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Perchè la sovranità è rara tra gli stati?

di Antonio Catalano - 27/02/2026

Perchè la sovranità è rara tra gli stati?

Fonte: Antonio Catalano

Hauke Ritz nel suo interessante libro “Perché l’Occidente odia la Russia” [gennaio 2026, prefazione di Luciano Canfora], a proposito di sovranità, scrive che per esercitare la sovranità è innanzitutto necessaria un’attenzione costante per consolidarla e mantenerla, motivo per cui risulta faticosa e costosa. Essa dipende poi da presupposti intellettuali e culturali di cui solo pochi Stati dispongono. Ed è per questo che, a un certo punto, la maggior parte dei Paesi del mondo rinuncia alla propria autonomia, e tale rinuncia è tanto più probabile quanto più giovane è lo Stato e quanto meno è sviluppata in generale la tradizione statuale. L’analisi indipendente cede il passo all’assimilazione di concetti che dal centro dell’economia mondiale sono portati nelle periferie sulle ali dello “spirito del tempo”.
Ritz spiega poi come mai la Russia sia stata capace di uscire da quel  tunnel che l’avrebbe portata alla totale disfatta. Quando nel caos degli anni Novanta sembrò che avesse perso la capacità di un’analisi indipendente. Durante il mandato Eltsin le decisioni di politica economica, dice Ritz, erano talmente autolesioniste da far pensare che lo Stato russo avesse perso la capacità di un’analisi autonoma. Ma con l’intervento della Nato nella guerra in Jugoslavia la situazione cambia. Responsabile dell’elaborazione di una nuova opinione della posizione della Russia nel mondo fu Primakov, ministro degli Esteri russo e futuro primo ministro. Famoso l’aneddoto secondo il quale Primakov, informato dell’inizio dell’attacco aereo sferrato dalla Nato alla Serbia mentre è in volo per Washington, ordina al comandante di far tornare indietro il suo aereo.  
Ciò che salvò la Russia, scrive Ritz, fu oltre alla forza militare ereditata dall’URSS la sua forza diplomatica. Una forza basata su una tradizione diplomatica molto complessa che riflette il fatto che è il Paese con i confini più estesi del mondo, confini che è sicuramente meglio proteggere con l’abilità diplomatica piuttosto che con la forza militare. A Mosca c’è persino un’università, l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO), dove il campo dello scibile è interpretato in un’ottica diplomatica. La Russia dispone inoltre di una profonda conoscenza dei diversi popoli e regioni del mondo e continua a utilizzare l’estesa rete dei contatti costruita dall’Unione Sovietica. Sebbene l’Unione Sovietica fosse a pezzi come superpotenza e dopo l’addio al socialismo la Russia non avesse una seconda ideologia a disposizione, Mosca non aveva perso la sua indipendenza intellettuale, rimanendo un attore geopolitico indipendente.
Il persistere dell’eredità diplomatica dell’Urss, conclude sul tema Ritz, riduceva un vantaggio fondamentale di cui disponevano gli Usa. Cosa che non accadeva per gli alleati europei, per i quali gli Usa avevano un potere che si potrebbe definire anche come “potere dell’idea”. Dalla fine della seconda guerra mondiale la maggior parte dei politici europei, infatti, si è abituata a farsi spiegare il mondo dai quotidiani, il che significa che, in un certo senso, gli europei hanno imparato a far proprie le idee che erano state coniate nei think tank di Washington e da lì si infilavano nei media europei.