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Hillman, i miti e gli dei

di Marcello Veneziani - 17/03/2026

Hillman, i miti e gli dei

Fonte: Marcello Veneziani

Cent’anni fa ad Atlantic city nasceva una delle rare guide del nostro tempo: James Hillman, psicologo e psicoterapeuta, originale seguace di Jung, tradotto e seguito in tutto il mondo. Riportava la nostra mente al mito, agli dei, all’infanzia, scoprendo nel nostro inconscio non solo quel che scende giù in cantina, nei recessi profondi e oscuri delle pulsioni del subconscio, ma anche quel che sale in terrazzo, alla luce del sole e va alla ricerca del cielo. Ne abbiamo parlato ieri in un convegno a Catania dedicato a lui, a “L’immaginazione che cura” e alla sua “psicologia archetipica”, coordinato da Riccardo Mondo.
Mi accorsi alla sua morte, avvenuta nel 2011, di aver letto e annotato tante sue opere, più di quante io pensassi; oggi ne ho contate nella mia biblioteca una trentina. Non mi interessava, se non di riflesso, la sua psicoterapia ed ero diffidente, lo confesso, per il suo successo mediatico, transatlantico per così dire, che lo faceva apparire come un guru della new age, assai seguito da una platea variegata di lettori, anzi di followers. Anche se le sue opere, in Italia, sono pubblicate in gran parte da Adelphi, che non può essere considerato un editore pop.
Sulla psicanalisi confesso di condividere l’ironia di Karl Kraus quando diceva, probabilmente pensando al suo concittadino Sigmund Freud, che “la psicoanalisi è quella malattia mentale di cui ritiene di essere la terapia”. Ma oltre il gusto del paradosso e della boutade, bisogna poi distinguere i versanti proficui della psicologia analitica da quelli inutili o deleteri. E Hillman, come Jung, appartiene largamente ai primi. Ma non era il suo successo mondano a spingermi verso le sue opere, semmai ad allontanarmi o ad alimentare qualche riserva. Mi avvicinai a lui perché amava e citava autori a me cari, come Plotino, Marsilio Ficino e Vico, ma anche Platone e le grandi tradizioni antiche. Autori peraltro incontrati anche da Jung. Non so quanto Hillman li abbia letti e studiati, ma è già importante che li abbia ritenuti i precursori della sua ricerca.
Dedicandomi allo studio del mito in un saggio di una decina d’anni fa, ritrovai Hillman, a cui poi dedicai un ritratto nel volume Imperdonabili. Con lui il mondo si ripopola di miti e l’anima trasloca dal seminterrato del subconscio ai cieli di Platone. Il mito è assunto da Hillman come terapia per uscire dalla gabbia dell’io, dalle sue paure e inquietudini ed entrare in un più grande e fascinoso universo, riportando i problemi individuali agli archetipi, agli dei, ai modelli generali e culturali, all’immaginazione e alle energie che muovono il cosmo e il nostro microcosmo. Echeggiando Jung “Un uomo senza mitologia è un fenomeno puramente statistico”. Anche l’arte trae spunto dal mito, ma la sublimazione creativa è importante anche per recuperare la salute della mente. Parafrasando Jung, i miti negati si trasformano in malattie. Hillman traduce l’osservazione junghiana in positivo: il ritorno ai miti diventa con lui una cura per affrontare e fugare molte malattie del nostro tempo. Ci sono malattie covate all’ombra dei miti ma anche guarigioni propiziate tramite il ritorno al mito. Così Hillman compiva il percorso inverso di Jung: questi aveva viaggiato dalla mitologia alla psicopatologia mentre Hillman affrontava il viaggio di ritorno scorgendo nelle nostre malattie, nella depressione dei nostri giorni, l’assenza degli dei e la perdita del mito. Hillman cercava le tracce del sacro e del mito, al di là della religione cristiana e oltre l’umanismo, ridotto nella modernità a soggettivismo.
