rive dell'Atlantico, o uno strumento della competizione globale. È stata anche, se non forse soprattutto, uno strumento di asservimento e di controllo statunitense sull'Europa. Nella fase che si sta aprendo, i nuovi orizzonti strategici di Washington spostano il focus e le risorse verso il Pacifico, e questo - inevitabilmente - produce un allentamento dei vecchi meccanismi di vassallaggio. In questa transizione, quindi, si possono determinare gli spazi per gettare le basi di un affrancamento dell'Europa dall'ormai secolare dominio americano. Ma per far si che ciò diventi possibile, occorre che emergano nuove classi dirigenti, competenti, determinate e radicali. Di cui però, al momento, non v'è traccia.