Guerra in Iran, stagione 1: Trump 0 – Iran 1
di Alain de Benoist - 02/04/2026

Fonte: GRECE Italia
Più a suo agio sui campi da golf che nel Golfo Persico, Donald Trump aveva inizialmente descritto la guerra contro l’Iran come una «piccola escursione». Poco noto per la sua pazienza strategica, voleva agire in fretta. Gli obiettivi iniziali erano la caduta del regime islamico e la distruzione totale delle sue capacità militari. Quattro settimane dopo l’inizio delle ostilità, nulla di tutto ciò si è verificato.
Gli iraniani hanno assunto il controllo dello Stretto di Ormuz e le loro coste, lunghe 1.600 chilometri, sono costellate di missili, droni e motoscafi. Gli Houthi dello Yemen minacciano a loro volta di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb, che blocca l’accesso al Mar Rosso. In Libano, dove si contano un milione di sfollati (un abitante su dieci), gli israeliani non nascondono la loro intenzione di occupare militarmente il sud del paese fino al fiume Litani. Il prezzo del greggio ha superato i 100 dollari al barile, un rincaro di cui il principale beneficiario è Vladimir Putin. I paesi europei, ai quali la Commissione europea ha imposto di interrompere le importazioni di idrocarburi dalla Russia, stanno affrontando una carenza di gas e petrolio che sta provocando un’impennata del prezzo della benzina alla pompa.
Sebbene fortemente e duramente indeboliti dai massicci bombardamenti subiti, gli iraniani non hanno ceduto, anzi. Si è assistito a un’escalation che assomiglia molto a una fuga in avanti. Le mosse militari americano-israeliane, le dichiarazioni contraddittorie della Casa Bianca, il proseguimento degli attacchi iraniani, la destabilizzazione dei mercati energetici, l’annuncio di un’invasione via terra (forze speciali?), delineano uno scenario di cui nessuno può prevedere le conseguenze, ma che evoca le «crisi petrolifere» del 1974 e del 1979: crisi economica e finanziaria, recessione mondiale.
Gli Stati Uniti, che speravano in una vittoria lampo, non sanno più come uscire da questo groviglio. Gli iraniani, che avrebbero dovuto crollare nel giro di pochi giorni, hanno il sopravvento su tutti i fronti. Il bilancio dell’operazione «Epic Fury» è un disastro.
Come siamo arrivati a questo punto?
E innanzitutto, perché questa guerra? Una «minaccia imminente» che giustifichi una guerra preventiva? Quale? La minaccia nucleare? Sono ormai quasi quarant’anni che Israele annuncia ogni anno che l’Iran disporrà della bomba atomica «tra pochi mesi», il che ha finito per suscitare lo stesso scetticismo delle «armi di distruzione di massa» attribuite al regime di Saddam Hussein. Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, ha fatto sapere il 18 marzo che l’Iran non ha ripreso le sue attività di arricchimento nucleare distrutte nel giugno 2025. Trump aveva allora lui stesso proclamato a gran voce che il programma nucleare iraniano era stato «totalmente annientato». Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha confermato da parte sua che non vi era alcuna minaccia iraniana immediata in questo campo.
Perché Trump si è lanciato in questa avventura, che l’attualità del momento non giustificava, dando prova di un’impreparazione che ha lasciato sbalorditi tutti gli osservatori militari seri? Perché ha scelto, a pochi mesi dalle elezioni di medio termine (midterms), di correre il rischio di scontentare la sua base elettorale che non vuole una guerra del genere, che anche la stragrande maggioranza degli americani condanna? Marco Rubio ha senza dubbio fornito la risposta, lasciando intendere che Trump abbia ceduto alle pressioni israeliane esercitate su di lui da Benjamin Netanyahu l’11 febbraio a Washington. Ma questo non fa che spostare il problema: perché ha ceduto?
Il 17 marzo, le dimissioni inaspettate di Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, hanno avuto l’effetto di un fulmine a ciel sereno. Nella sua lettera di dimissioni indirizzata a Trump, scriveva: «In coscienza, non posso sostenere la guerra in corso contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo scatenato questa guerra sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
La guerra è quindi iniziata il 28 febbraio, due giorni prima della festa di Purim (che commemora il modo in cui, secondo il racconto del libro di Ester, gli ebrei sfuggirono a un massacro pianificato dai persiani), con un omicidio mirato (la Guida Suprema Ali Khamenei) e la morte sotto le bombe di 165 studentesse di età compresa tra i 7 e i 12 anni (figlie dei Guardiani della Rivoluzione), proprio mentre erano in corso tra iraniani e americani negoziati che, secondo il sultanato dell’Oman, erano sul punto di avere successo («un accordo era a portata di mano»).
Mark Twain diceva che «Dio ha creato la guerra affinché gli americani imparassero la geografia». A quanto pare, non l’hanno ancora imparata. Trump ha gravemente sottovalutato i suoi avversari. Ha sottovalutato la forza e la tenacia del nazionalismo iraniano. Ha sottovalutato la potenza militare dell’Iran, la sua solidità organizzativa e i suoi orientamenti strategici.
