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L’Impero affonda fra le guerre

di Salvo Ardizzone - 17/03/2026

L’Impero affonda fra le guerre

Fonte: Italicum

Così colui, del colpo non accorto, / andava combattendo, ed era morto

Premessa

 Maria Matteo Boiardo, nell’Orlando Innamorato, descriveva così un saraceno colpito dal paladino; l’azione continuava per inerzia malgrado la vita fosse cessata. È un paradosso, certo, ma perfettamente rappresentativo degli USA odierni, che continuano a guerreggiare - altro non sanno né possono - staccati dalla realtà che rifiutano. Non si capacitano di come il mondo stia cambiando, anzi, sia già cambiato, e non sono strutturalmente in grado di comprenderlo perché la negazione dell’altro da sé, della sua dignità, del suo stesso diritto d’esistere è irrinunciabile parte di essi. Figurarsi accettare che è il loro mondo ad essere agli sgoccioli.

 Le convulsioni dell’Impero

 Ormai da anni, le nazioni fuor da Occidente hanno intrapreso vie proprie, hanno sempre meno timore della deterrenza degli USA e sempre meno riconoscono la loro egemonia, con ciò costringendo lo Zio Sam al continuo esercizio della forza nel tentativo di mantenersi a un vertice da cui scivolano via. Il che, Storia insegna, è segno di debolezza e non di forza, è annuncio di prossimo tracollo non di trionfo. E a chi subisce il fascino dell’asserita potenza americana, ricordo che, dallo studio delle vicende umane, tentare di trattenere l’egemonia con l’uso della forza è ossimoro, è contraddizione infinite volte emersa nei secoli perché, se è vero che l’egemonia può essere raggiunta con la guerra, può essere mantenuta nel tempo solo se riconosciuta tale dai soggetti verso cui è rivolta; in caso contrario, è solo fonte di scontro che esaurisce. Esattamente ciò che, piaccia o no, avviene oggi.

Beffardo destino di un impero che si pensava l’ultimo possibile, vincitore della Storia, che dopo solo un pugno d’anni è contestato e traballa. È vero che i cicli storici si sono accelerati, quantomeno nella percezione di chi li vive, ma l’evidente fallimento dell’impero a Stelle e Strisce sta in se stesso, nelle sue stridenti contraddizioni, nel fatto che lucra a più non posso sulle sue criticità, divorando se stesso anche in tempi di guerra (vedasi dinamiche e utili del comparto militare-industriale - solo apparentemente richiamato all’ordine da un Trump che si vede all’angolo – e quotazioni e guadagni stratosferici di high-tech e colossi della finanza, divenuti i veri padroni della macchina federale).

E che gli USA siano impero destinato a rapido tracollo sta nella loro incapacità d’adattamento, qualità essenziale a chi ambisce di proiettarsi nel tempo. Come detto in altre occasioni, attitudine massima dell’impero degli imperi, Roma, che, assimilando i fenomeni storici, culturali e sociali dei tempi che attraversava, si adattava ad essi rigenerandosi, facendoli “romani”. Ma capacità del tutto sconosciuta a Washington che, somma ironia, fra tutti i pretendenti di Roma se ne professa l’erede autentica, senza aver nulla compreso di essa.

Resta il fatto che il compulsivo impiego della forza, invece di scongiurarlo, accelera il collasso, per il consumo abnorme di risorse d’un sistema che è da tempo in crisi, e perché le sue continue guerre a-strategiche sono un incentivo alla reazione degli altri attori, non più disposti ad assoggettarsi. Così la bulimia di conflitti a Stelle e Strisce suscita i nemici e li compatta, mentre frantuma un fronte interno stanco, che vorrebbe lo Zio Sam concentrato sulle proprie piaghe. Anche questo impossibile ossimoro d’un sistema costruito come parassitario, che, o si proietta sul mondo per rapinarne le risorse, o implode.

Con l’elezione di Trump molti hanno pensato e detto che gli USA avrebbero cambiato registro, commettendo l’errore, infinite volte reiterato nella Storia, di personificare una fase storica, di scambiare una rivolta per una rivoluzione in grado di mutare un sistema che modificabile non è. Una rivolta, per quanto ampia, come quella che il Tycoon newyorchese s’è intestata (intestata, certo cavalcata, non determinata, meno che mai ideata), un sistema può anche abbatterlo, demolire le basi del potere pregresso – lo ha fatto e lo sta facendo – non certo sostituirlo con un altro di segno inverso capace di durare.

