Emergenze continue contro la sovranità dei popoli
di Davide Rossi - 28/02/2026

Fonte: L'Adige
Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Davide Rossi, studioso di politica ed economia , saggista, autore del libro “ L’economia delle emergenze dalle pandemie alle guerre” Arianna Editrice.
Dott Rossi, partiamo dagli scenari geopolitici che si stanno prefigurando in questi tempi dove la velocità di certi cambiamenti sembra correre oltre ogni immaginazione. La crisi degli Stati Uniti e della globalizzazione, il mondo unipolare che sta lasciando il posto a quello multipolare, l’ascesa della Cina sulla scena mondiale, la crisi dell’Europa. Lei che idea si è fatto di quello che si potrebbe definire un cambiamento epocale come non si vedeva dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?
Davide Rossi
«Vedo gli Stati Uniti a guida trumpiana decisi al contenimento della crescita della potenza cinese. Dopo decenni nei quali le élite americane ed europee hanno favorito questa ascesa, Washington assume un atteggiamento completamente diverso ed aggressivo verso gli interessi cinesi in giro per il mondo. Le classi dirigenti occidentali hanno spalancato le porte a Pechino.
Mi riferisco a molti fatti, qui ne cito tre.
1- Nel 2001 la Cina viene fatta entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Le barriere tariffarie vengono abbattute e il Dragone viene fatto diventare la fabbrica del mondo. Qui, e nel resto d’Asia, vengono concentrate tante delle produzioni, delle manifatture che prima si trovavano in Europa e negli States.

2- Nell’ultimo decennio l’Unione Europea e gli USA a guida democratica propagandano a più non posso la cosiddetta transizione ecologica, il New Green Deal. Ci viene detto che se gli occidentali non modificano drasticamente il loro stile di vita, questo ci condurrà all’Apocalisse del pianeta. Peccato che la stragrande maggioranza delle materie prime, della tecnologia e del know how necessario a realizzare la transizione siano controllate proprio dalla Cina.
3- La postura bellicista degli Stati Uniti di Biden e degli Stati dell’Unione Europea nei confronti della vicenda russo-ucraina. In questo modo si è gettata Mosca ad un inevitabile abbraccio sempre con la Cina. Si sono recisi drasticamente i legami commerciali, energetici e culturali fra noi e la Federazione Russa che, a quel punto, non poteva che riposizionare i propri interessi ed alleanze verso l’Asia. Di qui il tentativo, per ora vano, di Trump per far terminare la guerra in Ucraina e recuperare i rapporti con Mosca.
Oggi Mosca vende gas ed altre materie prime a prezzi scontati a Pechino. Mi chiedo se i casi citati siano “errori di valutazione” o scelte strategiche. Ricordo che, da sempre, quando la seconda Potenza mondiale cresce fino al punto di avvicinarsi troppo alla prima, di solito finisce in una guerra. Credo che le politiche dell’Amministrazione americana abbiano bene a mente questo dato di fatto».
Lei nel suo libro dal titolo emblematico, punta il dito sul ripetersi quasi con una costante matematica delle cosiddette “ emergenze economiche”, ci vuole spiegare in cosa consistono?

«Le rispondo con le parole del prof. Fabio Vighi (docente all’università di Cardiff in Galles). Nel mio libro lo intervisto: “Siamo entrati a tutti gli effetti nell’epoca del ‘capitalismo emergenziale.” Si tratta di un modello di riproduzione sociale che può essere garantito solo dal graduale irrigidimento autoritario delle nostre istituzioni, che viene giocoforza a rimpiazzare le dinamiche socialdemocratiche o di libero mercato del recente passato (le utopie della piena occupazione, della crescita infinita, del consumismo sfrenato, ecc.).
Le emergenze globali
Al netto di una crescita economica artificiale (da bolle finanziarie), le emergenze globali (epidemiologiche, climatiche, belliche, terroristiche, ecc.) diventano veri e propri strumenti di potere finalizzati a regimentare le popolazioni e il movimento del denaro. Ora, queste emergenze possono essere completamente inventate, provocate artificialmente, o sproporzionate rispetto alla loro reale minaccia.
Non entro nel merito di queste differenze. Piuttosto, indipendentemente dalla casistica, mi pare chiaro che si tratti di situazioni pilotate dall’alto al fine di prolungare l’aspettativa di vita del nostro modello socioeconomico ormai letteralmente spompato.
Ovviamente, chi trae i maggiori vantaggi (o chi s’illude di farlo) dalla distribuzione sempre più grottescamente iniqua della ricchezza e dei privilegi tende a sostenere attivamente gli artefatti emergenziali. Mi riferisco sia al cosiddetto 1% (in realtà più vicino allo 0.01% della popolazione mondiale), che a quella classe media che ancora non ha afferrato che il suo destino è l’impoverimento, insieme all’asservimento alle esigenze di sistema.
