Gli Stati Uniti, i veri nemici della pace
di Massimo Fini - 25/02/2026

Fonte: Massimo Fini
I veri terroristi non sono gli Isis, i guerriglieri di Hamas, i pasdaran, e tantomeno i proPal, come qualcuno si è permesso di chiamarli, almeno in Italia che, col governo Meloni, sta diventando il Paese europeo più succube agli yankee, giovani che protestano contro il genocidio che si sta perpetrando a Gaza da parte degli israeliani, col supporto dei loro protettori americani. I veri terroristi sono proprio questi ultimi, gli americani intendo. Non passa quasi giorno che costoro non aggrediscano questo o quel paese, Venezuela for example, in attesa di farla finita una volta per tutte con Cuba e il ‘socialismo bolivariano’. Non è una questione che riguarda solo lo psicolabile Trump, ma che attraversa tutta la politica americana dell’ultimo quarto di secolo: aggressione alla Serbia del 1999, quando l’11 settembre, come pretesto era di là da venire; aggressione all’Afghanistan del 2001, con l’impiego di tutti gli alleati, Italia compresa e anche non alleati, tipo Albania; aggressione all’Iraq del 2003 con l’accusa, rivelatasi poi del tutto infondata, anzi un vero e proprio falso, a Saddam Hussein di possedere armi chimiche; aggressione nel 2007 alla Somalia, via Etiopia (per Trump i somali, almeno quelli che vivono in America, sono solo “spazzatura”); aggressione del 2011 alla Libia del colonnello Mohammad Gheddafi i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tutte violenze avvenute contro la volontà dell’Onu che non per nulla adesso gli americani vorrebbero sostituire col Board of Peace, apparentemente riservato alla ricostruzione di Gaza, ma che in realtà è una sorta di ‘circolo privato’ di Nazioni sotto la guida americana. Del resto Washington ha già provveduto a svuotare l’Onu dei pochi poteri che le erano rimasti, impedendo alle varie agenzie di quella che un tempo era chiamata la ‘Società delle Nazioni’ di operare. Vedi, fra le altre, la situazione di Gaza dove alle Ong, fra cui Medici senza frontiere, che certo non può essere accusata di terrorismo, viene impedito l’accesso e quindi di portare aiuti umanitari, fra cui i primari, che sono quelli sanitari, da parte degli israeliani, ma sempre con la copertura degli americani e, in generale, della comunità ebraica internazionale per cui non si capisce nemmeno più se è Trump che governa negli Stati Uniti o non piuttosto Benjamin Netanyahu (apro una parentesi: evviva, evviva, evviva a Carola Rackete). Adesso, sotto gli occhi minacciosi di Donald Trump (o di Netanyahu?) è tornato l’Iran. Massicce forze militari americane, di cielo, di terra, di mare, fra cui la USS Gerald R. Ford, considerata dagli analisti “la nave militare più avanzata del mondo”, già utilizzata in Venezuela, si stanno spostando verso le acque iraniane, fra cui la USS Abraham Lincoln, dislocata in Asia. Trump non ha affermato, per ora, che intende aggredire direttamente l’Iran sul suo territorio, ma più ambiguamente, che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Vuole invece un regime change a Teheran, con l’accusa o il pretesto della deplorevole situazione delle donne iraniane, senza rendersi conto, o comprendendo benissimo, che con questo non aiuta le donne di Teheran (che se vorranno liberarsi lo faranno da sole) perché sposta il focus della questione da quella principale che è il nucleare iraniano. Una questione incomprensibile. L’Iran ha sottoscritto il trattato di “non proliferazione nucleare” rafforzato nel 2015 con un accordo con Obama, allora presidente Usa: ha sempre accettato le ispezioni dell’Aia che hanno accertato che l’arricchimento dell’uranio in Iran non è mai andato oltre il 6 percento, che serve per usi civili e medici (per fare la Bomba l’arricchimento deve arrivare al 96 percento). Quasi inutile dire che Israele non ha mai firmato simili accordi, ufficialmente non ha la Bomba, ma tutti sanno che ce l’ha, basta fare un giretto nel deserto del Negev per vedere gli impianti nucleari israeliani. Recentemente la questione si è concentrata sui missili iraniani che potrebbero essere rivolti contro Israele. Altro pretesto perché i missili iraniani non sono assolutamente in grado di sfondare L’Iron Dome. Quando ci hanno provato sono riusciti solo a sgretolare un muro.
Se gli americani dovessero effettivamente attaccare l’Iran, e non solo minacciarlo, saremmo alle soglie della terza guerra mondiale. A parte che l’Iran ha una popolazione di cento milioni di persone, non 32 come il Venezuela, può contare su amici potenti. La Cina innanzitutto, cui fornisce 1,7 barili di petrolio al giorno e la Russia che lo tutela in funzione anti americana. Durante i processi di Norimberga e Tokyo il quotidiano inglese The Guardian scriveva che quei processi si sarebbero giustificati a seconda del comportamento che avrebbero avuto i vincitori in futuro. “Bene. Non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto ‘escludere la guerra dalla vita della società’ internazionale, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi dalle manette coloniali. Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che hanno fatto poi Usa e Urss, le due vere e sole potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. In più di mezzo secolo Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco Il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, ‘suicidato’ Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, per esempio Saddam Hussein, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, a suon di golpe, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito del mondo”. Così scrivevo sull’Europeo il 6 settembre 1986. Oggi potremmo aggiungere le pretese americane sulla Groenlandia. Alle volte mi chiedo se sia stato davvero un bene che gli Alleati abbiano vinto la Seconda guerra mondiale.

