E il giorno dell’Ihra arrivò in Senato.
di Alessio Mannino - 04/03/2026

Fonte: Inside Over
Con 105 sì (centrodestra, più Italia Viva, Azione e alcuni Dem), 24 no (M5S e Avs) e 21 astensioni (Pd), a Palazzo Madama è stato approvato il ddl 1024 contro l’antisemitismo, che impone per legge la definizione adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo cui l’antisemitismo «è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei», in «manifestazioni verbali e fisiche dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».
Il nodo della discordia, che ha visto spaccarsi il gruppo del Partito Democratico, con 6 senatori favorevoli al testo della maggioranza di centrodestra, riguarda la parte della formulazione in cui viene specificato che gli attacchi anti-ebraici «possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica» (aggiungendo, bontà loro, che «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite»).
Il problema sta appunto nell’eccezionalità storico-politica attribuita a Israele, che ben si evidenzia nell’elenco di esempi di antisemitismo fornito dall’associazione internazionale sull’Olocausto, che il lavorìo degli emendamenti in Commissione Affari Istituzionali non ha scorporato.
Si va dal «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo», al «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti», fino a «considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele». Sul piano giuridico dove, com’è noto, i cavilli la fanno da padrone, ce n’è in abbondanza per veder tradursi in realtà il rischio di confondere l’istigazione alla violenza razziale o religiosa, già perseguito dalla legge Mancino, con le legittime accuse allo Stato israeliano per la sua politica sionista (sia pur di un “sionismo revisionista”, com’è definibile la destra da vent’anni impersonata da Bibi Netanyahu).
Un pericolo di compressione della libertà d’opinione che, sulla base dei cinque articoli di cui si compone la legge, si concretizzerà non solo nella possibilità di venire denunciati, ma anche di un aumento del controllo di polizia, con l’istituzione di una banca dati a fini di “monitoraggio” e il setacciamento di contenuti etichettabili come hate speech sui social.
L’unica retromarcia sostanziale, rispetto alle ipotesi originarie, è consistita nella rinuncia a vietare raduni e cortei «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita». Un’eventualità rimossa perché palesemente anti-costituzionale: il potere di limitazione preventiva del diritto a manifestare (articolo 17 della Carta) è ristretta, per questori e prefetti, a “comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”, senza poter entrare nel merito delle idee dei manifestanti. Né ha trovato accoglienza positiva nello stesso centrodestra l’emendamento di Maurizio Gasparri (Forza Italia), che proponeva di affiancare alla legge anche una norma penale da inserire nel codice.
All’atto pratico, se il ddl antisemitismo ricevesse il via libera anche alla Camera ed entrasse in vigore, lo scenario potrebbe corrispondere a quanto scriveva Amnesty International in una nota di qualche giorno fa, in particolare nel punto seguente: «È utile ricordare che, sulla base di tale definizione, le attuali attività di monitoraggio già qualificano il movimento “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (Bds) come una forma di lotta antisemita contro Israele. Allo stesso modo, sempre in base alla definizione dell’Ihra, vengono ricondotti tra le matrici del cosiddetto antisemitismo moderno anche alcuni rapporti critici sulle politiche israeliane, tra cui il rapporto di Amnesty International sulle violazioni della Convenzione sul Genocidio da parte dello stato di Israele nella Striscia di Gaza e quello sulle pratiche di discriminazione razziale e di apartheid messe in atto dallo stato di Israele nei confronti della popolazione palestinese sotto il suo controllo».
Sotto il profilo politico, la notizia è stata la divisione del Pd. Ampiamente prevista, dato che a capitanare la pattuglia di parlamentari che hanno votato a favore è Graziano Delrio, segnalatosi nei mesi scorsi come proponente di un testo di legge tutto suo, per marcare su Israele e dintorni una strategica distanza dalla leadership di Elly Schlein. Il capogruppo piddino, Francesco Boccia, ha avuto un bel daffare nel tentare di suturare la ferita, che brucia in modo intenso perché, nel partito, la sensibilità filo-palestinese è radicata, ma non certo facile da conciliare con l’obbligata deferenza da tributare agli accorati appelli della senatrice a vita Liliana Segre, icona dell’antifascismo e antirazzismo. L’ultimo dei quali, proprio alla vigilia del voto, invitava a una “convergenza trasversale più ampia possibile” che in realtà sembrava diretto al Pd, la cui linea ufficiale è stata alla fine l’astensione. Unica scappatoia, questa, per non mettere in imbarazzo la base largamente pro-Pal e al contempo non tirarsi addosso l’accusa di mostrarsi indifferenti all’“emergenza antisemita”.
L’iter legislativo ha visto nell’ultimo anno affastellarsi ben cinque diverse proposte per il contrasto all’antisemitismo. Diverse per modo di dire, dato che sia Massimiliano Romeo (Lega) che i già citati Maurizio Gasparri e Graziano Delrio, oltre a Ivan Scalfarotto (Italia Viva), hanno praticamente prodotto norme-fotocopia tutte basate sulla definizione dell’Ihra.
A fare eccezione è stato solo Andrea Giorgis, l’esponente Dem incaricato di lanciare il messaggio, simbolico, di voler superare la lacerazione interna ai suoi, virando su un concetto di antisemitismo meno sovrapponibile all’antisionismo. Il povero Giorgis, sul finale, si è attaccato alla stretta, fatta calare in zona cesarini dal ministro all’economia Giancarlo Giorgetti (Lega), sui fondi per corsi di formazione e premi pubblici finalizzati a promuovere la cultura della memoria. «C’è un testo», ha dichiarato il senatore Pd, che «delinea una strategia di interventi che, purtroppo, non sono sostenuti da alcuna risorsa, e che rischiano perciò di rimanere sulla carta o comunque di ripetere misure già previste (che non si sono dimostrate efficacissime), mentre ci sarebbe bisogno di un vero investimento anche economico».
Già più centrato il commento sul vero vulnus della legge, che a suo dire insisterebbe «nel positivizzare una definizione di antisemitismo, quella dell’IHRA (del 2016), che ha suscitato critiche e perplessità in più di uno studioso e appare per alcuni versi datata e incapace di presentare quella chiarezza e suscitare quel consenso spontaneo che invece sarebbe necessario». Consenso che non c’è nemmeno nel Paese, che a dispetto della trasversale “unione sacra” per la causa di Israele, non è affatto spontaneamente allineato nel criminalizzare il dissenso. Come hanno dimostrato l’anno scorso le oceaniche proteste di solidarietà al popolo di Gaza e della Cisgiordania.

