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Il genere e la guerra dei sessi

di Roberto Pecchioli - 30/01/2026

Il genere e la guerra dei sessi

Fonte: EreticaMente

Distruzione creatrice è un’espressione di Joseph Schumpeter per descrivere il movimento continuo del capitalismo verso il cambiamento. Il concetto è fondamentale nella costruzione del Nuovo Ordine Mondiale in ogni ambito della società, dagli affari alla scienza, alla letteratura, all’arte, all’architettura, al cinema, alla politica e al diritto. Ogni traccia dell’ordine precedente deve essere abbattuta e uno dei meccanismi principali è l’antico divide et impera. Creare e sfruttare divisioni artificiose nella comunità è l’obiettivo del potere in ogni tempo. La creazione di una visione del mondo favorevole agli obiettivi di un governo mondiale liberalcapitalista passa per la distruzione di tutti i sistemi di credenze e di organizzazione sociale, sino al rovesciamento di ogni modalità esistenziale, etica, civile, spirituale e perfino biologica vigente. In quest’ottica si comprende l’alleanza apparentemente innaturale con la “nuova sinistra”, l’orientamento egemone all’inizio del XXI secolo.
 Nata tra le frange più estreme – trotzkiste e anarchiche – del marxismo, la nuova sinistra integrò altre esperienze e suggestioni, in particolare una lettura orientata di Nietzsche e Freud (con Marx, i “maestri del sospetto”) e soprattutto lo strutturalismo francese, da Deleuze e Guattari a Foucault passando per il decostruzionismo di Derrida. L’uomo cominciava a essere visto come “macchina desiderante “, il potere come “dispositivo”, la società come “rizoma” che cresce senza direzione entro uno “spazio liscio”, sinonimo per Deleuze dell’oceano e del deserto, aree abitate da nomadi, dunque luoghi di costante cambiamento. Eterogenesi dei fini, il principio secondo cui le azioni talora producono conseguenze opposte rispetto agli scopi iniziali, o semplicemente affinità tra il pensiero liberale e postmarxista nel pentolone ribollente dell’ultimo, devastante mezzo secolo.
 Uno dei punti fondamentali del programma comune, dagli anni Sessanta in poi, fu l’abolizione del concetto di famiglia naturale. Dividere i padri dai figli (l’opera del Sessantotto) e gli uomini dalle donne è stato il successo più grande della distruzione creatrice, diventata dissoluzione. Uno dei grimaldelli della trasformazione antropologica fu il completo ribaltamento delle concezioni sulla sessualità. Essenziale fu l’invenzione del concetto di genere. L’idea ebbe un successo straordinario sul versante del femminismo, le cui battaglie di giusta parificazione di diritti e opportunità concrete tra i sessi erano vincenti sul terreno culturale e pratico. Le ondate successive del femminismo si volsero però alla creazione dei presupposti per una vera e propria guerra dei sessi.
 Un ruolo decisivo lo ebbero i cosiddetti “studi di genere”, all’interno dei quali emerse un ramo spurio, un’ideologia neo-femminista che finì per egemonizzare il movimento delle donne: il femminismo di genere. Gli Studi di Genere nacquero nell’Università di San Diego e furono finanziati dalla Fondazione Ford – una delle organizzazioni dei miliardari che, dietro la vetrina filantropica, orientano a suon di dollari i cambiamenti che interessano l’oligarchia del denaro – il che la dice lunga sulle origini, le finalità e i veri padroni del campo progressista. I gender studies agirono su alcuni filoni del pensiero femminista, ibridato dal poststrutturalismo, da settori della psicanalisi (Jacques Lacan) dagli studi sul linguaggio della filosofa femminista Julia Kristeva, oltreché dal postmarxismo francofortese, in particolare Herbert Marcuse. La lettura della società gender sensitive si presentava come antropologia emancipatoria, estesa alle scienze sociali, alla letteratura, alla psicologia, alla sociologia, alla politica, alla filosofia sino alle tematiche etniche e razziali. Particolare rilievo assunsero gli studi gay e lesbici e il nuovo femminismo, alleati con le istanze dei cosiddetti “dannati della terra” (Frantz Fanon).
 La bomba fu l’introduzione del concetto di “genere” al posto di sesso. Gli esseri umani sono stati sempre distinti tra uomini e donne in base alle differenze biologiche e fisiologiche (il sesso). Gli studi di genere proposero una divisione nuova: il sesso diventava semplice corredo genetico, l’insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un essere umano femmina, maschio o intersessuale (“le condizioni congenite in cui le caratteristiche sessuali biologiche non rientrano nelle definizioni binarie”, secondo i gender studies). La categoria fondamentale era il genere, ossia la costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che oltrepassano il corredo biologico e danno vita allo status di femminilità o mascolinità. Secondo la nuova teoria, sui caratteri biologici si innesta il processo di produzione delle identità di genere. I generi sono in numero indefinito, cangiante, non permanente, legati alla volontà soggettiva. Il genere sarebbe un carattere appreso, non innato: secondo i gender studies maschi e femmine si nasce, uomini, donne o altro, si diventa.
