Note sulla Intelligenza Artificiale
di Pierluigi Fagan - 30/04/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Le seguenti note a punti scaturiscono dalla lettura del libro di: E.M. Bender, A. Hanna, L’inganno dell’Intelligenza Artificiale, Fazi editore, 2026. Nel testo che segue, alcune considerazioni sono di chi scrive e non delle autrici.
1. A.I. è un concetto inventato nel 1956 da un gruppo di matematici e informatici (più fisici e ingegneri) americani che cercavano di dare una veste appetibile al complesso delle loro ricerche per ottenere finanziamenti da parte del complesso militare.
2. Da qui quattro cose: a) in questo campo si vanta un concetto di “intelligenza” del quale però non c’è alcuna definizione accettata dalla comunità scientifica mondiale. È per altro un concetto che racchiude diverse abilità cognitive del vivente per cui, tra l’intelligenza dei procarioti e quella umana, ci sono vari livelli e capacità. Altresì, le “intelligenze” umane sono svariate. L’indeterminatezza del concetto favorisce -quindi- l’attribuzione di “intelligenza” un po’ a casaccio; b) dagli anni ’50 ai giorni nostri, la parte scientifica del campo è frequentato da fisici, matematici, ingegneri, informatici e filosofi della mente di stampo analitico mentre sono per lo più assenti gli scienziati che per oggetto studiano il vivente (biologi), la mente-cervello sia dal punto di vista hard (neuro-scienze cognitive) che da quello soft (psicologi); c) sin dagli inizi di questo campo di ricerca si sono avuti come sponsor generali e militari prima e investitori di capitale di rischio poi. Infine, imprenditori per lo più provenienti da studi di informatica, economia o neanche quelli; d) sotto il concetto indeterminato di A.I. si trovano molteplici e tra loro molto diverse capacità e performance.
3. Questa seconda nota, nel suo complesso, sembrerebbe dire che ci troviamo in un argomento vago e confuso, promosso da scienziati o peggio tecnici, che nulla sanno dell’intelligenza del vivente, che promettono perfetta replicazione di performance in genere umane a gente che dell’umano sa o quanti ammazzarne (militari) o come sfruttarli per fare profitto (capitalisti).
4. Il rapporto tra aspettative, reali performance tecniche e andamenti finanziari, ha generato ormai da decenni, speranzose bolle e scoppio di bolle deluse (conosciute come “inverni dell’A.I.). Il che andrebbe a comporre, assieme al corifeo di giornalisti ignoranti, un enorme volume di eccitazione (hype) intorno a performance assai limitate che sono molto distanti dall’assunto di fondo ovvero replicare l’intelligenza degli enti animati con materia inanimata.
5. Di questo “hype” (inganno, imbroglio, truffa, trovata pubblicitaria, pensiero eccitato ma inconsistente), fanno parte due fenomeni di indiretto supporto: 1) esagerare i rischi sistemici (i “rischi esistenziali”) di modo che la paura di diventare tutti materiali per fare graffette (Bostrom, autore di uno dei libri più brutti che per dovere di ricerca ho dovuto leggere), testimoni indirettamente della potenzialità che il campo avrebbe; 2) sostenere con fanciullesco entusiasmo questo big bang tecnologico che ci trasformerà in una razza demiurgica in grado di risolvere tutti i propri problemi. La dicotomia emotiva “catastrofisti/entusiasti” getta un alone irrazionale sull’intero argomento e tende a spostare il punto di vista sul futuro per non farsi domande sul presente.
6. L’intero argomento nei suoi più vari aspetti, qui in Occidente, è un campo prettamente statunitense a livello di tecnici, scienziati, teorie, sviluppatori, programmatori, investitori, imprenditori, aziende, militari, corsi di studio, teorici e divulgatori e financo nel motore finanziario (NASDAQ). Il motore interno del fenomeno è fatto di tecnica più che di scienza (come lo era la Rivoluzione industriale), primato della quantità, calcolo-computazione, matematicismo, riduzionismo (della complessità umana al complicato meccanico), induttivismo sfrenato, determinismo, logicismo, platonismo, pragmatismo, efficientismo, volontà di potenza, interesse economico e bulimia da profitto, funzionalismo, panopticismo e paranoie da controllo, utopismo fantascientifico con varianti distopiche (tipo Frankenstein, HAL 9000, Terminator, Matrix ) e altro, tutti tratti tipici e fondativi e propri della cultura anglosassone.
