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Il coronavirus e la caccia alle streghe

di Marina Montesano - 17/02/2020

Il coronavirus e la caccia alle streghe

Fonte: Marina Montesano

Mi occupo professionalmente di ricerche sulla stregoneria in Europa fra medioevo e prima età moderna. Generalmente, quando propongo il tema in ambiti extra-accademici, in tanti mi chiedono come sia stata possibile la caccia alle streghe con tutte le sue vittime: era il frutto dell’arretratezza e dell’ignoranza dei “secoli bui”? Alla risposta che no, è un fenomeno perfettamente comprensibile razionalmente e che ha avuto luogo in tempi che chiamiamo “Rinascimento” per la scienza, le arti, la letteratura, dunque quanto di più lontano si possa immaginare da un’età di cupa ignoranza, il mio argomento viene accolto con sorpresa e persino scetticismo, perché non sembra proprio possibile che un’età illuminata possa aver prodotto tale scempio.
Eppure, basta vedere cosa sta succedendo con l’isteria da coronavirus per rendersi conto che, per quanto ci si ritenga oggi informati e razionali, di fatto siamo labili e manipolabili senza alcuna difficoltà. Proprio oggi mentre scrivo (10 febbraio) ho letto su Facebook un titolo di “Repubblica” nel quale si riporta la protesta del governo cinese presentata a quello italiano per il blocco di tutti i voli aerei dalla Cina, ritenuta misura eccessiva. Le centinaia di commenti che lo accompagnano sono, al di là di rarissime eccezioni, pervasi da bieco furore: i cinesi dovrebbero vergognarsi, hanno tenuto nascosto il virus, vivono nella sporcizia, sono crudeli con gli animali (in particolare i cani, che sono ormai un tabù nella nostra società, per cui li possiamo soltanto amare moltissimo o rischiare il linciaggio: ma questo è un altro tema sul quale varrebbe la pena tornare), mangiano qualsiasi cosa (il che è vero solo che non c’entra molto, ma lo si ripete di continuo), vivono sotto una dittatura.
Questo livore anticinese va avanti dall’inizio della faccenda ed è un fenomeno europeo, che si manifesta non solo con l’odio sui social networks, ma anche con comportamenti più concreti, come la diserzione di negozi e ristoranti cinesi, quasi a immaginare cuochi e camerieri che tornano in Cina ogni sera e ci portano il virus a tavola l’indomani. A provocare il fenomeno è stata la stampa: in Italia c’è stata una breve pausa per parlare dei meriti o demeriti di Achille Lauro, di Morgan e Bugo, di Amadeus e… insomma di Sanremo, il che in qualsiasi altro momento avrebbe infastidito, ma che nello specifico ha fatto tirare un sospiro di sollievo, distraendo giornali e televisioni dai bollettini tragici del coronavirus.
E allora vediamo cos’è questo virus. Ormai è stato ripetuto a iosa: appartiene alla famiglia dei virus ‘corona’, imparentato dunque con altre epidemie quali SARS (acronimo di Severe acute respiratory syndrome) e MERS (Middle East Respiratory Syndrome), per distinguerlo dalle quali è detto 2019-nCoV o “polmonite di Wuhan”. La SARS si manifestò nel 2003 in Cina e in due anni produsse circa 9000 casi con 774 morti, con un tasso di letalità del 9,6%; la MERS in Medio Oriente ha fatto circa 2500 casi con 858 morti, con un tasso di letalità del 34,4%. In Africa, Ebola ha un tasso di letalità stimato intorno al 50%. Per contro, il nuovo coronavirus ha una diffusione maggiore, ma una letalità assai minore: oltre 40mila contagiati con 910 morti (al momento in cui scrivo); i contagiati potrebbero essere di più perché in alcune persone, fortunatamente, i sintomi sono molto lievi e non si trasformano in polmonite, al punto da poter essere confusi con una normale influenza. La percentuale di mortalità è dunque del 2,5%. Tanto per fare un paragone, l’influenza stagionale ha un tasso di mortalità sotto l’1%, ma ha una maggiore diffusione.
