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La missione a Mosca

di Sergio Caruso - 27/08/2026

Fonte: Sergio Caruso

La missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe merita forse di essere letta al di là degli argomenti ufficialmente trattati e delle inevitabili speculazioni giornalistiche.
Nonostante nessun comunicato stampa ufficiale, i media dicono che si sarebbero parlato di Ucraina, NATO, Iran, linee rosse e possibili avvertimenti. Trump, evidentemente nell’ottica di aumentare la curiosità sull’ incontro, ha ridimensionato la portata del viaggio, definendolo quasi di routine.
Ma c’è un elemento che resta difficile ignorare: il direttore della CIA è arrivato a Mosca a bordo di un C-17 dell’Aeronautica statunitense, un velivolo tutt’altro che discreto e il cui movimento era perfettamente individuabile attraverso i normali sistemi di tracciamento.
Naturalmente non si può dire che quella visibilità sia stata deliberatamente costruita, ma è difficile pensare che né Washington né Mosca fossero consapevoli del fatto che il volo sarebbe stato osservato. E il risultato politico è comunque evidente: il mondo ha visto che, mentre sul piano pubblico continuano dichiarazioni dure, sanzioni e accuse reciproche, tra Stati Uniti e Russia esiste ancora un canale diretto di comunicazione ai massimi livelli.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Dalle ricostruzioni finora disponibili non risulta che le capitali europee — e quindi anche quel gruppo dei cosiddetti “volenterosi” che da mesi rivendica un ruolo centrale nella gestione politica e militare della crisi ucraina — siano state preventivamente messe al corrente del viaggio e, soprattutto, dell’agenda dei colloqui. Persino Kyiv avrebbe saputo dell’arrivo di una delegazione americana senza conoscere inizialmente la presenza dello stesso Ratcliffe.
Se questa ricostruzione sarà confermata, il dato politico non è secondario. Mentre una parte dell’Europa continua a discutere di garanzie di sicurezza, nuove forniture militari e condizioni da imporre a Mosca, Washington e Mosca parlano direttamente attraverso i propri apparati di intelligence, scegliendo tempi, interlocutori e contenuti che evidentemente non ritengono necessario condividere in anticipo con tutti gli alleati.
È probabilmente questo il dato più importante.
Al di là della narrazione occidentale che tende spesso a rappresentare Mosca come un interlocutore con cui non vi sarebbe più nulla da discutere, e al di là delle minimizzazioni dello stesso Trump, la realtà strategica continua a imporre una conclusione molto più semplice: Washington e Mosca hanno bisogno di parlarsi.
Sono le due principali potenze nucleari del pianeta, hanno interessi contrapposti in Europa, Medio Oriente e Asia e possono trovarsi, direttamente o indirettamente, coinvolte nelle stesse crisi. In una situazione del genere il dialogo non è una concessione politica né un segno di debolezza: è uno strumento fondamentale per evitare errori di calcolo, comprendere le rispettive linee rosse e, quando possibile, cercare compromessi.
Il C-17 atterrato a Mosca potrebbe quindi aver trasportato molto più di un semplice messaggio dell’intelligence americana. Ha ricordato soprattutto una realtà che molte rappresentazioni pubbliche tendono a mettere in secondo piano: Russia e Stati Uniti possono essere avversari, ma non possono permettersi di smettere di parlarsi.
E forse il fatto che i “volenterosi” europei siano rimasti ai margini di questo passaggio dovrebbe suggerire anche una riflessione sul peso reale dell’Europa quando dalle dichiarazioni pubbliche si passa alla diplomazia strategica tra le grandi potenze.