7. Questo determina un vero e proprio imperialismo culturale su base etnica poiché la logica di questi software è intrisa dei presupposti culturali di quella cultura, i data-set su cui vengono addestrati i sistemi LLM (software di estrusione di testo sintetico) sono di quella cultura (WASP), i sistemi di traduzione dalla o per la loro lingua sono efficienti mentre tra altre lingue sono ridicoli, l’immaginario veicolato è conforme al loro dominio culturale in concerto a tutte le altre forme (accademia, cinema, televisione, pubblicità etc.). Il tutto opera come una vera e propria macchina di conformazione e neuro-programmazione dell’immaginario. Quando ha qualche apporto alla psicologia è di tipo behaviorista (comportamentista).
8. Fa parte della vestizione del pacchetto la presunzione di valore scientifico. In realtà i metodi di ricerca sono spesso deboli, le argomentazioni grossolane, i criteri di citazione discutibili.
9. Quando tutto ciò arriva nella società produce precarietà, lavori sottopagati e taglio netto di imprese e posti lavoro mentre a monte divora energia e acqua. Del resto, perché mai aprire una azienda in questo campo se non per fare profitto? E chi sono i clienti che dovrebbero acquistare questi software se non coloro che puntano a risparmiare sul costo del lavoro umano (detta “ricerca dell’efficienza)?
10. I presupposti dell’AGI (ovvero intelligenza con intenzionalità autonoma, lo step evolutivo dell’A.I.) con macchine pensanti, senzienti e coscienti sono del tutto infondati. Se di intelligenza non c’è una condivisa definizione, su “coscienza” o peggio “auto-coscienza” siamo messi anche peggio, pensare poi di far trattare l’argomento agli ingegneri informatici, assurdo. Così per il pseudo-concetto di “singolarità” laddove la quantità genererebbe un “magico” salto di qualità.
11. Per mantenere la promessa di perfetta replicabilità dell’umano, più che raggiungere risultati con le loro invenzioni, avvicinano sempre più l’umano e diventare una macchina affinché vi corrisponda.
12. L’interesse più ampio a supportare questa bolla di credulità sta anche nei destini sempre più angusti dei modi economici occidentali, cioè delle economie molto mature (quella US in particolare), a cui rimane poco o nulla da inventare di rilevante ex-novo, mentre denaro a basso costo circola ansioso in cerca di riproduzione facile e veloce (da cui le bolle).
13. L’intromissione dell’interesse pubblicitario nei contenuti porta alla “enshittification” (più o meno “merdizzazione”). La bassa qualità della produzione sintetica inquina l’ecosistema culturale nel quale viene immessa (vedi gli algoritmi di ricerca che scelgono in base a preferenze commerciali).
14. La sequenza di marketing comportamentale è “incoraggiante”, “necessario”, “obbligatorio”. Il modello di business è quello degli spacciatori per cui si parte gratuitamente e si monetizza via via che si va a “necessario” e poi “obbligatorio”.
15. L’AI ha impatto su: sistema giudiziario, sistema amministrativo, sistema sanitario, sistema scolastico, mondo dell’arte e dell’espressione creativa (software TTI), delle pubblicazioni scientifiche, del giornalismo (ormai viviamo in una bolla di “realtà inventata”). Una contraddizione di lungo periodo è che l’A.I. distrugge il lavoro dei creatori originari di contenuti per cui, nel tempo, avrà progressivamente meno bacino di pescaggio dei contenuti stessi (comporre i dataset).
16. La definizione “pappagallo stocastico” (probabilistico), pare inventato da una delle due autrici (una linguista e una sociologa). Sta anche a ricordarci che l’intera operazione ricicla cultura standard, ha quindi una funzione culturale omeostatica. Sono sintesi statistiche di composizione linguistica del medio-sentire senza alcuna supervisione epistemologica cosciente e la sua potenza di massa sfavorisce il pensiero eccentrico e rilancia quello mainstream.
17. Non citato nel libro ma è bene sapere che l’intera storia dell’ICT a guida americana, da Vannevar Bush a DARPA, è tutt’altro che frutto di “mano invisibile”, ma della visibilissima mano e della non meno intenzionata mente strategica del governo profondo US, sin dalla IIWW.
Ovviamente in tutto questo bailamme ci sono anche cose utili e senza particolari controindicazioni. La funzione di un elenco critico è quella di bilanciare gli elenchi acritici, una funzione “dialettica”.
In pratica, tutto quello che fanno gli agenti del comparto risale ad una definizione del cervello-mente come “scatola nera”, quella cultura (anglosassone) ritiene di non poter dire nulla di scientifico (quindi non poter dire nulla tout-court) su ciò che sta nel cranio (che poi sarebbe cranio-corpo), quindi si limitano ad osservare l’output, cosa esce dalla scatola nera per provare a replicarlo con elementi inorganici. Questo assunto però è sbagliato di principio perché l’inorganico non potrà mai replicare funzioni organiche, l’inorganico non sarà mai abbastanza “intelligente” in quanto mai sarà in grado di auto-crearsi a contatto con simili e mondo (problema della plasticità ontologica).