 Per l’ideologia di genere il sesso è una mera distinzione morfologica. Ciò che conta quando si definiscono i ruoli (e gli “orientamenti sessuali”, altra nuova espressione) è la parola genere. La prima concettualizzazione in senso femminista risale a Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso: donna non si nasce, si diventa, la frase iconica della musa di un pessimo maestro, Jean Paul Sartre. Il salto decisivo degli studi di genere nel femminismo della seconda e terza ondata fu dell’antropologa Gayle Rubin (1975), secondo la quale opera un sex-gender system in cui il dato biologico viene trasformato dalla società (patriarcale) in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata. Il femminismo radicale diventava così “di genere”. Un filone scelse la simbologia della strega (witch), identificandosi con “tutto ciò che alle donne era stato insegnato che non avrebbero dovuto essere: brutte, aggressive, indipendenti e malvagie. La strega diventò un simbolo di potere femminile, conoscenza, indipendenza e martirio”. (Cynthia Eller) Questo movimento abbracciò il dianismo (o Wicca), una forma di neopaganesimo che adora una Dea Madre identificata con Diana. Suggestioni confuse, assai pericolose.
 Nella sua corrente maggioritaria il femminismo si trasformava in un’ideologia il cui obiettivo era la decostruzione delle strutture patriarcali (famiglia, religione, scienza, linguaggio), interpretate come costrutti sociali. La chiave fu attribuire alle donne una superiorità morale sugli uomini e nell’assegnarsi ossessivamente il ruolo di vittima oppressa dal potere patriarcale. Nuova legna al fuoco del femminismo di genere arrivò dall’attivista nera americana Kimberle Crenshaw che introdusse il concetto di intersezionalità: la sovrapposizione e l’incontro (intersezione) di tutte le discriminazioni, oppressioni e dominazioni sociali. Si trattava di categorie biologiche, sociali e culturali, come il genere/sesso, l’orientamento sessuale, la religione, le classi di età, i ceti e le stratificazioni sociali, la disabilità, la nazionalità e perfino la specie. L’idea della Crenshaw è che queste ed altre identità agiscano a molteplici livelli simultanei. Tutto è interconnesso per costruire forme di oppressione e discriminazione che si incontrano e incrociano. Una guerra di tutte le minoranze, di tutti i settori marginali della società, un’alleanza in cui agli studi di genere e all’intersezionalità si affiancavano i movimenti omosessuali, transessuali e le punte avanzate del femminismo. L’aborto libero diventava il simbolo di tutte le battaglie femministe, mentre avanzavano le rivendicazioni LGBT. Di fatto, una saldatura con alcuni obiettivi del globalismo: la riduzione della popolazione mondiale e la distruzione della famiglia. Distruzione creatrice e insieme dissolutrice. L’aborto si trasformava in diritto universale alla “salute riproduttiva”, un concetto prossimo all’eugenetica, assunto nel tempo dall’ ONU e dall’ OMS. La maternità veniva rappresentata come una malattia imposta dal patriarcato eterosessuale, il grande fardello che impedisce la realizzazione femminile. Una delle portavoce più influenti del femminismo di genere è stata la giornalista ebrea americana Gloria Steinem – legata alla Fondazione Ford e prima all’ala più anticomunista della CIA – che divulgò il femminismo di genere sui grandi media occidentali.  Contemporaneamente gran parte delle teoriche femministe abbracciava la scelta omosessuale. Naomi Wolf arrivò ad affermare che tutte le relazioni eterosessuali sono uno stupro; che il lesbismo è la condizione naturale delle donne e la bellezza femminile un’imposizione del patriarcato per distogliere le donne dal loro sviluppo personale.
 Questa corruzione della lotta femminile è stata denunciata da molte femministe storiche, come Elisabet Badinter nel best seller. La strada degli errori e Camille Paglia, autrice di libri di enorme impatto come Sexual Personae e Vamps § Tramps.  Paglia afferma che “è ingenuo attribuire tutti i mali dell’universo agli uomini bianchi imperialisti. Sono solo sermoni, e ciò che vediamo nel femminismo accademico o intellettuale è un atteggiamento dittatoriale”. Moniti che non hanno scalfito l’egemonia del femminismo di genere. Oggi la mascolinità è trattata come patologia da curare e gli uomini sono accusati di ogni nefandezza. Il femminismo delle ultime ondate si basa su bugie. Lo afferma Christina Hoff Sommers, autrice di Who stole feminism? How the women have betrayed women. (Chi ha rubato il femminismo? Come le donne hanno tradito le donne), una denuncia contro le fanatiche che promuovono la guerra agli uomini in ogni ambito della vita. Sommers mostra come il femminismo radicale sostenga le sue argomentazioni con ricerche altamente discutibili ma ben finanziate, presenti informazioni inaccurate, soffochi qualsiasi dibattito.
Una prova che molte teorie perniciose della postmodernità non hanno fondamento scientifico e rilievo culturale: sono diventate dominanti, hanno improntato generazioni e legislazioni perché sostenute da un imponente apparato mediatico irrorato da fiumi di denaro. Chi dirige, controlla, possiede questo dispositivo di condizionamento sociale, se non le oligarchie occidentali? Gli Studi di Genere, voluti e pagati dal. potere, sono parte del progetto di destrutturazione e disumanizzazione.  Gli intellettuali, le femministe radicali, gli esponenti dello spettacolo, i politici che li hanno diffusi sono i servi del sistema di potere che affermano di combattere. Non si possono servire insieme la verità e Mammona, l’impressionante contraddizione alla base della progressiva distruzione della civiltà. Tutto corre verso il caos. In alto vogliono così.