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Infine Gaza

di Sergio Caruso - 26/02/2026

Infine Gaza

Fonte: Sergio Caruso

Le Olimpiadi Milano Cortina 2026 sono terminate, Sanremo è in corso e tra poco inizieranno le Paraolimpiadi fortunatamente con la partecipazione, nonostante i tentativi di boicottaggio, degli atleti Russi e Bielorussi con tanto di bandiere e inni nazionali grazie all'intelligenza del Comitato Paraolimpico che ha fatto una scelta più coraggiosa di quella del CIO. Trump, nonostante la bocciatura della Corte Federale continua a farneticare sui dazi e l'Europa, in primis l'Italia, sembra prenderlo sul serio cosi come quando parla della necessità di bombardare l'Iran che oggi, addirittura, avrebbe puntato i suoi missili sull'Europa e che presto sarebbe in grado di colpire pure l'America. Dell'Ucraina neanche a parlarne visto che, secondo il nostro Tajani, la Russia avrebbe già perso la guerra per cui è bene approvare l'ennesimo decreto per l'invio di armi in Ucraina che, stavolta, il PD si è rammaricato di non aver potuto votare per la questione della fiducia. Infine Gaza, questa si scomparsa dai notiziari e dai quotidiani, forse in attesa che il Board of Peace faccia i suoi miracoli nonostante Papa Leone XIV abbia sdegnosamente rifiutato l'offerta di Trump di aderire al Board e che si trova oggi in una fase di apparente stabilizzazione relativa dopo mesi di guerra, ma dove resta irrisolta la questione centrale che condiziona ogni possibile evoluzione politica: la smilitarizzazione di Hamas. Israele ha ribadito più volte, anche attraverso esponenti della Knesset, che qualsiasi piano serio di ricostruzione e normalizzazione dell’enclave passa dalla consegna delle armi da parte del movimento islamista; in mancanza di un disarmo volontario, lo smantellamento dell’apparato militare verrebbe perseguito con operazioni delle Forze di Difesa Israeliane. Il nodo è che per Hamas la dimensione armata non è un elemento accessorio, bensì strutturale: le Brigate al-Qassam rappresentano non solo uno strumento militare ma il fulcro identitario e politico dell’organizzazione, la garanzia di deterrenza verso Israele e al tempo stesso la leva negoziale nei confronti degli attori regionali. Accettare una smilitarizzazione completa significherebbe ridefinire la propria natura, con il rischio concreto di fratture interne tra ala politica e ala militare, di perdita di consenso presso la base più radicale e di indebolimento nei confronti di rivali palestinesi come Fatah. Non va sottovalutato inoltre il fattore regionale: i legami con attori come l’Iran conferiscono a Hamas un ruolo in un equilibrio più ampio, e la rinuncia alle armi ridurrebbe drasticamente il suo peso strategico. Per questo la probabilità di un disarmo volontario appare, allo stato attuale, estremamente bassa; al massimo si potrebbe ipotizzare un congelamento operativo o una riorganizzazione meno visibile delle capacità militari, ma non certo uno smantellamento totale. In questo quadro si inseriscono le elezioni interne per la leadership del politburo, un passaggio cruciale che potrebbe influenzare l’orientamento futuro del movimento. Tra i nomi più citati figurano Khaled Meshaal, già guida storica in esilio e percepito come più pragmatico, e Khalil al-Hayya, figura ritenuta più vicina all’ala militare interna a Gaza. Meshaal, forte di una lunga esperienza diplomatica, potrebbe teoricamente favorire formule di compromesso, inclusa un’eventuale integrazione in un assetto palestinese più ampio o l’avvio di intese tattiche con altri attori; tuttavia anche sotto una sua guida è difficile immaginare una rinuncia immediata e integrale all’arsenale. Al-Hayya, considerato politicamente intransigente ma al tempo stesso abile negoziatore, rappresenterebbe invece la continuità con una linea più dura, nella quale la smilitarizzazione resterebbe fuori discussione salvo concessioni massime, come un ritiro totale israeliano senza condizioni. Il fatto che si parli di un mandato limitato nel tempo suggerisce che Hamas stia cercando di gestire una fase di transizione delicata, mantenendo coesione interna e controllo su Gaza mentre valuta come posizionarsi rispetto alle pressioni internazionali e alle prospettive di ricostruzione. In definitiva, il futuro assetto del movimento e la scelta del nuovo leader saranno determinanti non tanto per stabilire se Hamas deporrà le armi — eventualità oggi da escludere — quanto per capire se prevarrà una strategia di irrigidimento e confronto prolungato oppure una linea più flessibile, capace di combinare sopravvivenza militare e adattamento politico senza però rinunciare al proprio ruolo centrale nello scenario palestinese.