Non è una rivoluzione perché non ne ha i crismi: non è in grado di mutare gli assetti politici, economici, sociali e culturali, perché agisce all’interno dello stesso orizzonte, quello dell’American Dream di cui sostiene d’essere la vera interprete. Chi pensa sia un’autentica rivoluzione, lo fa perché concepisce (e si concepisce) solo all’interno dell’Occidente quale oggi è divenuto: America, con il suo portato, con le sue contraddizioni e diverse declinazioni, ma sempre America. Con la sua inevitabile crisi determinata dal non poter essere che se stessa.

Piaccia o no a tanti “occidentali d’Europa”, resi americani nell’anima da tre generazioni abbondanti di propaganda targata Star and Strips, liberal e conservatori sono le stesse facce d’un medesimo sistema abbondantemente traboccato nelle terre dello spazio geograficamente europeo. Province, oggi neglette, dell’impero europeo dell’America oggi in liquidazione nella doppia versione NATO e UE.

Gli USA non vogliono più partners, neanche di facciata, vogliono solo strumenti da usare a piacimento e gettare. Vassalli degradati a servi, da spremere per mantenere il nucleo d’un impero sempre più in affanno. Del resto, a pensar bene, l’unico alleato paritario che abbiano concepito è Israele. Anzi, anche più. E per molteplici, crescenti ragioni.

 Il fu Egemone al guinzaglio

 In altre occasioni ho ragionato sui motivi della manifesta soggezione degli USA ad Israele, ma qui giova ricordarli stante il livello cui è giunta. Non si tratta semplicemente della sempre additata Israel Lobby, citata come un mantra che spiegherebbe tutto, o degli eterni Neocon, incistati trasversalmente in tutti i gangli del potere. Congreghe potenti, certo, negli ultimi anni divenute potentissime, ma che da sole non basterebbero a motivare compiutamente la deriva odierna: si tratta di spezzoni di establishment che possono muovere la macchina federale, condizionarla, ma da soli non basterebbero. A essi s’è aggiunta una leva dalla forza incalcolabile: la religione. Le sette evangeliche americane, i cristiani sionisti, i più feroci sostenitori di Israele (assai più della diaspora americana, divisa nel sostegno a Netanyahu e al suo governo) costituiscono il 25% della popolazione adulta statunitense e rappresentano il gruppo di pressione politica di gran lunga più potente, neanche lontanamente paragonabile agli altri. E diviene sempre più rilevante.

La Fondazione per la libertà religiosa dei militari sta ricevendo centinaia di denunce da soldati, talvolta da interi reparti, che lamentano d’essere stati arringati dai loro comandanti sul come la guerra all’Iran sia un disegno di Dio, e che Trump sia stato scelto da Gesù per provocare ciò che porterà all’Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla terra. Inutile spendere parole su simili deliri, del resto, il grottesco video di Trump, riunito nello Studio Ovale con una ventina di leader evangelici che lo “benedicevano” imponendogli le mani, la dice tutta. Una sorta di “Gott mit uns” a uso interno, dimenticando che, stando alla Storia, proclamarlo ha portato notoriamente sfiga.

Fatto è che quelle masse ideologizzate – meglio, secondo evidenza fanatizzate – hanno dato un’irresistibile leva elettorale a Israel Lobby e Neocon, da sempre abituati ad agire nelle stanze del potere, ma che oggi possono contare su un’impareggiabile riserva elettorale e una massa critica di consensi difficilmente eguagliabile. Se a tutto questo si unisce quanto emerso dagli Epstein-Files, i più “interessanti” dei quali è più che lecito supporre si trovino negli uffici del Mossad a Tel Aviv, è bell’e spiegato l’altrimenti bizzarro quadro degli USA docilmente portati a guinzaglio da Israele. Anche quando ciò significa bombardare i loro interessi e fare l’esatto opposto di quanto dichiarato urbi et orbi nei documenti ufficiali (National Security Strategy e National Defense Strategy su tutti). Illuminanti in tal senso sono le dichiarazioni di Tucker Carlson, che ha incontrato diverse volte il Tycoon prima del conflitto per tentare di spiegargli che la guerra all’Iran non era negli interessi degli USA, sentendosi rispondere che aveva ragione su tutto ma che lui non aveva scelta.

 Addio all’Era Colombiana

 Nel mondo d’oggi, i blocchi di paesi sono svaniti, destrutturati dalle mutate condizioni. In terra d’Occidente, le attuali leadership politiche da molto tempo non sono aduse a pensiero strategico, ovvero, a considerare e definire i propri interessi nazionali, meno che mai a provare a perseguirli nella realtà che le circonda, oggi le assedia; in sintesi: in ottant’anni non sono divenute adulte. Nelle temperie odierne sono smarrite e nutrono forte rimpianto dell’era precedente, quando i paesi dello spazio europeo erano ben felici di starsene adagiati in una doppia gabbia, NATO e UE, lasciando ad altri il compito di pensare. Trionfo del vincolo esterno di cui l’Italia è stata ed è massima esponente. Vincolo che oggi li trascina tutti a fondo in nome di dinamiche lontane (difficile chiamare un suicidio interesse). Comunque estranee, ma tant’è.

