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Donald Trump: cinque errori fatali

di Massimo Mazzucco - 18/03/2026

Donald Trump: cinque errori fatali

Fonte: Massimo Mazzucco

Donald Trump continua ad inanellare un errore dietro l’altro, e purtroppo la sua infinita presunzione gli impedisce di riconoscerli come tali. Questo non può che portarlo a commettere altri errori, concatenati ai precedenti.
Primo errore: fidarsi di Netanyahu
La grandezza di Netanyahu è stata quella di illudere Donald Trump di essere in qualche modo “soci alla pari” nelle operazioni in Medio Oriente. In realtà Netanyahu ha saputo sfruttare in pieno l’ego ipertrofico di Trump, convincendolo a fare una guerra da cui Israele è l’unica che può trarre un vantaggio reale.
Vedere Netanyahu che usciva ogni volta dallo studio ovale con quel sorrisetto sornione sulle labbra, la dice lunga sulla sua capacità di manipolare Donald Trump. Per chi ne volesse una dimostrazione plastica, basta andare a rivedere le immagini del pranzo ufficiale nel quale Netanyahu presentava pomposamente la lettera di candidatura di Donald Trump a Nobel per la pace. Un modo plateale per soddisfare pubblicamente la vanagloria del Presidente, prendendolo contemporaneamente in giro con una “candidatura” che non aveva alcun valore reale.
Netanyahu gli ha detto “Sei tu il più bello del reame” e lui, come un bimbo di otto anni, ci ha creduto. E ora, mentre Bibi si sfrega le mani, Trump si trova impantanato in una guerra dalla quale non sa più come uscire.
Secondo errore: contare sulla ribellione del popolo iraniano
Qualcuno (il Mossad?) deve aver detto a Trump che “il popolo iraniano è pronto a ribellarsi e ad abbattere il regime degli Ayatollah”. Questo lo si deduceva chiaramente dai discorsi fatti dallo stesso Trump nei primi giorni di guerra.
Ma l’idea di una “soluzione popolare” è rapidamente sfumata, e Trump ha smesso subito di parlarne pubblicamente. Evidentemente, o la porzione di popolo contraria al regime è molto minore di quanto immaginato, oppure la stessa popolazione iraniana, pur essendo contraria agli Ayatollah, è rimasta talmente indignata ed offesa dall’attacco traditore degli USA, che questo ha ricompattato momentaneamente tutti gli iraniani a favore del regime. E colpire a sangue freddo una scuola con 160 bambine innocenti non può certo aver aiutato.
Terzo errore: non prevedere la chiusura prolungata di Hormuz
Il fatto stesso che la Cina riceva il 45% del suo petrolio tramite lo stretto di Hormuz deve aver fatto pensare a Donald Trump che gli iraniani non lo avrebbero mai bloccato per un tempo prolungato. Non aveva pensato che gli iraniani potessero chiuderlo selettivamente, lasciando passare le petroliere dei paesi amici, e fermando solo quelle dei paesi aggressori. E adesso è lì che piagnucola e chiede l'aiuto dei paesi "alleati" (noi europei) per sbloccare il canale. Grande ooooops.
Quarto errore: Non prevedere l’attacco ai paesi del golfo come Kuwait, Bahrein, Dubai, Emirati, e la stessa Arabia Saudita.
Trump si è cullato (è stato cullato?) per lungo tempo nell’idea che l’Iran fosse una potenza isolata, accerchiata da paesi arabi ostili. Nelle varie ipotesi, i “grandi strateghi” del Pentagono avranno quindi escluso un attacco dell’Iran ai paesi del Golfo, in quanto – pensavano loro – questo non avrebbe fatto che coalizzare contro lo stesso Iran i paesi del Golfo, che sono tutti (eccetto il Bahrain) a maggioranza sunnita. Nuovamente, questo si è dimostrato un monumentale errore di calcolo: i paesi arabi del Golfo sono prima di tutto arabi, e la loro “amicizia” con gli americani è limitata agli interessi di tipo commerciale che hanno costruito nel tempo. Ma gli arabi sono anche musulmani, e la differenza fra sciiti e sunniti sembra scomparire di fronte al rischio di vedersi bombardati per colpa degli americani. Nessun paese arabo oserebbe mai entrare in guerra accanto agli USA in questo momento, perchè questo significherebbe entrare in guerra a fianco di Israele. Il contraccolpo sociale sarebbe immenso, e nessun leader dei paesi arabi vuole rischiare di ritrovarsi la popolazione in rivolta nelle strade di casa propria. Hanno quindi scelto il profilo basso, smentendo – nuovamente – i calcoli del Pentagono.
Quinto errore: pensare di avere una base elettorale solida ed inossidabile.
Come tutti i narcisisti patologici, è facile scambiare un voto politico per un voto personale. La sua “landslide victory”, che gli ha permesso di entrare alla Casa Bianca con oltre 300 voti elettorali, deve averlo convinto che quel voto sia stata la santificazione della sua persona da parte del popolo americano. E in quanto “unto del Signore”, Trump deve aver creduto che il suo popolo lo avrebbe seguito dovunque e comunque, senza mai mettere in discussione le sue scelte.
Ma il popolo americano guarda prima di tutto a sè stesso. Quando vede il prezzo della benzina aumentare del 30% in tre giorni, non si ricorda nemmeno più per chi ha votato: vuole vederlo scendere e basta. E le scelte in politica estera di Trump sono tutt’altro che condivisibili, anche da buona parte della sua stessa base elettorale, che lo aveva eletto con gli slogan “niente più guerre” e “America first”.
La cruda realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti: criticato da molti personaggi di punta del suo stesso movimento (Marjorie Taylor Green, Thomas Massie, Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens, ecc), Trump vede il suo consenso crollare ai minimi storici. E con le incombenti elezioni di novembre, rischia seriamente di perdere il controllo della camera e del senato. Il che lo renderebbe automaticamente impallinabile per impeachment.
L’unica cosa che rimane da sperare è che un personaggio del genere, una volta resosi conto del disastro a cui sta andando incontro, non tenti un disperato colpo di coda che possa seriamente mettere a rischio la sicurezza e gli equilibri mondiali. Se questo dovesse succedere, speriamo che negli Stati Uniti qualcuno si ricordi che esiste il 25° emendamento della Costituzione.