L’altro bersaglio: la preda più grossa è l’Europa
di Alberto Negri - 04/04/2026

Fonte: Alberto Negri
La guerra grande
Netanyahu e Trump sapevano bene che l’attacco all’Iran avrebbe messo l’Europa e mezzo pianeta con le spalle al muro. Non ci hanno avvertito per un semplice motivo: tra i bersagli c’eravamo anche noi. Ci stavano per bombardare a colpi di barili di petrolio
Siamo in guerra ma forse non abbiamo ben capito con chi e perché. L’Italia è in guerra anche con se stessa perché guidata da una leadership modesta, impantanata tra le malinconie del fùtbol e della vita (i gossip dei ministri) e con scarsi margini di manovra, che crede ancora nell’«amico» Trump e ha paura di tutto, anche della sua ombra.
Bisogna rassicurarli, qui di Andreotti, Craxi e Moro non ce ne sono più da un pezzo. Quelli le basi Usa forse le avrebbero chiuse fino alla fine del conflitto, visto che è una guerra illegale e contro il diritto internazionale. Come del resto fece Erdogan a Incirlik nel 2016, spegnendo la luce alla base dei missili nucleari durante il tentativo di golpe.
MA L’ITALIA di governo compra ancora le fesserie in vendita al Trump Bazar che spinge ora la premier Meloni in missione nel Golfo con il cappello in mano. In questo teatrino italico siamo disposti a bere qualunque sciocchezza come la riapertura «naturale» di Hormuz propagandata da Trump. Secondo la US Energy Information Administration, Hormuz rappresenta lo stretto «strategicamente più importante al mondo»: lo scrive da più di 30 anni, in ogni edizione del suo report annuale.
Netanyahu e Trump sapevano bene che l’attacco all’Iran avrebbe messo l’Europa e mezzo pianeta con le spalle al muro. «Volete il petrolio? Andate a prenderlo a Hormuz», ha proclamato Trump prendendo sanguinosamente in giro gli europei. Quando il 28 febbraio i due hanno aperto il conflitto non ci hanno avvertito per un semplice motivo: tra i bersagli c’eravamo anche noi. Ci stavano per bombardare a colpi di barili di petrolio. Chiedendoci anche, vergognosamente, le basi europee e minacciando di uscire dalla Nato. Cornuti e mazziati verrebbe da dire.
Ma a loro non importa nulla delle nostre difficoltà perché in questa élite, al comando tra Washington e Tel Aviv, messianica e sionista fatta di evangelici, pentacostali, battisti e miliardari, noi non dobbiamo avere nessun ruolo. Il barile, se la guerra continua, potrebbe sfondare i 150-200 dollari, ma questo come ha chiarito Trump non importa nulla. Più siamo poveri e meglio ci controlleranno. È una vendetta anche contro tutti coloro che si sono schierati contro Israele per il genocidio di Gaza. Perché lì tutto comincia e forse un giorno tutto finirà, se troveremo ancora qualcuno vivo.
Questa è una guerra tra i combustibili fossili e le energie rinnovabili. Un conflitto di civiltà e di culture. Trump è alla testa del fronte fossile. Per lui noi europei siamo da disprezzare non solo perché non stiamo dalla sua parte in questa guerra contro l’Iran ma perché l’Europa, pur con le sue contraddizioni, favorisce l’energia verde.
DISPREZZA al massimo grado anche l’Iran ma l’unica cosa che finora ha rispettato della Repubblica islamica è l’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero. Non si sa mai che un giorno ci metta sopra le mani come in Venezuela. Il problema, come notava il Financial Times, è che per ora – per quanto è dato sapere – non è ancora riuscito comprarsi i vertici dei pasdaran. Per lui il cambio di regime a Teheran ha un solo significato: confrontarsi, come a Caracas, con una leadership che si fa comprare. È così indispettito da ripetere ossessivamente che in Iran il vecchio regime è stato abbattuto: in realtà sperava di trovarli tutti e subito in vendita al Trump Bazar.
In questo Netanyahu e Trump vanno a braccetto. Tutti e due hanno una concezione coloniale della politica: quello che non si può corrompere e comprare, si bombarda. Con una variante: si può corrompere e poi anche bombardare. Nel caso dell’Iran Netanyahu preferisce la soluzione tabula rasa: la cosa che teme di più è che gli Usa possano trovare un accordo con Teheran. Lui vuole che Trump riporti l’Iran all’età della pietra, ovvero cancellare il Paese dalla mappa del Medio Oriente.
TRUMP VIVE di petrolio. Nell’estate del 2004 ha promesso ai capi delle major petrolifere che se avessero donato un miliardo di dollari alla sua campagna elettorale gli avrebbe dato tutto quello che volevano. «Drill baby, drill» (trivella, baby, trivella), è stato il suo motto. E ora con l’esplosione delle quotazioni del barile, le compagnie petrolifere passano all’incasso. Gli ottimisti pensano che questa guerra possa favorire gli investimenti in forma di energia più sicure e più pulite. Per ora Paesi come Giappone e Corea del Sud sono tornati a usare il carbone.
All’Italia con la guerra è arrivato invece il carbone di una malevola Befana in ritardo. Ci siamo illusi con i cosiddetti sovranisti di essere in prima fila tra coloro che contano – nonostante le nostre debolezze strutturali, energetiche e di bilancio – e invece, come ha detto a Davos il primo ministro canadese Carney, «non siamo seduti al tavolo ma nel menù».