Il punto è che oggi non vi sono più blocchi organici, si naviga a vista – chi sa farlo – in acque zeppe di secche e scogli, mentre infuria la tempesta d’un cambiamento egemonico, di più, geopolitico di portata epocale. Esercizio proibitivo per chi s’illude di scansare decisioni scomode, d’accodarsi, rimanendo all’ombra d’un Egemone in crisi esistenziale. Peggio che imprevedibile, perché una strategia non l’ha nemmeno per sé.

Molti, sperduti nel cambiamento, proiettano le proprie categorie – e limiti – mentali sul mondo che oggi bussa alle loro porte fino a sfondarle. Un mondo che, prima che cambiato, è semplicemente diverso e oggi non si può più ignorare. Alle volte, confusi, favoleggiano di sedicenti blocchi alternativi che accusano – sommo orrore – di revisionismo, di voler ribaltare l’antico ordine che vede gli USA al centro - i BRICS su tutti, da anni divenuti una sorta di mantra – rinunciando a comprenderne la natura. Quello è un tavolo a cui si gioca una partita diversa, per adulti, per chi sa cosa vuole e intende realizzarlo, nel caso trattando a muso duro, ma al di fuori di condizionamenti terzi (leggi USA o qualsiasi altro preteso Egemone). È consigliato astenersi a chi pensa di trovare una nuova scia a cui accodarsi. È gioco per maggiorenni emancipati, che vogliono metter su casa propria, non comune. Semmai, i BRICS, a qualcosa del genere s’apprestano ad arrivare spinti dalla follia del fu Egemone, impazzito sulla via del declino. Non prima.

Come detto, quello che s’apparecchia è mutamento egemonico, ma non nel senso che al vecchio Egemone globale se ne sostituirà un altro. Questo è uno schema mentale tutto occidentale, scolpito dalle tre generazioni abbondanti di sudditanza. La storia che la Cina ambisca al trono supremo è fola aliena a una cultura che da millenni si pensa già centro di un mondo che percepisce come altro da sé. Semplicemente non le interessa, non sparerebbe un colpo per questo, come non l’ha sparato nel corso dell’intera sua ascesa. Sua. Perché nessuno le ha regalato nulla.

Se si guarda la Storia, evitando di schiacciarsi sulla cronaca, e non la si inquina con le categorie del presente, attitudine assai comune nell’indagine occidentale, si vede che per circa cinquecento anni il centro del mondo è stato centrato fra le due sponde dell’Atlantico, con buona pace di Mackinder e della sua Isola Mondo. Fu, perché fu, più non è, l’Era Colombiana. Gli Egemoni si succedevano fra i soggetti che gravitavano al suo interno, controllando la porzione di pianeta che potevano impiegando mezzi e schemi dei tempi che attraversavano; a quel vertice si sono succeduti Spagna, Olanda, Regno Unito, infine USA.

La novità, per nulla metabolizzata in terra d’Occidente, è che il centro del mondo è scarrellato nell’Indo-Pacifico. Appena qualche anno fa, su queste pagine, ho affrontato il tema e, da allora, la situazione reale è, semmai, più netta. Per la prima volta, in cinque secoli, alla ribalta del pianeta s’affaccia un soggetto capace di primeggiare su scala globale allo stesso gioco dell’Occidente, senza appartenere a quel quadrante di mondo. Un soggetto che ha imparato a usare gli strumenti della Globalizzazione meglio di chi li ha inventati, che ha ripudiato la tossica propaganda sottesa all’Universalismo in nome della cultura propria (peraltro plurimillenaria), che ha respinto le pretese dell’Imperialismo per realizzare i propri interessi nazionali.

Non solo: la Cina non è un fenomeno isolato ma apripista della più dinamica e vitale parte di mondo che – piaccia o no sulle rive del Potomac – ha indissolubilmente integrato nella propria catena del valore. Vani i tentativi di spezzare quei legami che Washington reitera da anni, per i soggetti dell’area equivarrebbe a suicidare le proprie economie. E, con esse, le nazioni.

La Cina è oggi un gigante, cresciuto “nascondendo la propria luce e lavorando nell’ombra” - come recita un celebre aforisma di Deng Xiao Ping - che oggi reclama un posto nel mondo coerente alla stazza acquisita sul campo. Un mondo che non ha nessuna intenzione di dominare secondo prassi americana, ma da cui non intende subire alcuna imposizione: impensabile sarebbe oggi un novello Commodoro Perry che pretenda d’imporre a cannonate le regole americane, come avvenne col Giappone a metà dell’Ottocento. Meno che mai una rinnovata umiliazione di nuove Guerre dell’Oppio adattate ai tempi.

