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Guerra all’Iran: escalation o disimpegno? L’Amministrazione Trump al bivio

di Giacomo Gabellini - 16/03/2026

Guerra all’Iran: escalation o disimpegno? L’Amministrazione Trump al bivio

Fonte: Analisi Difesa

Nei giorni scorsi, il presidente Donald Trump e il segretario alla Guerra Pete Hegseth hanno rilasciato dichiarazioni perfettamente convergenti nel delineare un “ruolino di marcia” che secondo la loro ricostruzione stava portando gli Stati Uniti a realizzare costanti progressi verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’Operazione Epic Fury, scatenata contro l’Iran il 28 febbraio precedente.

Il 7 marzo, la portavoce della Casa Bianca Anne Kelly ha affermato sul punto che «il presidente Trump e l’amministrazione hanno chiaramente identificato gli obiettivi dell’Operazione Epic Fury: distruzione dei missili balistici e della capacità industriale dell’Iran, demolizione della sua marina, smantellamento della capacità iraniana di armare gli alleati regionale e di ottenere un’arma nucleare. Il regime iraniano è completamente annientato».

A dispetto delle rassicurazioni fornite, la natura delle finalità perseguite dall’amministrazione Trump risultava già in quel frangente però tutt’altro che chiara, come denunciato da ben quattro senatori democratici a margine di un briefing a porte chiuse focalizzato proprio sulla situazione in Iran.

Per Elizabeth Warren, «la situazione è peggiore rispetto a quanto si potesse pensare». Senza contare che «Donald Trump sta trascinando gli americani in questa guerra illegale e incostituzionale senza alcun piano su come porvi fine. Non ha obiettivi dichiarati. Nessuna strategia chiara. Non c’è modo di spiegare che quando raggiungeremo determinati obiettivi, ce ne andremo».

Anche Ed Markey ha lamentato l’assenza totale di strategia volta a impedire che il conflitto degeneri in una catastrofe su scala ben più ampia.

Chris Murphy ha dichiarato che «gli obiettivi della guerra non includono la distruzione del programma nucleare dell’Iran. Questo è sorprendente, dal momento che Trump ha affermano ripetutamente che si tratta di un obiettivo chiave. Ma ovviamente sappiamo già che gli attacchi aerei non possono eliminare il materiale nucleare iraniano».

In secondo luogo, «ci è stato confermato che anche il cambio di regime non è nella lista. Quindi, spenderanno centinaia di miliardi di dollari delle nostre tasse, faranno uccidere un sacco di americani, e un regime intransigente – probabilmente ancora più intransigente e anti-americano – sarà ancora al potere».

Quindi, «quali sono gli obiettivi? Sembra che consistano, principalmente, nella distruzione di missili, navi e fabbriche di droni. Ma la domanda che ci ha lasciati perplessi: cosa succede quando cesseranno i bombardamenti e gli iraniani riavvieranno la produzione? Hanno accennato a più bombardamenti. Cosa che significa, ovviamente, guerra senza fine».

Sullo Stretto di Hormuz, infine, «non avevano alcun piano […]. L’amministrazione Trump non sa come riaprirlo in sicurezza. Il che è imperdonabile, perché questa parte del disastro era 100% prevedibile».

Richard Blumenthal ha invece affermato di essere «più spaventato che mai» dalla concreta prospettiva che gli Stati Uniti procedano con un’invasione di terra dell’Iran.

Un’opzione, quest’ultima, che secondo NBC sarebbe stata presa seriamente in considerazione da Trump, che ha parallelamente disposto il trasferimento di sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot dalla Corea del Sud al teatro mediorientale per far fronte alle crescenti, innegabili – a dispetto delle “sparate” dell’inquilino della Casa Bianca e del suo segretario alla Guerra – difficoltà che le forze statunitensi e le monarchie sunnite del Golfo Persico stanno riscontrando nel contrastare gli attacchi iraniani.

 

La rappresaglia iraniana

Dal  quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein alle basi di Umm Dahal in Qatar, Camp Arifjan in Kuwait, Muwaffaq Salti in Giordania, Prince Sultan in Arabia Saudita e al-Ruwais e al-Sader negli Emirati Arabi Uniti (per non parlare dei siti impiantati in territorio israeliano), i missili e droni iraniani hanno colpito soprattutto sulle infrastrutture di tracciamento missilistico (radar, parabole satellitari, ecc.) che coordinano i sistemi di difesa regionali, nell’ambito di un piano d’azione rivolto a “smontare” pezzo per pezzo il sistema regionale di comando e controllo statunitense.