L’Iran non è né il Venezuela né il Principato di Monaco. Non è nemmeno un paese arabo: gli iraniani sono etnicamente più vicini agli europei che agli arabi, ai turchi o ai palestinesi. L’Iran è un paese di 90 milioni di abitanti, tre volte più grande della Francia, dotato di una triplice identità (indo-iraniana fin dall’antichità, musulmana dal VII secolo, moderna dal XIX secolo), con una società complessa, una classe universitaria di alto livello (Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ucciso il 17 marzo da Israele, era uno specialista di Kant e Cartesio), una vasta popolazione di ingegneri (l’Iran ne forma 230.000 ogni anno), una storia millenaria e dinamiche interne che sfuggono alla comprensione della maggior parte degli occidentali. È il paese del Medio Oriente, insieme all’Egitto e alla Turchia, che possiede il patrimonio culturale più ricco. È anche la terza riserva mondiale accertata di petrolio e la seconda riserva mondiale accertata di gas. Infine, in termini di geopolitica, l’altopiano iraniano costituisce il territorio-pivot essenziale della massa continentale eurasiatica.
Una guerra esistenziale
Avendo una visione puramente transazionale dei rapporti di forza, Trump non capisce che gli iraniani stanno conducendo contro di lui una guerra esistenziale (cosa che non vale per gli americani). Non capisce il loro «irrazionale» rifiuto di capitolare. Non capisce che esistono situazioni in cui qualsiasi accordo è impossibile. Non sa che la dottrina del martirio è al centro dell’Islam sciita (200 milioni di fedeli) sin dal massacro di Karbala nel 680 e dalla morte dell’imam Hussein e dei suoi compagni, e che agli occhi degli iraniani Ali Khamenei ha molto più peso da morto che da vivo.
I soli bombardamenti non bastano agli americani e agli israeliani per avere la meglio. Sono necessarie truppe di terra, anche quando nel regime preso di mira esiste un’opposizione solidamente strutturata, cosa che non è il caso dell’Iran (per non parlare di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex dittatore, vera e propria marionetta del Mossad e della CIA, che ha sostenitori solo all’interno della diaspora).
Da parte loro, gli iraniani hanno ben compreso di non avere i mezzi per affrontare direttamente la potenza militare degli Stati Uniti, anche se hanno sferrato attacchi devastanti alle basi americane nella regione. Hanno quindi adottato fin dall’inizio una strategia asimmetrica consistente nell’attaccare i punti deboli dell’economia e della produzione energetica, con attacchi mirati alle infrastrutture di produzione e stoccaggio di petrolio e gas dei paesi del Golfo. A ciò si è aggiunta la presa di controllo dello stretto di Ormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, passaggio strategico attraverso il quale transitano ogni giorno 20 milioni di barili, pari al 20% del petrolio mondiale, nonché il 20% del gas liquefatto.
In guerra senza volerlo, le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, tra cui Dubai), che avevano costruito il proprio modello di prosperità affidandosi alla protezione degli americani, si ritrovano ora in preda allo smarrimento. Il loro garante della sicurezza è diventato una fonte di insicurezza, poiché la guerra minaccia anche il loro modello economico. Constatano con amarezza che gli americani non hanno fatto nulla per proteggerli dagli attacchi iraniani, che questi prendono di mira un’infrastruttura petrolifera che è la loro unica vera ricchezza, e che la loro immagine di paradiso turistico e finanziario è fortemente compromessa. Se l’escalation dovesse continuare e gli impianti di desalinizzazione da cui dipendono le loro popolazioni venissero distrutti, questi paesi potrebbero persino diventare inabitabili.
La scomparsa di farto del diritto internazionale ha comportato quella delle leggi di guerra. L’assassinio mirato di tutti i membri dell’apparato dirigente di uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite, all’inizio di una guerra che non è stata dichiarata, di cui nessun paese alleato è stato informato e che non ha nemmeno ricevuto l’approvazione del Congresso (il che la rende incostituzionale), è senza precedenti. Si tratta anche di una flagrante violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949, che stabiliscono che «è vietato uccidere, ferire o catturare un avversario ricorrendo alla perfidia» (art. 39). L’eliminazione di quasi un centinaio di leader militari e politici iraniani, realizzata dagli israeliani grazie alle informazioni fornite dal Mossad, è stata spettacolare, ma non ha avuto l’effetto sperato. Già il giorno dopo erano stati sostituiti, e per ciascuno di questi sostituti erano stati stabiliti i nomi dei due successori.
L’unica conseguenza evidente è che la guida effettiva del regime iraniano è passata dalle mani dei mullah e degli ayatollah a quelle dei Guardiani della Rivoluzione, che dispongono di un proprio esercito e di una propria economia e che mantengono una linea dura, dichiarandosi pronti a proseguire la guerra per tutto il tempo necessario. Per loro, la mancata resa equivale a una vittoria.
