Exit strategy?
di Pierluigi Fagan - 31/03/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Molto poco e senz’altro non tutto quello che viene detto da Trump anche perché siamo a “il tutto e il suo contrario”. La mancanza di un possibile punto di caduta del conflitto in corso è ciò che, sin dall’inizio, preoccupa più tutti gli analisti internazionali che non sono in conflitto di interessi con le parti in causa diretta e indiretta. Preoccupa perché, come qui detto dal primo giorno, l’essenza del conflitto è il tempo: quanto a lungo US e Israele potranno colpire, quanto a lungo l’Iran può mantenere il controllo di Hormuz e a sua volta reagire con missili e droni, quanto a lungo il Mondo può sopportare il collasso energetico e commerciale che rischia di sommare il Mar Rosso al Golfo Persico, inclusi i Paesi sunniti della regione.
Mi avventurerò in ipotesi.
Un punto su cui è possibile alla fine trovare una mediazione è l’affare nucleare. Senza entrare in tecnicismi, ricordo che i mediatori della trattativa inziale (omaniti ma ci sono anche dichiarazioni di diplomatici inglesi) poi tradita dagli statunitensi, avevano dichiarato che si stava per chiudere stante che gli iraniani avevano fatto sostanziose concessioni. Più o meno lo stesso accordo potrebbe permettere all’Iran dire che non era questo il punto della tenzone e a Trump di aver ottenuto risultato grazie all’iniziativa militare che ha portato ad un “regime change” di fatto. Cosa quest’ultima su cui insiste ultimamente molto, quasi a volersi creare una porta logica di uscita. Queste cose vanno valutate non perché “vere in sé”, ma parventi vere per opinioni pubbliche distratte ed emotivamente manipolate.
Un secondo punto che ha qualche possibilità è la questione economica. Certo, non pubblicamente presentata formalmente come dichiarazione di "riparazioni di guerra" come preteso dagli iraniani, ma sostanziosa di fatto. L’Iran ha subito un colpo durissimo nelle infrastrutture civili e energetiche ed è sotto sanzioni da lungo tempo. Ripristinare il South Pars (il più grande giacimento di gas del mondo), creare un fondo internazionale per la ricostruzione civile e industriale, togliere qualche sanzione importante, può essere importante e fattibile se si vuol davvero chiudere la partita.
Un terzo punto importante che però riguarda anche gli altri due e il quarto di cui parleremo poi, è il ruolo della segnalata nuova Unione Sunnita con Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, ampiamente supportata (pare) dalla Cina, che potrebbe anche non dispiacere alla Russia e molti altri, forse un po’ da tutti nel Mondo, non tra quelli direttamente coinvolti. In effetti, pare ovvio non ci sia alcun contatto diretto tra Iran e US ma dialogo per interposta diplomazia ad opera del quartetto.
Proprio l’altro giorno, gli egiziani hanno fatto trapelare una idea che toccherebbe un punto della piattaforma iraniana ovvero il pedaggio di Hormuz. Gli egiziani hanno detto che in effetti loro lo applicano anche a Suez e quindi l’idea non è peregrina. Si tratterebbe solo di meglio specificare l’entità e quale consorzio dovrebbe amministrare lo Stretto. Geograficamente, lo Stretto è cosa di Iran e Oman (che tra loro hanno da sempre buoni rapporti) ma “a garanzia” almeno geopolitica, potrebbe avere un rappresentante del quartetto o qualcosa di simile.