Il «New York Times» ha pubblicato immagini satellitari che documentano in maniera inequivocabile la portata e il senso della ritorsione iraniana.

In primo luogo, l’Iran ha lanciato verso Israele e i siti statunitensi ondate di droni e missili più “datati” con l’obiettivo di imporre alle controparti elevatissimi livelli di consumo dei preziosi e costosissimi intercettori.

Per l’altro, l’alto comando iraniano ha centellinato provvisoriamente l’impiego dei vettori più moderni, limitandosi in un primo momento a orientarli sulle apparecchiature di rilevamento statunitensi.

Solo a quel punto è scattato il ricorso ai sistemi d’arma più performanti, come si evince dalle dichiarazioni formulate il 3 marzo dal portavoce del Ministero della Difesa di Teheran Reza Talaei-Nik secondo cui «abbiamo la capacità di resistere e di portare avanti operazioni sa difensive che offensive più a lungo di quanto [il nemico] abbia pianificato. Non intendiamo schierare tutte le nostre armi e attrezzature avanzate nei primi giorni di conflitto».

«L’intensità di utilizzo degli intercettori che abbiamo visto negli ultimi due giorni non può essere mantenuta per più di un’altra settimana, probabilmente un paio di giorni al massimo, e poi [gli Stati arabi del Golfo Persico, NdA] cominceranno a sentire il peso della carenza di munizioni», ha dichiarato Fabian Hoffmann, esperto di missilistica presso l’Università di Oslo, al Wall Street Journal lo scorso 2 marzo.

Le stesse monarchie sarebbero esercitando forti pressioni sugli Stati Uniti per ottenere il prima possibile rifornimenti di intercettori, imbattendosi tuttavia, sostiene «Middle East Eye» sulla base delle rivelazioni di un funzionario statunitense, nell’“ostruzionismo” dell’amministrazione Trump. La fonte sostiene che gli Stati del Golfo Persico «si troverebbero in difficoltà se si aspettassero nuove forniture di intercettori. Qualunque sia la quantità di munizioni prodotta negli ultimi due mesi, in questi giorni abbiamo esaurito la produzione di diversi anni».

Il risultato è un ulteriore degradazione delle riserve strategiche di intercettori per i sistemi Thaad e Patriot, già significativamente intaccate dalle continue consegne all’Ucraina, dalle fallimentari campagne militari in Yemen e dalla Guerra dei 12 Giorni combattuta nel giugno del 2025.

Alcune valutazioni stimano che, in quel breve lasso di tempo, gli Stati Uniti abbiano consumato il 25% delle riserve totali di missili Talon per il sistema THAAD (costo: 15,5 milioni di dollari l’uno) e di una quota parimenti consistente delle scorte di intercettori Sim-3 (costo: 12,5 milioni di dollari l’uno).

Secondo il Center for Strategic and International Studies (Csis), a dicembre 2025 gli arsenali statunitensi contenevano 534 intercettori Talon e 414 Sm-3.

La situazione relativa ai Patriot sarebbe significativamente migliori, con Lockheed Martin che ha raggiunto una produzione di 600 intercettori PAC-3 (costo: 3,8 milioni l’uno) all’anno, ma si tratta di intercettori molto meno performanti rispetto ai THAAD e agli Sm-3, bisognosi di tempi di produzioni molto più lunghi.

«Non è possibile sostituire questo tipo di missili da un giorno all’altro. Ci vogliono anni», ha affermato Kelly Grieco dello Stimson Center. A suo avviso, «se gli Stati Uniti dovessero utilizzare gli intercettori durante l’attuale guerra con l’Iran allo stesso ritmo della Guerra dei 12 Giorni, consumerebbero metà del loro intero arsenale di intercettori in quattro o cinque settimane», con conseguente trasferimento di sistemi di difesa aerea da altri teatri operativi in cui si verrebbero a creare pericolose lacune.

Qualora la guerra con l’Iran finisse invece per prolungarsi per diversi mesi e il tasso di utilizzo degli intercettori da parte degli Stati Uniti si attestasse a livelli paragonabili a quelli toccati durante la guerra dei 12 Giorni, «gli Stati Uniti potrebbero ipoteticamente esaurire l’intero arsenale di intercettori».

