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Il manifesto della sinistra no woke: ecco che cosa scrive Susan Neiman

di Alessio Mannino - 26/08/2026

Il manifesto della sinistra no woke: ecco che cosa scrive Susan Neiman

Fonte: Inside Over

La sinistra riparta dal… Settecento. La formuletta, un po’ stupida, in uso per prendere in giro la crisi permanente d’identità della sinistra italiana calza a pennello per riassumere il pensiero di Susan Neiman, filosofa statunitense trapiantata in Germania, all’Einstein Forum di Potsdam, segnalatasi in tempi non sospetti, già nel 2025, per un libro che oggi potrebbe essere il manifesto di Alexandria Ocasio-Cortez e Giuseppe Conte: La sinistra non è woke (Utet, 2025). L’indicativo, in realtà, sottende un condizionale: per la Neiman, infatti, la sinistra non dovrebbe essere woke. Cosa tutt’altro che scontata.

Fra intersezionalismo e cancel culture

Woke, “risveglio”, è la definizione della cultura nata dalle proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter del 2013 negli Stati Uniti. È un fenomeno molto americano che affonda le sue radici teoriche nell’intersezionalismo, l’idea di legare le rivendicazioni d’identità razziale, di genere, sociale ed economica facendole emergere una ad una per sommarle e incrociarle. Negli anni, ha finito per coincidere con la denuncia di ogni discriminazione ravvisabile anche là dove nessuno si era mai sognato di patirla. Ne è risultato un’esplosione di invenzioni correttive e richieste di censura: dalla lingua scritta (lo schwa e l’asterisco) al linguaggio istituzionale (“periodo festivo” al posto di “Natale”), dalle relazioni sessuali (“kit per il consenso” prima di consumare il rapporto) alle autodichiarazioni di genere percepito (non-binary, gender-fluid, gender-queer nei moduli universitari), dall’arte e letteratura (don Josè “femminicida” nella Carmen di Bizet), al cinema (no a Biancaneve della Disney, vittima di un bacio non consensuale). Eccetera eccetera. Fino a declinarsi nell’intolleranza da cancel culture, imbrattando statue e vagheggiando la riscrittura moralistica dei testi di storia.   

Società divisa in tribù

Secondo la Neiman, l’originale intento dell’ondata woke era giustificabile, poiché combattere razzismo, sessismo, omofobia ed emarginazione è giusto. Ma poi, le buone  intenzioni hanno lastricato la famosa strada che porta all’inferno, perché nella lotta anti-discriminatoria la sinistra ha perduto i propri assunti-cardine, la cui origine va individuata nell’Illuminismo settecentesco. La pensatrice spiega la mutazione genetica attraverso tre nodi. Il primo è l’universalismo. Per Neiman, una politica di sinistra si fonda su un concetto base: la dignità e i diritti spettano a ogni essere umano indipendentemente dall’appartenenza etnica, culturale, religiosa o sessuale. La politica identitaria, invece, trasforma l’identità in criterio assoluto per stabilire con chi sia possibile solidarizzare, frammentando invece di unire i gruppi. Neiman lo chiama tribalismo: una concezione di società divisa in comunità separate, in tribù e sotto-tribù portatrici di interessi e verità non comunicabili tra loro.

Maledetto Foucault

Il secondo principio messo in discussione dal wokismo è il progressismo. Una sinistra autenticamente progressista, dice la Neiman, deve riconoscere le ingiustizie del passato e quelle ancora presenti, ma non può considerare ogni istituzione esistente soltanto come uno strumento di oppressione. Il potere, insomma, non è malvagio per antonomasia: la sua natura cambia a seconda dell’uso che se ne fa. Può essere regressivo, ma può vivaddio essere anche progressivo. Qui la Neiman fa correttamente notare i danni che ha fatto la sensibilità ideologica derivata dal post-modernismo del francese Michel Foucault, che con la sua “microfisica del potere” ha instillato la convinzione che, essendo ovunque, il potere non debba più essere conquistato ma rigettato, o al più gestito in enclaves autoreferenziali, se non addirittura dal singolo individuo. Il che ricalca il gioco dell’individualismo neo-liberista.

