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Proviamo ad analizzare la questione USA-Iran sul piano della teoria delle relazioni internazionali

di Daniele Perra - 26/02/2026

Proviamo ad analizzare la questione USA-Iran sul piano della teoria delle relazioni internazionali

Fonte: Daniele Perra

Proviamo ad analizzare la questione USA-Iran sul piano della teoria delle relazioni internazionali. 
Dal crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti (in condizione di unipolo) hanno promosso una politica estera di egemonia liberale. Questa, in teoria, presuppone l'idea che un numero sempre maggiore di democrazie liberali nello scenario internazionale ridurrebbe il rischio di conflitti. Tuttavia, una simile politica si presenta come profondamente interventista e, di conseguenza, al posto di ridurli, aumenta l'insorgere di conflitti legati ad operazioni di "cambio di regime" e di ingegneria geopolitica (il caso odierno più eclatante è quello del cosiddetto "Board of Peace"). Allo stesso tempo, il liberalismo verso l'esterno riduce il liberalismo verso l'interno (Patriot Act di Bush, l'enorme influenza dell'ICE sotto le amministrazioni Obama e Trump); non solo, è pure notevolmente costoso (senza considerare il rischio del fallimento costante nell'esportazione di democrazia). Questa politica è stata portata avanti sia nell'era Clinton che in quella Bush; mentre già con il secondo mandato Obama si è iniziato a ridurre l'influenza del liberalismo sul piano internazionale. Di fatto, a seguito della crisi del 2008, ed all'affermazione della potenza (soprattutto economica) cinese, la condizione di unipolo ha iniziato ad incrinarsi rapidamente. E, con la prima amministrazione Trump, gli USA hanno dovuto confrontarsi con il dato (inizialmente solo ipotetico) di un nuovo bipolarismo o di un multipolarismo in nuce. Ora, come ai tempi del bipolarismo USA-URSS, nessuna grande potenza può ricercare un modello di egemonia liberale se c'è un'altra grande potenza nel sistema. Entrambe sono sempre costrette ad agire secondo principi realisti. Le potenze rivali, in altri termini, non hanno altra scelta che competere per il potere e massimizzare le loro rispettive prospettive di sopravvivenza. 
L'impossibilità di instaurare un regime liberale globale (sconsigliato pure da teorici liberali come John Rawls), senza troppi giri di parole, riporta il sistema internazionale in una condizione di anarchia simile allo stato di natura hobbesiano. 
Bene, oggi la nuova amministrazione Trump, con il suo "interventismo flessibile" o il concetto ossimorico di "pace attraverso la forza" propone un inedito concentrato di liberalismo e realismo sia nella prassi che nella teoria. Il pensatore Nuno Monteiro ha affermato che uno Stato egemone in condizione di unipolo ha tre alternative: 1) ritirarsi dalla scena internazionale sfruttando la sua posizione di forza e la sua sicurezza; 2) rimanere attore centrale e promuovere lo status quo; 3) promuovere un cambiamento in modo da ottenere una posizione ancor più favorevole per sé ed i propri interessi. 
Nonostante l'affermazione di nuova potenze, l'idea di fondo della nuova amministrazione Trump è ancora legata a quella dell'egemonia liberale, sebbene non manchino elementi di puro realismo: di fatto, si trova in bilico tra la prima e la terza ipotesi. La presenza di elementi inclini al liberalismo, naturalmente, rende ogni eventuale negoziato con Paesi ritenuti "illiberali" (la Repubblica Islamica dell'Iran, ad esempio), sempre più complessi e difficili (non si può impostare un negoziato richiedendo la capitolazione o lanciando ultimatum alla propria controparte). La Repubblica Islamica dell'Iran, a sua volta, agisce in modo puramente realista: in un sistema internazionale percepito come anarchico cerca di migliorare la sua capacità di deterrenza militare (programma missilistico, presenza di "proxies" regionali) per garantire in primo luogo la propria sopravvivenza/esistenza (quella che ho chiamato "dottrina Soleimani" si fondava proprio su questo: la creazione di un sistema di difesa su più linee in prossimità dei confini iraniani, capace di mettere sotto pressione i rivali regionali in modo da renderli incapaci di attaccare direttamente la Repubblica Islamica). Schema evidentemente saltato con la caduta di Damasco, le ripetute aggressioni israeliane al Libano e le pressioni sul governo dell'Iraq.
Il problema fondamentale per gli Stati Uniti è che l'attuale situazione internazionale non consente più l'azione puramente egemonico-liberale (almeno in un contesto estremamente complesso come quello mediorientale). Oltre alla presenza di attori con interessi decisamente opposti ai loro (Cina in primo luogo), la loro forza militare non riesce più a mascherare una sostanziale debolezza economica e la volontà di scaricare sul resto del mondo il peso della crisi del proprio sistema. 
Ciò non rende più possibile l'idea (già promossa da Kissinger ai tempi dei negoziati con il Vietnam) che gli Stati Uniti, grazie alla loro posizione geografica, non subiscano in modo violento gli effetti dei loro errori (spesso macroscopici). 
In altre parole, questa volta Washington si gioca veramente la faccia. L'oltranzismo iraniano, fino ad ora, sta leggendo il bluff dello schema trumpiano (e gli iraniani sanno che un errore, anche negoziale, per loro può essere fatale). Gli USA non possono permettersi una guerra su vasta scala contro l'Iran e non possono non considerare il potenziale di recrudescenza conflittuale di un attacco mirato (soprattutto alla luce del sempre più evidente sostegno cinese a Teheran, e del fatto che il semplice affondamento di un singolo componente della flotta USA in prossimità delle coste iraniane avrebbe una enorme eco in termini di propaganda interna con l'appropinquarsi della elezioni midterm). Rischiano di perdere sia in caso di attacco (probabile), sia senza intervento militare.