Silente vs incontinente verbale. Questione di "linguaggi"
di Maurizio Murelli - 16/03/2026

Fonte: Maurizio Murelli
Pur in un contesto tragico come quello che stiamo vivendo, ci sono cose che riescono a far sorridere. Una di queste è lo scapocciamento delle gerarchie americane per la mancata apparizione mediatica di Mojtaba Khamenei, attuale guida spirituale dell’Iran, l’uomo a cui in un sol colpo, su mandato del biondino di Mar-a-lago, è stata sterminata la famiglia: padre, madre, moglie e figlia. Così, mentre il biondino straparla senza soluzione di continuità e senza tema del ridicolo, Mojtaba resta silente e assente dalla scena. I capataz americani cercano di provocarlo con becere e infantili esternazioni, in cui eccelle il ministro della guerra Peter Brian Hegseth, detto Pete, il quale dichiara che Mojtaba «il loro cosiddetto leader supremo è ferito e in fuga o nascosto sottoterra come i topi…». Ma niente, con gran scorno di “Pete” e di tutti i suoi simili, la Guida suprema non si manifesta, non fa sentire la sua voce. Posso immaginare il travaso di bile; e mi vengono in mente anche diverse performance dei suoi compatrioti, come lui forgiati da una labile psicologia. Per esempio, quando il 30 ottobre 1938 Orson Welles trasmise via radio un adattamento de *La guerra dei mondi* di H.G. Wells, simulando in diretta un’invasione aliena negli USA, una moltitudine di compatrioti di Pete, seguendo il realistico notiziario radiofonico, precipitò nel panico: come formiche impazzite, tanti si diedero alla fuga imboscandosi in ogni dove e qualcuno giunse perfino a suicidarsi. Insomma, non è che ci voglia molto per portare in emersione il coraggio e l’emotività degli americani: e pensa un po’ che cosa accadrebbe se sulle loro teste, da un capo all’altro degli *States*, piovesse un decimo delle bombe lanciate sull’Iran.
A parte il rilevare la contrapposizione tra la società americana, improntata all’esibizionismo più sfrenato, e la società iraniana, che ha radice e fondamento nella millenaria e raffinata civiltà persiana, a me piace coltivare una suggestione stimolata dal fatto che la mia cultura mi porta sempre istintivamente ad accarezzare la potenza del mito e del simbolo.
Parte integrante del mito (e simbolo) iraniano è la figura del “dodicesimo imam nascosto”, che per gli sciiti duodecimani è Muhammad al-Mahdi (o Imam al-Mahdi), nato nel IX secolo e considerato l'ultimo successore del profeta Maometto. Secondo la tradizione, egli è entrato in uno stato di occultamento (874 d.C.) e vive nascosto per volontà divina, destinato a riapparire come Messia alla fine dei tempi per ripristinare giustizia e pace. *En passant*, questo mito è del tutto simile ad un altro mito indoeuropeo (occorre ricordare che gli iraniani non sono arabi, ma indoeuropei): quello di Federico I Barbarossa che dorme nel ventre del monte Kyffhäuser in attesa che rifiorisca l’“albero secco” per ridestarsi e, alla guida delle sue armate, scendere a valle per ristabilire in Europa l’ordine tradizionale.
La figura dell’*imam* nascosto è centrale nell’escatologia sciita: esso è atteso dai fedeli per sconfiggere il falso Messia (*Dajjal*, paragonabile all’Anticristo) e portare il regno di Dio sulla terra (per un approfondimento della figura del *Daijal* anche in relazione alla dottrina cristiana cattolica e ortodossa si veda: Aleksandr Dugin, *Antikeimenos: metafisica politica dell’Anticristo*, AGA Editrice, Milano 2023).
Mojtaba, come già suo padre e prima di lui Khomeyni, porta il tubante nero. Per chi non lo sapesse, nel contesto del clero sciita (in particolare in Iran e Iraq), il turbante nero (*imama* nera) indossato dai religiosi indica che la persona è un *Sayyid*, ovvero un discendente diretto del profeta Maometto attraverso la linea di sua figlia Fatima e di suo marito Ali ibn Abi Talib. E quindi, mettendo insieme la credenza – fondamentale per lo sciismo – nel dodicesimo *imam* e la credenza di in una serie di dodici guide infallibili (*imam*) discendenti dal profeta Maometto attraverso la figlia Fatima e il genero ‘Ali, per parte dei credenti iraniani la mitica, silente “presenza” dell’*imam* Muhammad al-Mahdi può essere messa in parallelo, come *modus operandi*, con quella di Mojtaba: stimolando così la potenza dell’energia del credente, e aumentando la resilienza del popolo iraniano.
Quindi, per concludere, forse è meglio che i “saputi” occidentali, e in particolare gli statunitensi, riflettano attentamente sul modo in cui gli iraniani stanno affrontando la guerra e lo scontro di civiltà al di là dell’aspetto militare e, sopra tutto, abbassino un po’ la cresta: poiché, per quanto si ritenga che di solito la guerra viene vinta da chi è più potente (e non certo da chi si arroga di essere il Bene contro il Male), alla fine a vincere è chi sa interpretare bene la guerra – la potenza dell’esercito essendo solo uno dei suoi aspetti, a cui va accostato anche quello del “linguaggio”. Vietnam *docet*. E, considerando la cafonaggine del “linguaggio” americano di contro all’essenza profonda di quello sacrale e mitico dell’Iran, allo stato delle cose nutro più di qualche dubbio sul fatto che il vincitore sarà “Usraele”.

