Il bombardamento sui fanciulli
di Sergio Caruso - 01/03/2026

Fonte: Sergio Caruso
Il bombardamento della scuola elementare di Minab da parte americana di ieri ci ricorda la strage, ad opera degli stessi americani, della scuola “Francesco Crispi” nel quartiere di Gorla a Milano il 20 ottobre 1944. Anche se appartengono a epoche e contesti radicalmente diversi, condividono l’immagine insopportabile di un edificio scolastico trasformato in macerie e di bambini uccisi mentre si trovavano nel luogo che per definizione dovrebbe rappresentare protezione, crescita e futuro. Eppure, se il dolore è comparabile, la cornice tecnologica e militare che circonda i due eventi impone una riflessione distinta sulle responsabilità e sulla natura dell’errore. Nel 1944 l’Europa era immersa nella guerra totale: i bombardieri alleati che sorvolavano il Nord Italia operavano con sistemi di puntamento rudimentali rispetto agli standard contemporanei, con navigazione spesso condizionata da condizioni atmosferiche, difese antiaeree, errori di rotta e comunicazioni limitate. Le bombe venivano sganciate a quote elevate, con margini di imprecisione ampi; la tecnologia non consentiva la precisione chirurgica che oggi diamo per acquisita. Nel caso di Gorla, la ricostruzione storica parla di uno squadrone diretto verso obiettivi industriali che, per errore di navigazione o disallineamento nella formazione, sganciò parte del carico fuori bersaglio: una bomba centrò la scuola proprio mentre alunni e insegnanti stavano scendendo verso il rifugio, causando la morte di 184 bambini. Nulla può attenuare l’orrore di quell’evento, ma il contesto tecnico dell’epoca aiuta a comprendere come l’errore umano, amplificato da strumenti imperfetti e da procedure belliche meno sofisticate, potesse produrre esiti devastanti anche senza l’intenzione diretta di colpire un obiettivo civile specifico.
Nel caso di Minab un missile ha colpito deliberatamente o comunque direttamente una scuola elementare femminile durante il criminale attacco aeronavale all’Iran da parte delle forze statunitensi e israeliane nel quadro di una campagna imperialistica intesa a provocare un change regime con l’aiuto dei dissidenti iraniani. Qui la riflessione cambia radicalmente piano. Le forze armate contemporanee delle grandi potenze dispongono di sistemi satellitari, guida laser e GPS, droni di sorveglianza in tempo reale, capacità di identificazione avanzata dei bersagli, banche dati digitali e procedure di verifica multilivello prima dell’autorizzazione al fuoco. I bombardamenti moderni vengono presentati come “chirurgici”, fondati su coordinate precise e su una catena decisionale supportata da immagini ad alta definizione e tracciamento continuo. In un simile scenario tecnologico, l’idea di uno scostamento casuale paragonabile a quello del 1944 appare molto meno plausibile sul piano tecnico: se un edificio civile viene colpito, la questione non può essere liquidata con la stessa categoria di errore materiale tipica dell’aviazione della metà del Novecento. La differenza non sta soltanto nell’evoluzione degli armamenti, ma nella trasformazione stessa della dottrina militare e del diritto internazionale umanitario, che oggi pone con maggiore forza l’obbligo di distinzione tra obiettivi militari e civili e pretende valutazioni preventive di proporzionalità e precauzione.
Il parallelismo tra Gorla e Minab, dunque, non è una semplice sovrapposizione di due tragedie scolastiche, ma un confronto tra due epoche della guerra: una in cui la tecnologia rendeva l’errore tragicamente frequente e in parte spiegabile nei suoi meccanismi materiali, e un’altra in cui l’altissimo livello di precisione dichiarato dalle potenze militari contemporanee restringe drasticamente lo spazio dell’imprevedibilità tecnica. Se nel 1944 l’insufficienza degli strumenti poteva contribuire a spiegare — senza mai giustificare moralmente — la caduta di una bomba fuori bersaglio, nel 2026 l’eventuale distruzione di una scuola solleva interrogativi ben più stringenti sulla catena decisionale, sull’intelligence e sulle responsabilità operative. In entrambi i casi restano le vittime, restano i banchi spezzati e le aule distrutte, ma cambia profondamente il rapporto tra tecnologia e colpa: da una guerra combattuta con strumenti imprecisi che amplificavano l’errore umano a una guerra condotta con mezzi sofisticati in cui l’errore, se invocato, appare assai più difficile da sostenere come spiegazione tecnica.

