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I "diritti" e il rifiuto della morte

di Massimo Fini - 30/04/2026

I "diritti" e il rifiuto della morte

Fonte: Massimo Fini

La rivista 7, tornata in ottimo stato di forma, pubblica un interessante reportage da Seoul, firmato da Daniela Monti. Ci informa dello straordinario aumento degli ingressi in Corea del Sud non per ragioni turistiche (in questo caso sarebbe più interessante la Corea del Nord, se ci si potesse entrare) ma per motivi legati all’estetica, ma soprattutto all’ “invecchiamento lento”. Questo andazzo ha origini non troppo lontane, nasce con la Modernità, intesa come l’avvento del pensiero illuminista, e ha una data precisa: la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 4 luglio 1776. In realtà questa Dichiarazione postula un ragionevole diritto alla “ricerca” della felicità, ma l’edonismo straccione contemporaneo lo ha trasformato in un vero e proprio “diritto” alla felicità. Sono nati quindi diritti impossibili, oltre a quello alla felicità, quello alla salute e altri consimili. Non esiste un diritto alla felicità, esiste nella vita di un uomo, un rapido lampo, sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non un suo diritto. Non esiste un diritto alla salute che nemmeno Domineddio può garantire, esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche (anche se i nostri governi, nelle loro disposizioni, lo chiamano storditamente “diritto alla salute”). In realtà tutti questi diritti o piuttosto pseudo diritti, affondando in una radice più profonda: la paura della morte, anzi il rifiuto della morte che nessuna civiltà occidentale aveva conosciuto in tale misura e, per la verità, nemmeno orientale, perché il buddhismo prevede la reincarnazione.

Su questa traccia ci si era già incamminati alcuni decenni fa, in particolare negli Stati Uniti, portatori di ogni nefandezza. Ha scritto Philippe Ariès, autore di Storia della morte in Occidente: “Le nuove usanze esigono che si muoia nell’ignoranza della morte. Ed è la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Fino al costume americano dei “funeral homes” dove, imbalsamato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, infiocchettato, il morto quasi-vivo riceve a suon di musica ballabile i parenti e gli amici. L’uomo preindustriale accettava invece la morte come un fatto naturale ed inevitabile. Il morente si sarebbe sentito orribilmente defraudato (defraudato della propria morte) se si fosse tentato di nascondergli il suo stato, e quando la fine stava per arrivare vi si predisponeva secondo un antico rituale in cui predominava la rassegnazione. In quanto ai cimiteri, soprattutto nel Medioevo, erano luoghi pubblici, d’incontro, di riunione, di giuochi, di danze, di fiere e di commerci. Oggi, a parte qualche eccezione (il Monumentale a Milano, Staglieno a Genova) vengono situati in luoghi il più possibile lontani dalla vista. Insomma la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita. E’ il “vizio che non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria.

Detto che tutti i diritti che abbiamo citato sono impossibili, esisterà per lo meno se non un diritto, una possibilità, di raggiungere la bellezza? Direi di sì, soprattutto oggi, grazie ai marchingegni escogitati dalle beauty farm coreane. La bellezza, non la grazia. Chi questa grazia non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket dei beauty coreani. E’ un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta all’opposto della volgarità. E’ un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo ma mai volgare. La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e, cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità, finisce col sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita ed ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco. Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico, si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina. Non per nulla Venere è strabica.