Inclusione al posto di uguaglianza

Il terzo piano in cui la sinistra ha snaturato sé stessa è quello, ampiamente noto, dell’abbandono dell’anti-capitalismo. Con l’addio al socialismo dopo il crollo dell’esperienza sovietica la sinistra è diventata liberale, imboccando una parabola che l’ha portata a rinunciare al proposito stesso di un’alternativa radicale al cosiddetto “libero mercato”. La lotta di classe per l’uguaglianza è stata soppiantata da lotte particolaristiche per l’inclusione di questa o quella categoria o subcultura. Il terreno dell’emancipazione si è spostato sempre più da quella che Karl Marx chiamava la struttura (la proprietà dei mezzi di produzione e la distribuzione del reddito) alla sovrastruttura (le rappresentazioni, i simboli e le ideologie), e il modello di partito, risalente a Lenin e Gramsci, con un nucleo d’avanguardia e la massa organizzata di iscritti, si è semplicemente sciolto nell’impegno orizzontale, circoscritto e non di rado intermittente, caratteristico della società liquida. 

Le minoranze non fanno una maggioranza

Di questo insieme di elementi l’effetto più discutibile, e alla lunga perdente, è l’essere passati dall’obbiettivo di trarre dalla propria parte la maggioranza, egemonizzando il senso comune, alla mera difesa di minoranze sempre più di nicchia, che al senso comune sono estranee, quando non in aperta contestazione. Non solo, ma ancora una volta sulla scia dei liberal a stelle e strisce (va ricordato che il termine liberal, negli Usa, è sinonimo di sinistra moderata), la principale fonte di legittimazione morale è divenuta la condizione emotiva di vittima, per cui dichiararsi tale viene automaticamente considerato motivo sufficiente per dirsi dalla parte della ragione, generando quel tono pretenzioso, passivo-aggressivo, da piagnisteo che allontana, anziché avvicinare, il corpaccione della società che va sotto il nome di ceto medio. Il vittimismo perenne, sottolinea sempre la Neiman, irrigidisce le divisioni e rende più difficoltoso realizzare proprio lo scopo ideale del woke, che sarebbe costruire solidarietà attraverso le differenze.

Woke 1 e 2

La filosofa americano-tedesca propone di rivitalizzare la carica più genuina dello spirito dei Lumi che il pensiero postmoderno, sulla scorta di un Nietzsche letto da sinistra, ha messo in soffitta, in quanto dispositivo di dominio travestito da umanesimo. La Neiman fa insomma appello alla componente critica della ragione universale e dei diritti comuni a tutti, così da tornare ad avere un criterio di condivisione che superi la polverizzazione sociale e ponga un freno agli eccessi caricaturali del woke. Rispetto ai quali, la destra ha avuto buon gioco nel presentarsi come avversaria di un estremismo paranoico e, in definitiva, controproducente.

È molto significativo che la sinistra, a suo giudizio, non debba cadere nella trappola di contrapporre woke e anti-woke ma debba, piuttosto, mettersi alle spalle la fase di quest’ultimo decennio, senza tuttavia rinnegarla. Così dicendo, ha anticipato alla lettera la Ocasio-Cortez, che ha definito “crazy”, una follia, il “woke 1”: non il woke in sé. Quasi che la Neiman abbia ispirato la svolta di questi giorni. Non risulta essere così, in realtà.

Vizio oscuro dell’Occidente

Quel che salta agli occhi, però, è il rischio di ricadere in una pericolosa ingenuità già vista all’opera. Vale a dire che rinverdire la lezione illuministica, se da un lato costituisce un passo in avanti per chi, anche a sinistra, è stufo delle cultural wars che non intaccano minimamente il potere reale (tanto che c’è chi ha parlato di capitalismo woke), dall’altro sembra richiamare quel vizio oscuro dell’Occidente che, da Kant a Hegel, ha alimentato la presunzione di ritenere il nostro modo di pensare, logico-matematico e scientifico-calcolatorio, l’unico e universalmente valido. Ma questo non è un limite, se limite è, della sinistra no woke, ma della sinistra tout court. E forse dell’Occidente in quanto tale.