Nei giorni odierni, la ripetizione di quanto fatto dagli Stati Uniti all’Impero del Sol Levante, posto dinanzi al bivio d’essere strangolato da sanzioni – eterno refrain di Washington – o intraprendere una guerra disperata dalla conclusione tragica, è semplicemente impraticabile con Pechino. Lo stesso fu Egemone, sebbene in preda a irrazionale raptus distruttivo, esita allo scontro perché l’intuisce ormai fuori portata. Potenzialmente esiziale se intrapreso. L’obliterazione della massima potenza asiatica, come fatto col Giappone nel 1945, e dopo, con un’occupazione che ne ha distrutto l’anima, è ormai del tutto improponibile.

 Il nuovo ordine che si sta strutturando

 Tutto ciò non significa che, col tracollo dell’Egemone nordamericano, ne succeda un altro con gli occhi a mandorla. Il mondo non si sta ridisegnando così. Ciò che sta emergendo dalla sbornia globalista e universalista è la categoria degli Stati-Civiltà. Su queste pagine ne ho parlato spesso, qui ripeto che sono potenze la cui influenza si estende più in là delle proprie frontiere, modellando il proprio estero vicino. Hanno idea di sé, del proprio “stare nel mondo”; dispongono di cultura capace d’unire popolazioni diverse, cultura che per sua profondità ha retto l’urto dell’Universalismo; per questo hanno identità distinte, non sovrapponibili alle altre, non negoziabili.

Sono capaci d’articolare strategia espansiva su vasti territori che tendono a “ordinare” secondo regole proprie, con peculiari gestioni delle risorse e delle economie che travalica di gran lunga l’economicismo. Insomma, hanno una visione che declinano secondo Geocultura, Geostrategia e Geoeconomia proprie. Con ciò possedendo tutti gli ingredienti di una sovranità compiuta, basata su sostanziali valori non negoziabili – volutamente lo ripetiamo – desunti dalle rispettive tradizioni per come da esse (e in esse) articolati e stratificati nel corso della Storia. Vedi caso, non v’è alcun esempio di essi in terra d’Occidente.

In questa ottica, è interessante la teoria che già alcuni anni fa aveva avanzato il politologo Sergej Karaganov, esponente di punta dell’eurasismo russo; nel 2017 scrisse che il vecchio ordine mondiale era distrutto e se ne intravedeva uno nuovo da costruire; un ordine che definiva “debolmente bipolare”, con un centro aggregato attorno a Washington e un altro in corso d’aggregazione rappresentato dalla “Grande Eurasia”, che avrebbe avuto Pechino come leader economico ma non egemone, perché bilanciato da Mosca, Delhi, Teheran, Tokyo e altri soggetti.

In questo schema s’intravedono due elementi essenziali che sfuggono a occhio occidentale: il primo è che l’economia è tanto ma non tutto; alla fin fine, in uno stato vero, è la politica che fa sentire la sua voce e detta la via. Almeno nelle nazioni non occidentalizzate, che sfuggono a visione strettamente economicista, i cui limiti sono oggi sotto gli occhi di tutti. Il secondo, ha anticipato una realtà oggi ancor più netta: gli Stati Uniti, con l’Occidente attorno, non spariranno d’un botto ma saranno progressivamente ridimensionati man mano che la loro influenza scema, che nuovi rapporti politici e commerciali vengono stabiliti, tagliando fuori un Occidente privo di materie prime critiche, in via d’irreversibile deindustrializzazione, gravato da un debito colossale, irrimediabilmente lacerato al proprio interno fra visioni opposte. Sarà - ed è già - un circolo vizioso, determinato dalle dinamiche già in avanzato corso, che lo consumerà col passare del tempo.

La capacità degli USA d’incidere al di fuori della loro sfera diminuirà di pari passo all’aumentare delle fratture interne e al diminuire delle risorse. Il mondo attorno a loro è già cambiato e cambierà sempre più in fretta, un mondo che non intende più riconoscerli leader a prescindere, che accetta sempre meno d’essere rapinato, scenario a cui essi non possono adattarsi. Ergo: con forze calanti, saranno costretti a ritirarsi progressivamente nella loro “fortezza”, minati al proprio interno da insanabili conflitti, spremendo le province per frenare la propria decadenza. Primariamente lo spazio europeo. Non è opinione, ma è l’osservazione dell’affermarsi di dinamiche globali geostrategiche, geoculturali e geoeconomiche che portano a ciò.