Anche le scorte di missili da crociera Tomahawk sono state pesantemente intaccate, creando una carenza critica con cui la marina militare statunitense «sarà chiamata a convivere per diversi anni a venire», ha dichiarato al Financial Times una fonte interna all’amministrazione Trump.

L’amministrazione Trump ha consumato “anni” di munizioni critiche dall’inizio della guerra con l’Iran, hanno detto tre persone a conoscenza della questione, alimentando le preoccupazioni per l’aumento dei costi del conflitto e per la capacità degli Stati Uniti di rifornire le proprie scorte. Il rapido esaurimento delle armi include missili Tomahawk avanzati a lungo raggio, hanno detto alcune persone.

Sul punto, Antony Blinken, segretario di Stato sotto l’amministrazione Biden, ha espresso valutazioni molto preoccupate. A suo avviso, «Trump potrebbe teoricamente dichiarare vittoria domani e affermare che il regime ha subito gravi danni, che le forze missilistiche, il programma nucleare e la marina sono stati gravemente colpiti, e poi interrompere le operazioni. Ma che senso avrebbe tutto questo?

Gran parte delle infrastrutture e dei sistemi d’armi distrutti possono essere ripristinati. E senza cambiare il sistema di gestione del regime stesso, cosa che al momento non sembra accadere, si corre un rischio enorme».

Blinken ha quindi aggiunto che: «gli iraniani ci hanno costretto a utilizzare già adesso molti intercettori per la difesa o addirittura missili offensivi per distruggere i loro lanciatori. Non conosco le cifre esatte, ma queste risorse non sono infinite. I tempi di produzione sono molto lunghi. E, naturalmente, in molti casi, utilizziamo sistemi d’arma molto costosi per abbattere droni del valore di 20.000 dollari. Si tratta è una pessima formula economica se la situazione si protrae a lungo».

C’è poi un altro aspetto, fondamentale, a preoccupare Blinken: «potremmo intaccare il nostro arsenale a tal punto da rendere necessario molto tempo per ricostituirlo. E questo ci collocherebbe in una posizione di svantaggio rispetto, ad esempio, alla Cina o alla Russia».

 

Lo scoop del Washington Post

Le preoccupazioni espresse dal fronte democratico risultano avvalorate dal contenuto di un rapporto classificato redatto dal National Intelligence Council e consegnato al presidente Trump una settimana prima che Stati Uniti e Israele scatenassero l’attacco congiunto contro l’Iran. Ne ha scritto il Washington Post basandosi sulle confidenze rese da tre alti funzionari statunitensi, secondo cui il documento tratteggiava due scenari che si sarebbero potuti concretizzare in seguito a una campagna militare mirata contro gli esponenti verticistici dell’apparato istituzionale iraniano.

In entrambi gli sviluppi ipotizzati dagli specialisti in forza al National Intelligence Council, «l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei applicando una serie di protocolli volti a preservare la continuità del potere. La prospettiva che la frammentata opposizione iraniana assuma il controllo del Paese è qualificata all’interno del documento come “improbabile”».

L’analisi del National Intelligence Council, lo stesso che nel marzo 2025 (tre mesi prima dello scatenamento della Guerra dei 12 Giorni da parte di Israele e della contestuale Operazione Midnight Hammer statunitense) aveva confermato la refrattarietà dell’Iran a dotarsi dell’arma nucleare, risulta pienamente avvalorata dalla nomina a Guida Suprema di Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio di Ali Khamenei e figura decisamente sgradita al presidente Trump perché reputata assolutamente disfunzionale agli interessi statunitensi.

Ma soprattutto, la fuga di notizie di cui ha beneficiato il «Washington Post» palesa una volontà interna all’ufficio diretto da Tulsi Gabbard di smarcarsi dalle deliberazioni della Casa Bianca, che di fronte alla conclamata indisponibilità della classe dirigente iraniana a piegarsi alle richieste statunitensi si trova costretta a rilanciare per non perdere la faccia.

 

La “Dottrina Tump” e la prospettiva dell’escalation

Quella venutasi a configurare in Iran è una situazione che evidenzia tutti i (colossali) limiti della cosiddetta “Dottrina Trump”. Lo scorso giugno, durante una festa del Partito Repubblicano tenutasi in Ohio, il vicepresidente Jd Vance ne tratteggiò i contorni, articolandola in tre capisaldi fondamentali: definire l’interesse statunitense; esercitare una forte pressione diplomatica per perseguirlo; ricorrere all’opzione militare una volta appurata l’inefficacia dell’azione diplomatica.