È evidente, per esempio, che l’attuale fiammata inflattiva, destinata a durare, abbia un impatto maggiore sulle classi meno abbienti rispetto a quelle medie (mentre non ha alcun effetto, se non benefico, sull’aristocrazia finanziaria). Tuttavia, quelli che ancor oggi si possono dire benestanti, e che dunque non si oppongono alla deriva autoritaria per puro opportunismo, presto toccheranno con mano le conseguenze dell’implosione in atto. Ma probabilmente sarà troppo tardi».
Blackrock, un nome che si sente nominare spesso, ma il cui potere di condizionamento sfugge alla massa dei cittadini. Chi sono e come agiscono questi grandi fondi d’investimento transnazionali veri cavalli di Troia della finanza apolide?
«BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, costituisce il caso simbolo del potere pervasivo e totalitario del denaro. Conta circa 14.000 impiegati sparsi in 30 Paesi al mondo. Nel 2022 ha un patrimonio gestito di 10 trilioni di dollari (diecimila miliardi) in costante aumento. Per poter percepire la portata di ciò di cui stiamo parlando, ricordiamo ancora che il PIL italiano è di 1.8 trilioni di dollari e che il nostro enorme debito pubblico è di oltre 3 trilioni di dollari. Tradotto in termini volgari, BlackRock potrebbe comprarsi l’Italia intera, debito compreso, almeno due volte.
Il deputato liberale tedesco Michael Theurer ha dichiarato alcuni anni fa che “le enormi dimensioni di Black Rock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare”. Il quartier generale è a New York ma i suoi tentacoli arrivano ovunque. Laurence “Larry” Fink, 68 anni, figlio di un commerciante e di un’insegnante di inglese, è l’agente di borsa californiano che nel 1988 ha fondato BlackRock, assieme ad alcuni colleghi e ora ne è il leader indiscusso. Oggi BlackRock è il più grande investitore del mondo e uno che se ne intende come pochi, Warren Buffet, ha detto che “BlackRock è il mercato”. È primo (o al massimo secondo) azionista in 13 delle prime 15 banche europee.
Ed è anche socio strategico nei tre colossi di Big Tech, ossia Apple, Microsoft e Google. La definitiva consacrazione per la “RocciaNera” arriva con l’esplosione della crisi dei mutui subprime nel 2008 quando Timothy Geithner, allora a capo della Federal Reserve di New York, la chiama a sbrogliare la matassa dei titoli spazzatura in pancia a Bear Stearns, grande banca d’investimento, e poi di quelli di Aig, Fannie Mae, Freddie Mac e Citibank. BlackRock diventa lo snodo chiave della crisi.
In successione viene imposta dalla Troika (FMI, BCE e Commissione Europea) a svolgere la stessa funzione per la Banca centrale d’Irlanda, in barba ai grossi interessi che BlackRock ha già in essere in quel Paese. E poi, nel 2011, nella disastrata Grecia e poi Spagna e Olanda».
Lei nel libro parla anche di un argomento spesso sottaciuto dalla grande stampa mainstream, la campagna acquisti straniera in Italia dove importati assetti economici sono stati svenduti e sono finiti in mano estera. Ce ne vuole parlare e se a suo avviso vi è stato un ruolo di” quinte colonne” all’interno dello Stato italiano in questi ultimi decenni per favorire il capitale straniero?
Mario Draghi
«I lockdown, le restrizioni di ogni tipo e genere, l’emergenza della guerra nel cuore dell’Europa e il clima depressivo instaurato dai governi Conte e Draghi hanno costituito un durissimo colpo ad un’economia italiana, già in difficoltà da molti anni. E il frutto di questo colpo, come era prevedibile, è stato colto dagli investitori stranieri che erano e sono pronti ad acquistare l’Italia a tranci.
Come documentato in uno studio da Refinitiv, uno dei più grandi fornitori globali di dati e infrastrutture dei mercati finanziari, nel 2020 i gruppi esteri hanno speso 75,6 miliardi di dollari per acquistare imprese italiane con un aumento del 37% rispetto all’anno precedente. Oltre la metà delle acquisizioni è stata registrata negli ultimi tre mesi dell’anno per un valore di 38,4 miliardi di dollari. E siamo solo all’inizio. Al contempo si registra il rallentamento degli investimenti italiani all’estero.
Solo 12,8 miliardi di dollari nel 2020, con una diminuzione del 34% rispetto al 2019. Al termine di questa mattanza del sistema imprenditoriale, resterà ben poco sotto il controllo italiano.
