Desert One
di Filippo Bovo - 06/04/2026

Fonte: Filippo Bovo
I fatti di quest'ultimi giorni dovrebbero mettere una definitiva pietra tombale sopra ogni proposito americano di un intervento di terra in Iran. Ci sono almeno tre buoni motivi per pensarlo: il primo, perché è di fatto già avvenuto; il secondo, perché è andato malissimo; e il terzo, perché oltretutto si sapeva già come sarebbe andata a finire.
Procediamo con ordine. Giorni fa, rispondendo ad un amico in uno dei miei ultimi stati, azzardai l'ipotesi che un eventuale intervento di terra potesse trasformarsi in una riedizione in scala maggiorata della famigerata Operazione Eagle Claw, con cui il 24/25 aprile del 1980 l'amministrazione Carter tentò la liberazione del personale dell'ambasciata americana di Teheran tenuto sotto sequestro sin dall'anno precedente. Per molti quell'operazione è nota anche col nome di Desert One, tanto da esser divenuto il titolo di un celebre film di qualche anno fa, dedicato alla vicenda. Proprio col nome di Desert One si chiamava l'area nel Khorasan giudicata idonea dalla Joint Task Force dell'US Navy per impiantare una provvisoria base aerea da cui poi avviare il resto dell'operazione e l'incursione delle forze speciali a Teheran. Una serie di disguidi operativi, meccanici e meteorologici ne causò il rapido fallimento, con un disastroso boomerang per Jimmy Carter, costretto a lunghi negoziati che per ironia della sorte portarono alla liberazione degli ostaggi proprio nel giorno dell'insediamento del suo successore, Donald Reagan; superfluo dire che, proprio a causa di quel "boomerang", Carter si giocò, prima ancora, la rielezione.
Ebbene, quanto abbiamo visto da venerdì ad oggi appare proprio una riedizione in scala maggiorata di quello sfortunato episodio. Dapprima sui cieli tra la provincia di Markazi e quella di Isfahan è stato abbattuto un caccia F-15 del 494° Fighter Squadron di stanza nella base RAF a Lakenheath (UK), coi suoi due piloti eiettati dal velivolo e paracadutati sui monti Zagros. Subito sono scattate ben due operazioni per la loro ricerca: una da parte americana, dalla base di Camp Bluehring in Kuwait, con l'entrata in azione di vari mezzi (con elicotteri Black Hawk e Little Birds, aerei A-10 e C-130), e una iraniana, dove non soltanto l'IRGC ma anche la popolazione locale ha partecipato ad una vera e propria caccia all'uomo sui monti Zagros, mossa dallo spirito patriottico e dall'offerta di una ricompensa di circa 60mila dollari. Un pilota è stato recuperato, seppur a duro prezzo: almeno due Black Hawk, due Little Birds, un A-10 e due C-130 sono rimasti colpiti a loro volta, rendendo così necessario un ulteriore intervento per il salvataggio del personale americano rimasto a terra; tuttora restano ignoti i numeri riguardo non soltanto i feriti, ma anche gli eventuali caduti e sequestrati.
A colpire i mezzi, in particolare i C-130, non sono state soltanto le forze iraniane, ma anche le locali tribù Bakhtiari, a cui le autorità hanno dato il loro ringraziamento. A venir abbattuti negli scontri a fuoco, inoltre, anche due sofisticati e costosi droni americani MQ-9 Reaper, usati per le ricerche dei piloti abbattuti, che vanno così ad ingrossare la già salata lista dei danni di un fine settimana a dir poco nero per l'USAF, pari a non meno di mezzo miliardo di dollari (oltre al F-15, all'A-10, ai due C-130, ai due Little Birds e ai due MQ-9, infatti, a cui sono da aggiungersi anche altri mezzi colpiti nella stessa finestra temporale, come un A-10 sopra l'isola di Qeshm, un elicottero CH-47F Chinook in Kuwait, ecc).
I C-130 e gli elicotteri colpiti dall'IRGC e dalla popolazione locale, costretti all'atterraggio nella pista provvisoria di Shahreza, a sud di Isfahan (dove l'USAF aveva inteso d'allestire una temporanea base per pianificare le operazioni di recupero del secondo pilota, ancora disperso), sono stati poi fatti saltare dalle stesse forze americane, ufficialmente per non lasciare agli iraniani tecnologie proprie; ma, più ufficiosamente e verosimilmente, per cancellare molti elementi compromettenti. Le immagini dei rottami bruciati mostrano segni di fori di arma da fuoco di vario calibro che non fanno pensare a semplici aerei rimasti in panne al momento del decollo, e pertanto distrutti per non lasciarli in mani nemiche, come invece riportato dalla versione ufficiale americana. Addirittura, in alcune di queste immagini si notano anche resti umani, che portano a smentire la trionfale dichiarazione della Casa Bianca secondo cui l'operazione, la più epica e brillante nella storia americana, si sarebbe conclusa senza vittime e salvando tutto il personale, compreso il secondo pilota che invece gli iraniani rivendicano d'aver nelle loro mani.
Il tempo dirà certamente di più circa quest'operazione a cui man mano vanno aggiungendosi sempre nuovi dettagli. Si notano però le grandi somiglianze con la missione Eagle Claw del 1980 (che tra l'altro si tenne nel mese d'aprile, come questa: vien da pensare che non sia un mese granché propizio, scaramanticamente parlando, per l'aviazione americana): ad esempio, l'aver voluto stabilire una base provvisoria nell'Iran centro-settentrionale, per un'operazione verosimilmente non destinata solo a riscattare un pilota disperso e a soccorrere gli altri militari coinvolti negli scontri successivi (anche perché quella base, di fatto, era già stata impiantata). Per giunta, se solo quelli fossero stati gli obiettivi, non sarebbero stati allora necessari grandi velivoli da trasporto come i C-130, se non addirittura gli MC-130, oltre agli elicotteri, con un dispiegamento totale che fornisce l'idea di centinaia di uomini mobilitati, forze speciali della Delta Force.
Il fatto poi che quel sito sia stato del tutto raso al suolo con gli aerei che vi erano rimasti "bloccati", enfatizza l'indizio che oltre a quei mezzi anche altri elementi più compromettenti andassero per sempre eliminati. Probabilmente, bisognava proprio nascondere il fatto che un'operazione di terra fosse stata comunque avviata, contrariamente al parere dei comandi del Pentagono (non a caso il giorno prima ben dodici di loro erano stati silurati da Hegseth) che vanamente avevano tentato d'opporsi. Quell'operazione, rivelatasi subito un immenso disastro, nelle mani dei media iraniani e dei media internazionali (che in Iran, a differenza che in Israele, sono potuti entrare liberamente, a partire dall'americana CNN) sarebbe stata un'altra revolverata alla reputazione dell'amministrazione Trump, che nei sondaggi risulta ormai dieci punti sotto Nixon ai tempi dell'impeachment, e anche a quanto ormai resta del mito e dell'immagine di potenza americani: perché tra i grandi danni di quest'operazione, oltre a quelli economici e materiali, ci sono anche e soprattutto questi.
L'affondo che quel mito ha subito in questa guerra, e che in quest'ultima operazione ha ulteriormente ricevuto (quando invece, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto sortire l'effetto di restaurarlo all'antica "inattaccabilità"), forse è uno dei danni in questo momento non ancora sufficientemente calcolato. Ma, c'è di che starne certi, esattamente come giorno per giorno emergono nuovi dettagli sull'andamento di questa infelice operazione, così pure emergeranno gli effetti di quell'immenso tracollo; e probabilmente ciò avverrà anche a breve termine.
