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Gli USA hanno ucciso un leader religioso, oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran

di Francesco Dall'Aglio - 01/03/2026

Gli USA hanno ucciso un leader religioso, oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran

Fonte: Francesco Dall'Aglio

A più di 24 ore dall’inizio degli attacchi sull’Iran alcune cose sono più chiare, altre restano oscure e lo resteranno per un bel po’. Partiamo dalla cosa più chiara di tutte: Khamenei è stato ucciso, insieme ad altre figure chiave dei vertici civili e soprattutto militari (Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della rivoluzione islamica, e l’ammiraglio Ali Shamkani, segretario del Consiglio superiore di difesa). Non è la prima volta che figure chiave vengano eliminate e questo chiarisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose. La prima è che per la dottrina strategica USA eliminare fisicamente i leader civili, militari e religiosi dei propri avversari, magari nel bel mezzo di un negoziato, è una pratica ormai consolidata e direi standard, con tutte le conseguenze che la cosa comporta dal punto di vista della fiducia reciproca e della credibilità diplomatica. La seconda, che gli USA hanno ancora a disposizione capacità tuttora impareggiabili di intelligence, proiezione e attacco a lungo raggio, e si sapeva. 
Questa cosa è per loro ottima ma i problemi, sia storicamente che in questo caso, cominciano dopo: perché eliminare il capo significa far cadere la piramide sul cui vertice si trova solo nei brutti film di Hollywood, e questo non lo è. Un capo è un capo (anche Trump) perché comanda grazie a un apparato di potere e repressione (spoiler: anche la democrazia parlamentare è un apparato di potere e repressione, non occorre nemmeno aver letto Foucault) che prescinde dalla sua figura e perché questo apparato riesce, in un modo o nell’altro, a rendere non intollerabile la vita a buona parte della popolazione. L’idea che il mondo ‟altro” sia in mano a matti che governano col terrore e che le popolazioni dominate non vedano l’ora che un salvatore bianco e biondo le venga a liberare e a donare loro i McDonald’s (o Pizza Hut, come nel caso di quell’altro maledetto sciagurato) non è nemmeno ridicola, è pietosa oltre che schifosamente ipocrita. È abbastanza chiaro comunque che questa è stata la strategia seguita: uccidiamo Khamenei e tre-quattro pezzi grossi e il tutto cadrà naturalmente, tanto che pare molto probabile che l’attacco sia partito in un orario piuttosto inusuale per questo genere di cose (in Iran erano le 9.40/9.45 del mattino) perché tutti i bersagli più importanti erano radunati insieme, e che non si sia dato troppo peso al cosa fare dopo, visto che né ieri né oggi si segnalano attacchi ‟shock and awe” e da quello che si vede (che non necessariamente è quello che è) i missili iraniani non hanno troppi problemi a volare in giro. 
In sintesi, è stato un ‟decapitation strike” che ha certamente decapitato, ma non pare aver sortito altri effetti. Questo genere di operazioni funziona solo se hai già in tasca il successore o il vice del leader che hai eliminato. Al momento però non pare (ripeto: non pare) che sia così, come non lo è stato in Iraq, in Libia, in Afghanistan, eccetera, e se il regime non crolla gli USA rischiano, oltre che di impantanarsi in un altro conflitto mediorientale dagli obiettivi incerti e dalla gestione complicata, di esaurire abbastanza rapidamente le scorte di munizionamento antiaereo ed antimissile, che probabilmente è la strategia che intende seguire l’Iran buttandola sull’attrito (l’attrito, questo sconosciuto alle dottrine NATO che considerano l’efficacia di una strategia esclusivamente in base ai km di territorio catturati al giorno e in base al numero di capi della tribù nemica uccisi).
Altre considerazioni. Gli USA hanno ucciso un leader religioso, oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran (già se ne vedono avvisaglie in Pakistan, che è un paese a larghissima maggioranza sunnita ma che ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana). Khamenei, che tra l’altro aveva 86 anni ed era chiaramente a fine vita (e nel 2003 aveva emesso una fatwa che dichiarava che produzione, possesso e utilizzo delle armi nucleari erano contrarie alla legge islamica...), ha ‟raggiunto le schiere dei martiri”, per di più nel mese di Ramadan, e queste cose hanno un peso non indifferente in una parte del pianeta dove la religione continua ad essere una forza importante e per gli sciiti che sono estremamente sensibili, per tutta una serie di ragioni, alla questione del martirio.
Ultima considerazione. Oltre che Israele l’Iran sta colpendo principalmente obiettivi, statunitensi o meno, dislocati in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati, Giordania e Arabia Saudita. Il motivo è semplice: non avendo i mezzi per proteggere tutti gli USA stanno dando priorità alla difesa di Israele, scaricando gli altri alleati. La scommessa è che la latitanza statunitense pesi, per questi stati, più dell’irritazione  per gli attacchi iraniani.