Facciamo però un altro paragone, che stranamente nei media circola assai poco. Nel 2009-2010 Messico e Stati Uniti sono stati investiti da un virus influenzale di ceppo differente: noto volgarmente come “swine flu”, febbre dei maiali, è un sottotipo del virus H1N1. Anche se si sviluppava nei suini, il virus della pandemia del 2009 non era completamente derivato dai suini. Il virus contiene una combinazione di geni influenzali di uccelli, suini e tipi di influenza umana. Per fortuna oggi esiste un vaccino, anche se il virus muta con grande facilità. Ma guardiamo ai danni che ha provocato prima della scoperta: secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di decessi si aggira su un minimo di 18.449; tuttavia il Centers for Disease Control and Prevention (http://www.cidrap.umn.edu/news-perspective/2012/06/cdc-estimate-global-h1n1-pandemic-deaths-284000), statunitense, in base alle proprie ricerche ha stimato nel 2012 che la pandemia avrebbe causato 284.000 vittime. Non deve stupire: il virus H1N1 è lo stesso dell’influenza spagnola, la terrificante pandemia che globalmente, fra ottobre 1918 e dicembre 1920 si diffuse a ondate in tutto il globo con conseguenze devastanti. Il tasso di mortalità globale della spagnola non è noto con precisione, ma si stima che tra il 10 e il 20% delle persone infette sia morto. Circa un terzo della popolazione mondiale fu infettata, e l’influenza può aver ucciso fino a 25 milioni di persone nelle prime 25 settimane. Secondo le stime più vecchie, avrebbe ucciso 40-50 milioni di persone, mentre secondo le stime attuali il numero di morti è probabilmente di almeno 50 milioni (meno del 3% della popolazione mondiale), e forse anche di 100 milioni (più del 5%). Rispetto a questa, la febbre del 2009-2010 è poca cosa, ma si tratta di un ceppo virale che allo stesso tempo contagia di più e uccide di più rispetto ai coronavirus. In particolare, mentre gli effetti della “polmonite di Wuhan” sono fatali soprattutto per le persone con un fisico debilitato (per età o condizioni mediche), i virus H1N1 hanno la peculiarità di uccidere i giovani: è una delle ragioni della loro maggiore letalità.
Tuttavia, qualcuno ricorda per l’influenza 2009-2010 lo stesso genere di isteria collettiva? Io ho un ricordo personale a riguardo: nel 2009 avevo programmato un viaggio estivo in Messico; pensai brevemente alla possibilità di annullarlo, ma mi sembrò una reazione eccessiva, e infatti partii e rientrai senza aver contratto alcuna influenza. In quegli anni nessuno si sognò di bloccare voli aerei fra le Americhe e l’Europa, nessuno invocò provvedimenti simili a quelli di questi giorni. I giornali ne parlarono di meno, e soprattutto non si scatenò l’odio contro i messicani e gli statunitensi, che pure arrivano a frotte da noi per le vacanze, non ci furono le reazioni volgari, sovraeccitate, isteriche che oggi si leggono sul web contro i cinesi. Aggiungo: per fortuna, ché né messicani né statunitensi l’avrebbero meritato, così come non lo meritano oggi i cinesi.
Però domandiamoci quali sono le ragioni: da una parte l’assillo mediatico di questo inizio 2020 mi sembra molto sospetto e guidato, con le conseguenze disastrose che sta avendo sull’economia cinese, dalla volontà di nuocere alla Cina; dall’altra, ed è ciò che personalmente mi preoccupa di più, c’è la prontezza con la quale una parte ampia dell’opinione pubblica risponde a queste sollecitazioni sospette, senza un barlume di lucidità, senza freni inibitori, cascando in una trappola e divenendone complice, individuando un capro espiatorio sul quale sfogare paure e rabbie incontrollate, in un meccanismo di transfert attraverso il quale la ricerca di un nemico pare essere divenuta per molti una ragione di vita. Parliamo di una società che avrebbe alla sua portata strumenti di conoscenza immensi, inediti rispetto al passato, e che pure li spreca così, rendendosi complice di nuove cacce alle streghe.