Più in generale però, potrebbe trattarsi di una questione più ampia. Ricorderete che al fondo della questione o tra le questioni al fondo della questione, c’è la strategia degli Accordi di Abramo e Via del Cotone. Questo progetto che voleva mettere in torta strategica India, monarchie del Golfo, Israele ed Europa con ovviamente supervisione americana, di fatto escludeva sia l’Egitto (che avrebbe visto relativizzato il suo ruolo di “guardiano di Suez”), sia la Turchia, sia il Pakistan oltretutto preoccupato del nuovo ruolo indiano. Per non parlare della Cina. Chissà, quindi, se nelle prospettive della tessitura diplomatica non ci sia anche qualcosa relativo a questo punto, una revisione del Progetto per mettere dentro anche gli interessi dei tre Paesi sunniti a cui sembra ora AS voglia riferirsi come polo multipolare.
Sta nel novero delle strategie multipolari l’idea dei tre Paesi sunniti, ora quattro con AS (che significa anche Kuwait e Bahrein), come nuovo concerto di area. Bene o male hanno capito tutti che US e Israele sono “alleati problematici” per i propri interessi e che è nel loro reciproco interesse bilanciarsi maggiormente unendo le forze. È argomento molto speculativo e più lo diventa se ci si mette immaginare addirittura una possibile inclusione degli interessi iraniani in questo quadro. Tuttavia, l’estremo darsi da fare del quartetto che seguo da giorni, dice che oltre alla semplice mediazione nella contingenza, potrebbe esserci altro e non solo "contingente" ma di prospettiva.
Il quarto punto è il più ostico. Si tratta della sostanziale rinuncia da parte di Teheran della strategica dell’Asse della resistenza ovvero il network degli sciiti non iraniani quindi Houti, Hezbollah e varie fazioni irachene. Tuttavia, dopo i penultimi bombardamenti si era arrivati quantomeno ad un cessate il fuoco di fatto da parte di questi attori terzi. Non certo quindi un’abiura strategica ufficiale da parte di Teheran ci si può aspettare ma un congelamento bilaterale dei conflitti forse sì. Il sud del Libano orami è da intendersi israeliano, seguiranno lunghe discussioni ma nulla di fatto. Accluso al punto ricordo che c’è pur sempre la “questione palestinese” che i sunniti, anche solo per acquietare le proprie opinioni pubbliche interne, non possono lasciare non trattata. Ma questi punti sono di una complessità tale che certo nessuno pensa di poterli mettere dentro un eventuale accordo della questione in atto, è roba da mettiamo su un tavolo diplomatico che discuterà a lungo poi si vedrà. In fondo, la fine del conflitto sarà comunque provvisoria e tutti i giocatori vorranno mantenere la pistola carica anche se messa sotto il tavolo. Che si tratti con le pistole cariche, data la situazione, è per tutti ovvio.
Sul piano più concreto, Israele e US hanno di fatto portato un bel po’ di distruzione in Iran e ne hanno quindi minato la consistenza, non tanto da distruggerlo ma sicuramente abbastanza da lasciargli parecchi problemi da risolvere. Sin dall’inizio, c’erano anche analisti che suggerivano che alla fine questo era l’intento forse più raggiungibile. C’era anche chi teorizzava che a quel punto, l’Iran della ricostruzione, avrebbe spontaneamente intrapreso un processo politico e sociale di resa dei conti delle sue parti interne. Non necessariamente operando un clamoroso e improbabile “regime change” formale, ma un più realistico riequilibrio della dialettica interna tra parti ideologiche e politiche. Dover fare i conti con l’asse sunnita coordinato e non nemico di principio (con dietro la Cina), ricostruire, dare un futuro alla nazione, tornare a sperare, avere qualche libertà economica in più (meno sanzioni) oltre a mantenere una alleanza di fatto con russi e cinesi, potrebbero cambiare molte cose.
In effetti, ognuna delle parti potrebbe vantare di non aver perso e quando nessuno perde, vincono tutti almeno nelle dichiarazioni pubbliche, al fondo concreto, se questa ipotesi avrà un reale futuro, andrà rianalizzata più a grana fine.
Di contro, invasione di terra (massacro reciproco) e rischio atomico alle stelle, tempi lunghi e catastrofe mondiale, Tertium non datur, mi pare.