Nel declinare delle religioni e della filosofia, Hillman concorreva alla riscoperta dell’anima e del suo codice nei nostri giorni spaesati e disanimati. Ritrovava i nessi misteriosi con la mente e con l’universo; anima mundi, direbbe Hillman, riecheggiando la tradizione platonica. L’anima, per il neoplatonico Hillman, non è dentro di noi, ma noi siamo dentro l’anima, che ci circonda come un alone e ci pone in relazione con il mondo, popolato di dei. Nell’epoca dell’individualismo senza porte e senza finestre lo junghiano Hillman scopriva i legami col mondo e con “l’inconscio collettivo”, quasi un noi comunitario che abita nel cuore dell’io dalle sue origini e offre una via d’uscita alla disperata solitudine dell’Occidente. Un mondo popolato di presenze spirituali e musicali, di angeli e di dei, e di consonanze profonde con i propri simili, che consentono di risalire dal diffuso egocentrismo patologico dei nostri tempi, in preda al narcisismo di massa e all’isolamento molecolare, mascherato oggi nei mezzi tecnologici. Hillman riapriva il rapporto del sogno con la veglia, il mito e l’alchimia e viaggiava con gli archetipi alle origini del mondo e della psiche.
L’invisibile non nasce dall’alienazione ma, al contrario, l’alienazione sorge dalla perdita del contatto con l’invisibile. E dunque si riapre il campo del mito, del rito, del simbolo, del sacro. Perdiamo qualcosa di essenziale della nostra vita e della nostra mente quando volgiamo le spalle all’invisibile. Un percorso che riconduce ancora a Platone e a Plotino, all’umanesimo e a Vico. L’inconscio torna a essere la caverna platonica e nei recessi profondi della psiche abita il Mistero, la casa divina, i miti, che ispirano la nostra vita quotidiana e le nostre idee. Dobbiamo a Hillman anche la riscoperta del puer aeternus che è dentro di noi e anima la nostra recondita fanciullezza; ma anche, all’inverso, troviamo nei suoi scritti il saggio disporsi alla vecchiaia, come fruttuosa condizione per scoprire altri universi negati al tempo della gioventù. Si pensi al suo saggio dedicato alla Forza del carattere, in cui si sofferma sulla condizione senile: “La vecchiaia deve avere i suoi dei, così come l’infanzia e la giovinezza hanno i loro protettori”. Mutano con l’età le pretese, le scoperte e le promesse, ma ci sono pure nell’età senile. Anche da vecchi bisogna “fare anima”, come ripete Hillman citando un celebre passo di John Keats.
Nella sua opera assume un ruolo centrale la bellezza, fondamento non solo del senso estetico ma anche del senso civico, della sensibilità spirituale e dell’apertura al mondo e agli altri. La bellezza per Hillman è essenziale per fondare la politica e nella cura della città; alla politica della bellezza dedicò un bel saggio edito in Italia da Moretti & Vitali. La bellezza instaura un rapporto vitale con il cosmo e con il divino. Hillman apre anche scenari impensati, come il riconoscimento della guerra, a cui dedicò un’opera, “Un terribile amore per la guerra”; che è per lui una dimensione inestinguibile dell’umanità e delle forze che muovono il mondo (conflitto e concordia, direbbe Empedocle), appartiene alla nostra anima e non finirà fino a che gli dei non se ne andranno. E poi l’Amor fati, caro agli stoici e agli antichi, a Nietzsche e a Simone Weil, l’amore del destino e la convinzione che nulla avvenga per caso; perfino la depressione può essere una prova, iniziatica o solo esistenziale, per raggiungere stati superiori. Non so se Hillman sia stato un maestro e una luce nel buio di un’epoca votata al primato della tecnica e dell’economia, ma è stato una guida e ha acceso un faro per cercare altri sentieri oltre i percorsi prescritti che portano alle autostrade del conformismo.