 

Le guerre di successione all’egemonia USA

 

Quelle presenti, scoppiate apertamente a partire dal 24 febbraio del 2022, sono dunque guerre di successione all’egemonia USA, per la costruzione di un nuovo sistema internazionale. Prima di procedere, una notazione essenziale: il fu Egemone ha intrapreso quelle guerre per trattenere un potere che gli sfugge, sono dunque guerre per il potere, con l’aggravante di non aver dietro una strategia coerente di lungo periodo. Del resto, gli USA, coerentemente alla loro cultura, si sono sempre schiacciati sul presente inseguendo l’utile immediato e rifiutando di confrontarsi col tempo. Categoria che essi sconoscono. Paradigmatica quanto azzeccata è l’affermazione attribuita al Mullah Omar rivolta ai vertici americani in Afghanistan: “Voi avete gli orologi, noi il tempo”. Del resto, non è un caso che gli unici epigoni di strategia compiuta che hanno avuto, Kissinger e Brzezinsky, avevano radici in altro Continente e altra cultura. Per gli avversari che si sono scelti – Russia, Iran, Cina – si tratta invece di conflitti percepiti come esistenziali, che, costi quel che costi, non possono essere persi. E questo ha fatto e fa la differenza.

Ciò detto, non proverò a riscrivere la dinamica delle guerre che lacerano il mondo dal 2022, tratteggerò solo gli elementi essenziali che le accomunano, riassumendo in sintesi quanto detto in precedenti occasioni: sono tutte originate dal cozzo fra il medesimo sistema di potere, che si è pensato e si pensa globale e senza limiti malgrado non abbia più le risorse per mantenersi, e i paesi non più disposti ad accettare la sua pretesa egemonia. È un conflitto generato da una logica unica, scoppiato prima in Ucraina e subito dilatatosi lungo le faglie d’un sistema di potere in sofferenza.

La guerra con la Russia in Europa e con l’Iran in Medio Oriente obbediscono al medesimo schema: sono due potenze attaccate dagli USA e i loro alleati non per contenerle ma per destrutturarle via cambio di regime, “normalizzazione” e annessione al sistema a Stelle e Strisce. In una parola, per sterilizzare il pericolo che la semplice esistenza di Stati-Civiltà autocentrati costituisce in due aree fondamentali per il fu Egemone. Sono guerre preventive, cioè, pure aggressioni.

Col conflitto ucraino, Washington voleva scongiurare il ritorno dell’impero russo, chiudere definitivamente i conti con lui e impadronirsi delle sue risorse, insomma, un ritorno esponenziale al Decennio Nero di Yeltsin. Missione fallita, lo ha compattato. Peggio: lo ha spinto fra le braccia della Cina, con ciò bissando, ma a rovescio, il capolavoro di Kissinger dei primi anni Settanta; ha unito i due maggiori avversari invece di rinfocolare il tanto che li divideva. Complimenti, non era facile. E, per realizzare questa meraviglia, ha esaurito fiumi di risorse economiche, militari e politiche per accorgersi alla fine di approdare a una sconfitta.

Come ho argomentato in un precedente saggio, gli USA non possono concedere ciò che la Russia chiede, né l’Ucraina messa in piedi da CIA, Pentagono e teste fine di Bruxelles può farlo senza che gli ipernazionalisti (è un eufemismo) coccolati dall’Occidente scatenino una guerra civile. Ergo: ciò che vuole, Mosca lo prenderà da sé, raggiungerà comunque i suoi scopi che – lo ripetiamo ancora – erano essenzialmente politici, oggi, grazie a Washington ed europei vari, anche territoriali a beneficio dell’opinione pubblica russa.

Il tempo – ancora il tempo – lavora per la Russia, non per l’Egemone, né per il suo proxy ucraino, né per i servi dello spazio europeo, rimasti bloccati sui toni di un conflitto a cui lui stesso li ha spinti e oggi li consuma. E la misura della confusione strategica che regna a Washington, meglio, della totale mancanza di una strategia, sta nell’essersi lanciata in un altro conflitto, senza aver – neanche lontanamente – chiuso il primo. Scaricato sulle spalle di europei ed ucraini, abbandonati nelle peste. Comportamento certo abituale dell’Egemone, dal Vietnam all’Afghanistan i precedenti si sprecano, ma qui spinto a vette inusitate. Stupisce, semmai, che interessati allocchi ancora abbocchino.

 

L’All-in mediorientale: boomerang per un fu Egemone in stato confusionale

 

La guerra disgrega il sistema di potere USA

La guerra in Medio Oriente è lo scontro decisivo per la destrutturazione del sistema di dominio americano sull’area, posto in crisi sia dal percepito indebolimento del fu Egemone, sia dalla degenerazione di Israele, passato da pilastro sistemico a inciampo, oggi scheggia impazzita che colpisce gli interessi di tutti gli altri attori dell’area. In ciò risalta, lo abbiamo già detto sopra, la manifesta subalternità americana alle a-strategiche iniziative israeliane, che stanno distruggendo quanto resta della rete di partnership fra Washington e le capitali della regione.