Gli iraniani si stavano preparando a un attacco di questo tipo già da vent’anni. È proprio questo che ha permesso loro di mettere in atto una «difesa decentralizzata a mosaico», un principio strategico elaborato da Teheran dopo i fallimenti statunitensi in Iraq e in Afghanistan: i 31 centri di comando (uno per provincia) sono stati dotati di capacità bellica e autonomia strategica. In caso di un primo attacco che decapitasse il comando centrale, tutti i centri di comando passerebbero in modalità autonoma e continuerebbero a combattere. Allo stesso tempo, le capacità militari iraniane si sono notevolmente rafforzate, grazie in particolare a missili balistici di precisione e droni avanzati.
Strategia e tattica
Mao Zedong, nel suo libro sulla guerra rivoluzionaria, scriveva giustamente che «l’idea secondo la quale la vittoria strategica si ottiene solo attraverso singole vittorie tattiche è errata». Gli Stati Uniti hanno sempre confuso strategia e tattica. Hanno una tattica, che consiste in un elenco di obiettivi da colpire, ma non hanno alcuna strategia, poiché non hanno la minima idea del «giorno dopo», ovvero del tipo di pace che vogliono instaurare. «Non sappiamo tradurre i nostri successi militari in accordi politici», ha dichiarato in questi giorni Ami Ayalon, ex capo dei servizi segreti interni israeliani. È per questo motivo che, dal 1945, gli americani non hanno vinto nessuna guerra. Ed è anche il motivo per cui i loro interventi in Afghanistan, Siria, Iraq e Libia non hanno portato «democrazia» e «libertà», ma guerra civile e caos.
Un altro difetto tipico degli americani è quello di credere che la superiorità militare e tecnologica garantisca automaticamente la vittoria. Ciò è semplicemente falso. Nel momento di massima intensità della guerra del Vietnam, il numero dei soldati americani schierati sul posto raggiungeva il mezzo milione, il che non ha impedito la loro sconfitta.
Il costo della guerra con l’Iran è enorme. La forza aerea statunitense eccelle contro i grandi obiettivi fissi, ma fatica a neutralizzare le piccole unità mobili. Abbattere droni Shaheh da 20.000 dollari con missili da 4 milioni di dollari non è certo il modo migliore per risparmiare! Gli Stati Uniti hanno utilizzato più intercettori Patriot nei primi tre giorni di guerra di quanti ne abbiano forniti all’Ucraina in quattro anni di conflitto. Le prime due settimane di guerra sono costate da sole 12 miliardi di dollari. La Casa Bianca vuole ora sbloccare altri 200 miliardi di dollari per sostenere la sua offensiva. Mentre gli israeliani sono a corto di soldati, gli Stati Uniti sono a corto di munizioni, missili guidati e sistemi di difesa aerea (hanno già richiamato sistemi schierati in Asia orientale e dirottato armamenti destinati all’Ucraina).
La nascita di un asse anti-occidentale
Lanciandosi in una guerra priva di giustificazione giuridica, senza una solida coalizione e senza obiettivi raggiungibili, Israele e gli Stati Uniti hanno aperto il vaso di Pandora. La loro decisione accentuerà la multipolarizzazione del mondo e favorirà la formazione di un asse anti-occidentale orientato verso la Cina e la Russia. Due sono le possibilità: o Donald Trump trova una via d’uscita onorevole che gli consenta di mascherare la sua sconfitta come una «grande vittoria militare», ma è probabile che in tal caso Israele voglia proseguire la guerra, se non in Iran, almeno in Libano. Oppure cercherà di annientare un paese erede di una civiltà millenaria, con tutti i rischi di escalation e di impasse che ciò comporta. In entrambi i casi, c’è un forte rischio che il caos si estenda a tutto il Medio Oriente. di un asse anti-occidentale.
Non dimentichiamo infine che, in questa vicenda, sebbene l’attacco contro l’Iran sia stato condotto congiuntamente da Israele e dagli Stati Uniti, i loro obiettivi, sin dall’inizio, non sono stati gli stessi. Il piano iniziale di Donald Trump era quello di distruggere la potenza militare iraniana, per poi concludere un accordo di pace, mentre Netanyahu punta sia a un cambio di regime che allo smembramento dell’Iran, per assicurarsi un’egemonia incontrastata in Medio Oriente. In altre parole: Trump non esclude la pace, Netanyahu non la vuole. Vuole solo continuare a bombardare e uccidere. Nell’immediato, lo Stato di Israele – che ha appena reintrodotto la pena di morte solo per i palestinesi – è preoccupato per la formazione di un asse Arabia Saudita-Turchia-Pakistan-Egitto che gli sarebbe ostile. Il 1° aprile, Donald Trump ha minacciato di riportare l’Iran «all’età della pietra». La calma non è destinata a tornare presto nella regione.
Alain de Benoist, Éléments, Guerre en Iran, saison 1 : Trump 0 – Iran, 2 aprile 2026.
Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.
