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È nel Mediterraneo la nostra unica salvezza

di Lucio Caracciolo - 05/04/2026

È nel Mediterraneo la nostra unica salvezza

Fonte: La Repubblica

Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo. Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è l’obiettivo più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti

Nella scorsa “deviazione” ci siamo impegnati a proporre qualche idea su come l’Italia potrebbe reagire alla crisi del sistema euroatlantico. Inutile girarci intorno: d’ora in avanti la nostra sicurezza dipende da noi. E dalla capacità di usare non disinteressate risorse altrui per la nostra sicurezza nazionale. Roba da far tremare i polsi ai decisori nostrani, sdraiati per ottant’anni sotto l’ombrellone a stelle e strisce.

Premessa: se qualche potenza ci attacca oggi, ma anche domani, possiamo solo negoziare i termini della resa sperando nel suo buon cuore (non la spontanea disposizione di un aggressore). Quel che facciamo da adesso avrà effetto tra anni, forse decenni. Ma se non cominciamo ora siamo finiti. Conseguenza di aver straperso l’ultima guerra mondiale, con ciò atterrando nell’impero americano. Soggiorno tutto sommato piacevole, ma che ci coglie scoperti mentre lo zio d’America è impegnato a salvare se stesso.

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La respirazione artificiale con i polmoni d’Oltre Atlantico ci ha bloccato mente e spirito. La priorità della nostra sicurezza non è militare. È culturale. Una scorciatoia militarista sarebbe ridicola prima che nefanda. Senza bussola politica e consenso democratico abbiamo perso in partenza.

Possiamo e dobbiamo migliorare la qualità delle nostre Forze armate, nei modesti limiti consentiti a un paese indebitato fino al collo con un’età mediana prossima al mezzo secolo. Ma l’Italia la difendono o non la difendono gli italiani. Nessuna nazione degna del nome ha mai delegato la sua protezione ai suoi (non tanto) giovani soldati e ai loro armamenti. Tanto più se lo strumento militare è infiacchito dalla riluttanza a impiegarlo al servizio di una strategia. Nessuno ci teme e nessuno pensa di mettersi nella nostra scia, perché non c’è.

Di norma le Forze armate servono per dissuadere o premere in vista di interessi nazionali primari. Oppure servono ad altri, per i loro interessi. La sistematica destabilizzazione del nostro intorno geografico, dai Balcani al Nord Africa, compiuto dopo la fine della guerra fredda con il nostro contributo armato, grida vendetta. Ne stiamo pagando il conto.

Qui tocchiamo il punto di Archimede della nostra sicurezza nazionale: l’accesso alle rotte commerciali globali, indispensabile per rifornirci delle materie prime e segnatamente dell’energia che non abbiamo, poi per esportare ciò che produciamo.

Questo è il nostro interesse esistenziale. A differenza delle grandi potenze mondiali e delle maggiori potenze europee non abbiamo accesso diretto all’Oceano Mondo. Con la guerra di Hormuz risultano inagibili o pericolosi tutti gli Stretti che connettono il Medioceano — il Mediterraneo come connettore tra Atlantico e Indo-Pacifico — al grande largo. Sola eccezione Gibilterra.

Come volgere questa necessità in strategia? Sul piano interno con una operazione culturale, pedagogica. Diffondendo capillarmente (dalle scuole elementari!) la cultura della marittimità. Della necessità di un tessuto portuale e infrastrutturale capace di sfruttare la nostra centralità medioceanica. Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo.

Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è obiettivo tanto più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti medioceanici, a cominciare da Suez e Bab al-Mandab. Prevenendo la destabilizzazione del canale di Sicilia, prima stazione della nostra proiezione oceanica.

Tutto questo non possiamo farlo da soli. Stante il grado di liquefazione della Nato e dell’Unione Europea, non ci resta che adeguarci al menù del giorno — temiamo anche dei prossimi anni: scegliamo nella mischia chi può darci una mano e scartiamo chi non può o non vuole darcela. Tema che impegnerebbe diverse deviazioni.

Per il solo gusto della discussione, fermo che un rapporto pur ridotto con l’America è obbligatorio, due difficili ma possibili partner: Francia e Turchia. La prima in quanto storica potenza mediterranea con cui i rapporti possono — debbono — solo migliorare. La seconda perché il suo espansionismo marittimo la porta a ridosso dei passaggi medioceanici decisivi, fino a piazzarsi fronte alla Sicilia. Francesi e turchi non si vogliono bene ma non hanno interesse a scontrarsi tra loro né con noi. Proviamo a chiudere questo triangolo?