Una riflessione: il livello dello scontro, giunto ormai al redde rationem, ha tolto via dal tavolo tutte le dinamiche subordinate poste in essere negli anni dai vari attori del quadrante, facendo riemergere in primo piano quella da sempre principale e, in quanto tale, volutamente messa in ombra dalla narrazione mainstream: il cozzo fra l’Asse della Resistenza – con buona pace della propaganda imperante mai emarginato, meno che mai smantellato – e il fronte che ha oppresso e opprime la regione, oggi ristretto alla sua essenza: USA – Israele, anzi, Israele – USA. Con i potentati arabi del Golfo a interrogarsi sulla convenienza di permanere nell’orbita americana.

Quest’ultima domanda, che circola sempre più insistente in tutte le corti e i centri di potere mediorientali, è inedito segnale della disgregazione del sistema a trazione americana. È segnale che il patto tacito fra quei potentati e Washington è rotto, spezzato da una Casa Bianca dimostratasi negli anni troppe volte inaffidabile. Oggi in modo insostenibile, col manifesto chiudersi dell’ombrello americano - oggi riservato esclusivamente a Israele - per giunta dimostratosi largamente inefficace. A ciò s’aggiunge la constatazione che le basi USA, ovunque presenti nel Golfo Persico e vicinanze, lungi dal proteggere, attirano minacce esiziali.

Non basta, perché ancora si somma l’aperto sprezzo che gli USA mostrano per le economie di quegli attori (e, con somma irresponsabilità, per il resto del mondo sé compresi) gettati nella tempesta conseguente la chiusura dello Stretto di Hormuz senza essere stati minimamente interpellati. Sprezzo cui s’aggiungono le surreali minacce di sulfurei personaggi da fumetto come Lindsey Graham, che li minacciano di sfracelli se non si suicidano gettandosi in una guerra intrapresa per messianica volontà israeliana (e per evitare la galera a Netanyahu). In questo scenario, il rapido riposizionamento di quelle corti – già largamente avviato – è più che assicurato, è certo. Con probabile orizzonte BRICS, la cui essenza è destinata dalle circostanze a futura profonda evoluzione.

 La cantonata che Trump (e l’America) pagherà cara

 Che quella del fu Egemone sia un misto d’arroganza, incompetenza e incapacità di comprensione non è ipotesi, è realtà fattuale, che trova la massima espressione in Trump; nel suo caso, come abbiamo già detto, con l’aggiunta d’altro. Il Tycoon ha scientemente ignorato i pareri di Intelligence e Pentagono (il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Congiunti, l’aveva caldamente sconsigliato), ora tenta disperatamente di barcamenarsi, dannandosi perché gli iraniani non mollano e continuano a picchiare come fabbri, rispondendo picche a tutti i messaggi che manda per tornare a trattare (con quale faccia, ignoro). Il punto è che lui e l’entourage di cui si circonda conoscono il linguaggio dei palazzinari, che magari sarà accettato nello spazio europeo, ma non da Stati-Civiltà come l’Iran.

Costretto al passo – perché è evidente che vi sia stato tirato per il ciuffo – con evidente sottovalutazione delle conseguenze, mentre vede le scorte di missili e intercettori squagliarsi (continui sono gli allarmi che trapelano sui media da un comparto militare e intelligence che vuole prendere le distanze), ora spera di chiudere il conflitto in qualche settimana, sperando nella memoria corta degli americani. Dinanzi al disastro che si profila, sono molti i consiglieri che lo esortano a dichiarare un’inesistente vittoria e provare a finirla lì. Mentre scrivo queste righe, lui stesso ha cominciato a preparare il terreno di una ennesima “missione compiuta” all’americana, come Bush Jr. in Afghanistan e Iraq.

Aspettativa che a mio avviso è doppio errore. Primo, perché le ricadute della guerra crescono esponenzialmente e non si fermeranno col concludersi delle ostilità, tutt’altro: gli impianti estrattivi del Golfo sono ormai fermi, come quelli di liquefazione del gas, e tutta la filiera logistica si è bloccata; per rimetterla in moto serviranno forse mesi e le conseguenze peggiori devono ancora arrivare, con l’esaurirsi delle scorte.

La decisione della IEA (l’Agenzia Internazionale dell’Energia) di rilasciare 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il massimo quantitativo da quando esiste l’Agenzia, ha solo fatto rimbalzare i prezzi che, assorbita la notizia, sono tornati a salire. Che la situazione sia drammatica lo testimonia la parziale sospensione delle sanzioni alla Russia, autorizzata dagli USA a vendere almeno 100 milioni di barili; in pratica, dinanzi al disastro, per Washington è come ammettere il liberi tutti. Il Cremlino ringrazia, risultando al momento già fra i vincitori del conflitto (le cambiali sul fronte ucraino e altrove sono già pronte all’incasso).