Secondo Vance, la “Dottrina Trump” era stata plasticamente applicata proprio nei confronti dell’Iran, durante la Guerra dei 12 Giorni: gli Stati Uniti intendevano impedire alla Repubblica Islamica di dotarsi dell’arma nucleare, e hanno coerentemente avviato una aggressiva campagna diplomatica nei confronti di Teheran, fallita la quale sono passati alle maniere forti avvalendosi, per citare Vance, di «una potenza militare schiacciante per risolvere il problema e ritirarsi prima di essere risucchiati in un conflitto prolungato».

«Comprendo assolutamente – ha dichiarato il vicepresidente – la frustrazione dei cittadini statunitensi che sono esausti dopo 25 anni di coinvolgimenti stranieri in Medio Oriente. Capisco la preoccupazione, ma la differenza è che in passato eravamo in balia di presidenti inetti, mentre ora abbiamo un presidente che sa davvero come raggiungere gli obiettivi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Uno scontro con l’Iran non si trasformerà in un conflitto lungo ed estenuante».

L’impossibilità di conseguire una “vittoria rapida” apre inesorabilmente il varco all’escalation, come sottolineato dallo storico e specialista di questioni strategiche Pierre Razoux dinnanzi alla Commissione Affari Esteri del Senato francese.

A suo avviso, un’implosione in tempi brevi dell’apparato istituzionale iraniano è da escludere, così come una pubblica ammissione di fallimento da parte dell’amministrazione Trump prodromica al ritiro degli Stati Uniti dal conflitto e al sostanziale “abbandono” di Israele. «Posso immaginarlo nel medio termine, ma non nel breve termine», ha dichiarato Razoux. Anche una ripresa dei negoziati è altamente improbabile, come testimoniato dalle dichiarazioni rilasciate sul punto dal ministro degli Esteri iraniano Araghchi che ha rilevato come l’attitudine degli Stati Uniti ad attaccare la controparte a trattive in corso stia ormai trasformandosi in una prassi operativa consolidata.

Per lo storico francese, la riattivazione dei negoziati è possibile «solo se gli Stati Uniti fanno il primo passo e offrono una concessione significativa agli iraniani». Difficile aspettarselo, a pochi mesi di distanza da elezioni di medio termine che si preannunciano molto problematiche e con diversi soldati statunitensi caduti sul campo di battaglia nell’ambito di un conflitto a cui la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica interna guarda con grande ostilità.

Secondo Razoux, è molto probabile che la situazione si evolva in un impantanamento degli Stati Uniti, previa escalation del conflitto che l’amministrazione Trump è indotta a ricercare per “salvare la faccia”.

Quando una campagna militare che si riteneva di poter condurre con successo entro precisi vincoli temporali non produce gli effetti sperati, i decisori politici subiscono forti pressioni a dimostrare la propria risolutezza, e quindi a rilanciare. Incaricano così i vertici delle forze armate di elaborare nuovi piani d’azione finalizzati al conseguimento di obiettivi sempre più ambiziosi, trasformando un’operazione limitata nello spazio e nel tempo in uno sforzo prolungato e geograficamente molto più esteso.

Lo schema si è declinato precisamente durante la Guerra del Vietnam, quando, di fronte alla conclamata incapacità di sopraffare i combattenti facenti capo al Vietminh, le amministrazioni Johnson e Nixon ampliarono gradualmente il raggio dei bombardamenti sul nord del Paese e sui suoi vicini.

L’Operazione Rolling Thunder, protrattasi dal marzo 1965 al novembre 1968, vide le forze aeree statunitensi scaricare sul Vietnam del Nord circa 900.000 tonnellate di bombe.

Nel momento in cui divenne evidente che la distruzione sistematica di reti logistiche, porti, impianti petroliferi, difese aeree, ecc. non stava provocando il collasso della resistenza vietnamita, i decisori statunitensi espansero il perimetro delle aree da sottoporre a bombardamento ricomprendendovi Laos e Cambogia. Nell’ambito delle Operazioni Barrel Roll, Steel Tiger e Freedom Deal, gli Stati Uniti riversarono su questi due piccoli Paesi un ammontare di bombe superiore a quello impiegato durante l’intera Seconda Guerra Mondiale.

Ogni tornata di escalation puntava a incrementare la pressione sulle autorità di Hanoi fino a indurle alla capitolazione, senza tuttavia culminare con l’atteso crollo politico del nemico.

Al contrario, l’insurrezione guidata da Hồ Chí Minh e Võ <em s