Il popolo iraniano ha nelle mani il suo destino
di Simone Santini - 01/03/2026

Fonte: Simone Santini
Ha destato sorpresa che l'ayatollah Khamenei si trovasse nella sua abituale abitazione nel centro di Teheran sotto il tiro dei missili israeliani e non in qualche bunker ultra fortificato. L'ex generale Petraeus, che comandò le truppe d'invasione americane in Iraq, ha parlato di atto di arroganza.
In realtà non si capisce tale gesto se non si ricorda che tutta la vita religiosa e politica di Khamenei si fonda sul mito del martirio. È lo sciismo stesso che si fonda sul martirio.
L'imam Husseyn, nipote diretto del profeta Muhammad, terzo imam degli sciiti, affrontò volontariamente e consapevolmente il martirio in battaglia quando rifiutò di sottomettersi al califfo Yazid, considerato un usurpatore. Quei fatti determinarono la storica e insanabile frattura nell'Islam tra sciiti e sunniti.
Come Husseyn a Karbala, Khamenei a Teheran ha accolto il martirio per ribadire che Dio chiede il massimo sacrificio contro gli empi, contro l'ingiustizia. Lo sciismo è la religione della ribellione sacra contro l'autorità illegittima. Qualunque sciita comprende bene il significato di quel gesto che è l'opposto dell'arroganza.
Poche settimane fa, dopo le insurrezioni di gennaio che hanno causato circa tremila morti (stando ai dati ufficiali che finora nessuno ha saputo smentire) tra rivoltosi armati e fiancheggiatori, civili, forze dell'ordine, quando ormai era evidente che si sarebbe arrivati all'attacco militare dall'esterno, Khamenei si era recato alla moschea di Jamkaran edificata per volere di al-Mahdi, il dodicesimo ultimo imam occulto della tradizione sciita. Anche quel gesto era carico di significato simbolico e spirituale. In altre occasioni di estrema gravità Khamenei si era recato a Jamkaran per ricevere una "ispirazione". Col senno di poi possiamo affermare che in quel momento Khamenei stava offrendo il suo martirio al dodicesimo imam. Anche questo è un gesto che ogni sciita capisce benissimo.
Stanotte in Iran, alla notizia della uccisione di Khamenei, si sono verificati caroselli di gioia e grida lanciate dai tetti di Teheran, che risuonavano nell'oscurità, chiamando alla liberazione dal terrore e dal regime.
Stamattina, di converso, centinaia di migliaia, milioni di iraniani, hanno riempito le piazze per urlare il dolore e il desiderio di vendetta contro il nemico.
Su una cosa Netanyahu e Trump hanno ragione. Il popolo iraniano ha nelle mani il suo destino.