E per inciso: Bloomberg ha documentato dai tracciamenti delle navi che, solo nella prima settimana di guerra, l’Iran ha fatto uscire dal Golfo una dozzina di milioni di barili di greggio e, al momento in cui scrivo, starebbe continuando, con ciò testimoniando che ha il pieno controllo di Hormuz. Inoltre, vi sono navi indiane e russe che passano, come quelle cinesi che, è appurato, segnalano agli iraniani la propria nazionalità e quella dell’equipaggio prima d’imboccarlo. Insomma, è una chiusura, sì, ma selettiva: si passa solo con l’autorizzazione di Teheran. C’è la fila per chiederla, con buona pace degli sfracelli finora minacciati da Trump.

E, ancora per inciso, per quelli che vedono Pechino già in ginocchio per il summenzionato blocco, nei mesi precedenti esso ha accumulato scorte stratosferiche, si parla di circa 1,4 miliardi di barili di greggio, con ciò potendo calmierare lo sconquasso dei mercati per molti mesi, probabilmente fino a fine anno. Per gli USA è tutt’altra storia: la capienza massima delle loro scorte è circa la metà, ma tutta la stampa specializzata era concorde nell’affermare che esse si trovavano a un livello minimo critico mai raggiunto. Con tanti auguri per la base MAGA che sta vedendo impennare il prezzo del gallone per i loro amati pick-up.

E poi, secondo errore di Trump, a fermarsi devono essere anche gli iraniani e l’intero Asse della Resistenza che ora vogliono mettere la parola fine a una serie di aggressioni che è durata anche troppo a lungo. Per loro è impensabile parlare di trattative con chi le ha usate già tre volte per colpirli proditoriamente (a giugno, con la Guerra dei 12 Giorni; a settembre, con l’attacco alla dirigenza di Hamas in Qatar e ora, con la guerra in corso). Si fermeranno, certo, ma decideranno loro come e quando.Lo hanno dichiarato più e più volte.

Con questo quadro che incombe, è assai, assai più probabile che Trump segua il destino di Jimmy Carter, il Presidente che perse la rielezione a causa dell’incapacità di gestire la crisi degli ostaggi dell’Ambasciata a Teheran. Nel suo caso, non di rielezione si parla ma della sua fine politica e, per la gravità del conflitto scatenato con tanta leggerezza contro il parere degli apparati di sicurezza, come sfidante non servirebbe un Reagan. In ogni caso, un destino da “anatra zoppa” (o del tutto impazzita) sembra assicurato nelle elezioni del prossimo novembre.

 

Il paradosso: “Epic Fury” avvicina la “bomba”, non l’allontana

 

La morale paradossale di questo intervento l’ha evidenziata Lavrov; in sintesi: “Non vi era alcuna evidenza che l’Iran stesse fabbricando ordigni nucleari, ma questi continui attacchi lo spingeranno a farlo”. È l’applicazione della lezione nord-coreana: solo dotandosi – con molti sacrifici – di un arsenale nucleare Pyongyang è stata lasciata in pace dall’Occidente. Che poi è la lezione di Saddam Hussein e di Gheddafi. Per cui, è plausibile che, morto Ali Khamenei, nel nuovo clima di parossistica aggressione, la sua fatwa che proibiva le armi nucleari (e quella precedente di Khomeini) venga messa da parte in nome della difesa della nazione. Con ciò dando il via a una corsa alla “bomba” in tutta la regione. Capolavoro massimo di un fu Egemone fuori controllo. Oggi a rimorchio di una banda di fondamentalisti ultra-sionisti che la “bomba” ce l’hanno già – senza che nessuno fiati - e loro sì non esiteranno a usarla.

In ogni caso, è fatto che la Casa Bianca si è buttata in una guerra senza uno scopo dichiarato; i proclami del Presidente, del Segretario di Stato e del Ministro della Guerra sono una cacofonia di affermazioni e negazioni: cambio di regime, poi eliminazione dell’inesistente “bomba” iraniana (domanda: non era stata dichiarata obliterata 8 mesi fa?), poi ancora i programmi missilistici o l’eliminazione dell’Asse della Resistenza. Mettersi d’accordo prima su cosa dire no? Traspare in ogni caso chiaro che i possibili obiettivi americani siano del tutto diversi da quelli israeliani, che puntano semplicemente alla guerra. Per Netanyahu & C. era l’ultima finestra d’opportunità per colpire il bersaglio grosso con dietro gli USA, condizione rincorsa per anni, irripetibile. A cui stanno sacrificando tutto in un “All-in” alla roulette dell’avventurismo puro. Con l’acquiescenza della succube Amministrazione USA.