Fra i Paesi esteri che si stanno comprando l’Italia, la parte del leone la gioca la Francia. Secondo uno studio della società KPMG, tra il 2000 e il 2018, 364 aziende italiane sono state rilevate da player francesi, per un totale di 73 miliardi di euro di controvalore. La ciliegina sulla torta della campagna acquisti francese è stata l’acquisizione di Borsa Italiana. Il mercato dei valori del nostro Paese era, precedentemente, di proprietà del London Stock Exchange e dal maggio 2021 (in piena pandemia e pochi mesi prima del Trattato del Quirinale) è passato ad Euronext, consorzio pan europeo a trazione francese.
L’operazione è stata compiuta anche grazie all’investimento di Cassa Depositi e Prestiti (quindi lo Stato italiano) che ha acquisito il 7,3% e da Banca Intesa. Non possiamo sostenere che ci siano persone che abbiano agito come “quinte colonne” all’interno dello Stato italiano. Possiamo solo constatare che alcuni qualificati politici italiani sono vicini anche al potere francese».
Il “vincolo esterno” in cosa consiste e quanto l’Unione Europea ha pesato sulla deindustrializzazione dell’Italia?
«:Il vincolo esterno, in buona sostanza, è come se si dicesse agli italiani: andate pure a votare, combattetevi l’un l’altro a seconda del vostro partito di riferimento, tanto non serve a nulla dato che sulle questioni di fondo, quelle vere e decisive per le vostre vite, le decisioni vengono prese da organismi sovranazionali di cui voi conoscete a malapena l’esistenza. Al di là di come la si pensi sull’Italia e gli italiani, resta il fatto che con il cosiddetto vincolo esterno si commissaria la democrazia. E questo da almeno trent’anni. Da quel 1992 che è stato l’anno del “Grande Reset” italiano.
In quel 1992 è accaduto di tutto: è iniziata l’operazione Mani Pulite, ossia un vero e proprio rovesciamento del potere statuale attraverso il potere giudiziario, è stato firmato (il 7 febbraio), nella cittadina dei Paesi Bassi di Maastricht, il Trattato omonimo che ha reso sempiterno il vincolo. Il 2 giugno 1992 , in coincidenza (non certo casuale) della festa della Repubblica italiana, si teneva il famoso incontro sul panfilo Britannia, aperto da Mario Draghi.
Lì si esplicitò la liquidazione delle grandi imprese pubbliche del nostro Paese. Lì fu decisa, sancita dagli uomini della finanza angloamericana, la privatizzazione dell’Italia. E, sempre in quel fatale anno, in estate, seguirono le terribili stragi nelle quali furono uccisi i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli uomini e le donne delle scorte. Insomma, è nel 1992 che nasce l’Italia come la conosciamo oggi.
E trent’anni esatti dopo, il governo italiano presieduto da Mario Draghi, l’uomo del Britannia, vara quel piano onomatopeico che va sotto la definizione di PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Un ulteriore e, nelle intenzioni dei suoi creatori, eterno “vincolo esterno”. E che di stringente vincolo si tratti, lo certifica persino il giornale della sempre filogovernativa Confindustria, Il Sole 24Ore: “Il Next Generation EU è teso a “istituzionalizzare un vero e proprio vincolo interno ai Paesi beneficiari.
È un programma di trasformazione (ambientale, digitale e sociale) dei Paesi beneficiari, non già un mero sostegno a questi ultimi.” Infine, la verità vera: “la creazione di un frame work regolativo così strutturato da condizionare i governi nazionali per i prossimi sei anni”».
Dott. Rossi alla luce della guerra in Ucraina che alcuni volenterosi vorrebbero fino alla sconfitta della Russia, al disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato, alla sempre più marcata crisi dell’Ue, quali sono secondo lei gli interessi nazionali dell’Italia e la via per cercare di definirli nel migliore dei modi?
«Di certo i nostri interessi non sono stati tutelati quando si è deciso di sanzionare economicamente la Russia. Sono state misure boomerang che hanno contribuito a provocare un forte rialzo, fra le altre cose, dei prezzi dell’energia. Famiglie e imprese, da quel momento, hanno dovuto far fronte ad importanti aumenti nelle bollette e nel costo del carburante.
I governi ci hanno danneggiato, questo è fuor di dubbio. Io, più che di interesse nazionale, parlerei di interesse dei cittadini semplici, della classe media. La classe dirigente politica è ormai abbondantemente succube di quei vincoli esterni di cui abbiamo parlato prima. Gli interessi che vengono perseguiti sono lontani da quelli della gente comune, ed è quasi sempre stato così. A meno che, da adulti, non si sia disposti a credere ancora alle favolette».

