Europa, il confine tra prudenza e incoscienza
di Lucio Caracciolo - 30/11/2025

Fonte: La Repubblica
Tamburi di guerra rullano in Europa. Il ministro tedesco della Difesa Pistorius avverte che la Russia potrebbe attaccare il suo e altri Paesi Nato prima del 2029. Il cancelliere Merz sostiene che la Germania non è ancora in guerra ma nemmeno in pace. La Bundeswehr lascia filtrare dettagli sulla mobilitazione di 800mila soldati atlantici per arginare l’eventuale aggressione di Mosca.
Nei Paesi scandinavi come nei baltici e soprattutto in Polonia è come se l’invasione russa fosse alle porte. In Francia, Germania, Italia si pianifica il ritorno a qualche forma di leva o riserva rafforzata, malgrado l’impopolarità di tale misura. Nell’emergenza persino i calcoli elettorali sono messi da parte in nome della sicurezza nazionale.
Questo clima non riguarda solo la preparazione delle Forze armate, ma la conversione dell’opinione pubblica alla pre-guerra. Perché lo scontro si combatterebbe in tutti i domini strategici, a partire dalla comunicazione, e coinvolgerebbe in ogni senso la popolazione civile. Soprattutto, condizione della vittoria sarebbe il cedimento del fronte interno nemico prima che la sua sconfitta sul campo. Sotto questi profili, in cui siamo partiti da zero, siamo già in modalità bellica.
Ma qual è il confine tra prudenza, prevenzione del rischio, e innesco di un meccanismo bellico semiautomatico? In altre parole, è possibile che dopo ottant’anni di pace un conflitto devastante investa l’Europa senza che nessuno abbia deciso di scatenarlo davvero? La risposta è sì. La storia delle due uniche guerre mondiali, scaturite sul suolo europeo e — sinistra coincidenza — entrambe con l’Ucraina quale strategico campo di battaglia, informa che la linea d’ombra guerra/pace fu valicata da “sonnambuli” o aggressori inconsapevoli di innescare un conflitto mondiale.
E nei duelli di propaganda e contropropaganda, fino a che punto possiamo scernere disinformazione e realtà? Per tacere degli interessi industriali e finanziari che nell’atmosfera bellicista vedono incentivati programmi di riconversione industriale dal civile al militare.
Molti tra coloro che pubblicamente annunciano imminente l’aggressione russa al fronte orientale della Nato in privato non la danno affatto per probabile, considerando capacità prima che intenzioni di Mosca. Non occorre però una laurea in psicologia per stabilire che a forza di martellare a scopo preventivo l’imminenza della guerra si può finire per crederci. E caderci. Da una parte e dall’altra della barricata. La differenza è che dall’altra parte in guerra ci sono già.
Resta da capire come mai gli europei che temono di finire nel mirino russo siano rimasti ai margini delle negoziazioni informali per chiudere o almeno sedare la guerra di Ucraina. Con ciò contribuendo a convincere russi e americani dell’inutilità di coinvolgerci nei loro commerci semisegreti. Nei quali il futuro assetto di ciò che resterà dell’Ucraina è corollario di una trattativa globale, come d’uso tra potenze che si vogliono mondiali. Sicché la sorte degli ucraini e di noi altri europei sarà funzione di intese o disaccordi tra Washington, Mosca e di riflesso Pechino. Non siamo padroni del nostro destino ma ci raccontiamo di poterlo decidere.
Molto si è discettato negli ultimi anni circa una nuova guerra fredda. Tesi fuorviante, specie dopo che il 24 febbraio 2022 è scoppiata quella calda. La pace europea chiamata guerra fredda era basata sulla deterrenza Usa-Urss, nemici che si conoscevano bene e si riconoscevano reciprocamente titolari d’una sfera d’influenza ben delimitata.
La novità è che oggi Stati Uniti e Russia non sono nemici. Mentre noi europei, fittiziamente riuniti dal crollo del Muro, rispolveriamo memorie e stereotipi che ci vogliono nei secoli opposti gli uni agli altri, fino al punto di ridurci da imperi transcontinentali ad attori non protagonisti. Adattati a subire, non a determinare il nostro futuro.
La questione delle questioni è quindi la seguente: se finiremo in guerra con la Russia gli Stati Uniti scenderanno in campo con noi oppure ci tratteranno come gli ucraini — vi diamo le armi per indebolire i russi, non per batterli? La seconda opzione ci pare meno improbabile. Tempo di avanzare soluzioni negoziali realistiche e impegnative, così volenterosamente partecipando alla prevenzione della grande guerra in Europa.