Domanda è, semmai, come gli USA abbiano fatto a cacciarsi in un pasticcio simile senza calcolarne minimamente le conseguenze. In un’audizione al Congresso, vertici della Difesa e dell’Amministrazione hanno candidamente ammesso che non s’aspettavano che l’Iran chiudesse Hormuz e non hanno ritenuto di predisporre alcun piano. Che dire? Del resto, nessun paese occidentale l’ha fatto, malgrado fosse evidente dove andasse a parare la crisi, a differenza di Russia, Cina, India, Turchia, etc. La lista di chi legge il mondo è lunga. È ennesima testimonianza che nell’Occidente americanizzato fino al midollo il livello della classe politica sia peggio che imbarazzante. Infima.

 

Le battaglie di retroguardia del fu Egemone

 

Lo sfacelo del fu impero è segno dei tempi, dell’irresponsabilità di un establishment a fine corsa, privo di contenuti e di linea che non siano il patetico tentativo d’abbarbicarsi a un potere che sfugge. In ogni caso privo di credibilità. Già morto culturalmente e politicamente, a breve economicamente. Che continua a combattere e seminare morti nel tentativo di spostare un po’ più in là il tracollo: in Ucraina, fuor da folcloristici personaggi alla Kaja Kallas, ormai dimenticata da chi ha acceso quella tragedia (semplicemente lividi toni ed espressione di Zelensky, che con la nuova guerra si vede definitivamente scaricato); in Medio Oriente, che s’è rivelato non un blitz in stile Venezuela ma un pantano da cui uscire sarà peggio che problematico.

E poi c’è l’Africa, piaccia o no, per le immense risorse minerarie e demografiche, il Continente del futuro. Un’Africa stanca, anzi, stufa di neocolonialismo e arroganza che valuta ormai i rapporti in base al “soggettivismo africano”; tradotto: alla convenienza ai propri interessi nazionali. Nota stonata per chi da secoli è aduso a prendere ciò che gli pare, per cui suscita anche lì guerre e guerriglie per destabilizzare, quantomeno ostacolare i rapporti altrui. Stridente contrasto con chi con quei paesi tratta, scambia, collabora e commercia: Cina, Russia, Turchia e via discorrendo, l’elenco s’è fatto ormai assai lungo. Per questo il rigetto di tutto ciò che parla d’Occidente è già in corso, basta guardare le piazze africane che pullulano di bandiere russe viste come anti-Occidente per antonomasia.

E, ancora, il Sud America, dove gli Yankees non si stancano di fare gli Yankees: hanno detto che il Continente è cosa loro, risorse, stati e - perché no? - popolazione. Che reagisce a fasi alterne. Con un establishment del tutto americanizzato, al pari e anche peggio che in Europa. Sarà quella l’ultima riserva che garantirà al fu Egemone risorse? Può darsi, ma è anche vero che gli USA possono solo rastrellare, prendere, più spesso rapinare, piuttosto che dare a quelle società quel che le serve. Con ciò portando i paesi a schiattare o, alla lunga, a ribellarsi. Anche lì la Storia è ricca di precedenti.

Resta l’Indo-Pacifico, dove la Casa Bianca minaccia e i servi occidentali del suo seguito s’accodano calpestando i loro interessi. O, quantomeno, minacciava fino a ieri, oggi nicchia e brama un accordo che gli dia una boccata d’ossigeno. I segnali di tentato accomodamento si sprecano, fra tutti, l’accantonamento della maxi-vendita di sistemi d’arma a Taiwan (11 miliardi di dollari). Agli USA servono le terre rare raffinate, tante, senza di esse è impossibile rimpinguare gli arsenali svuotati fra Ucraina e Medio Oriente, e impossibile è pure la produzione high-tech. E serve pure che Pechino rallenti il ritmo della dedollarizzazione, trend che è ormai nelle cose: certo il se, incerto solo il quando del crollo del Re Dollaro. Nel prossimo viaggio alla corte di Xi Jinping, Trump pensava d’arrivare con lo scalpo dell’Iran, al culmine della gloria; purtroppo per lui (e bene per il resto del mondo) è tutto un altro film.

Quelle che insanguinano, e – ahimé - insanguineranno il mondo, sono le battaglie di retroguardia d’un fu Egemone che affonda, che non vuole riconoscere l’irrimediabile sconfitta. Piaccia o no ai tanti inguaribili atlantisti, agli innamorati dell’American Dream (qualsiasi cosa significhi oltre a una truffa), gli USA sono ormai il cadavere di se stessi, morti perché chiamati a prova insostenibile mentre erano piagati nella loro essenza.