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La crisi della democrazia liberale

di Luigi Copertino - 26/02/2026

La crisi della democrazia liberale

Fonte: domus-europa

La recente notizia della sentenza con la quale la Corte Suprema statunitense ha bocciato la politica daziaria di Donald Trump, e la forte reazione di quest’ultimo che ha immediatamente emesso un ordine esecutivo per ribadire e rafforzare la sua politica, ha messo in evidenza non solo il conflitto tra politica a magistratura ma la crisi stessa della democrazia liberale come finora l’abbiamo conosciuta. Anche in Italia assistiamo quotidianamente, e non da oggi, al medesimo conflitto tra potere esecutivo e magistratura e la riforma costituzionale dell’attuale governo, per la quale ci sarà il responso referendario a breve, è un ulteriore segnale di un fenomeno ormai in atto in tutte le democrazie occidentale ossia quello dell’accentramento della decisione nelle mani degli esecutivi a discapito dei parlamenti e di ogni altro contrappeso istituzionale.

Infatti, non solo nel nostro Paese ma un po’ ovunque i parlamenti non legiferano più, delegando agli esecutivi tale onere. In Italia ormai, da almeno trent’anni, si procede a forza di decreti legge e decreti legislativi mentre le leggi di emanazione parlamentare sono piuttosto rare. Per non parlare, poi, dell’Unione Europea che nasce proprio con un’architettura istituzionale nella quale il parlamento non conta quasi nulla e tutto è nelle mani della Commissione ossia dell’esecutivo. Montesquieu sembra passato di moda mentre trionfa il decisionismo di schmittiana memoria ma senza le premesse filosofico-politiche che per il grande giurista tedesco dovrebbero giustificarlo.

Il ruolo conservatore della Corte Suprema americana

Il conflitto tra esecutivo e Corte suprema negli Stati Uniti non è d’altro canto una novità assoluta. Un episodio analogo a quello nel quale è incappato Trump ebbe luogo negli anni trenta allorché la Corte Suprema bocciò la politica dirigista ed economicamente interventista di Franklin Delano Roosevelt castrandone, in tempo di pace, gli sviluppi più radicali sicché poi tali sviluppi si ebbero soltanto in tempo di guerra attraverso il cosiddetto “keynesismo militare”. La Corte Suprema, negli Stati Uniti, svolge da sempre una funzione conservatrice, di custodia dei cardini liberali e liberisti, del modello americano. Non fa molta differenza che i suoi membri, come nel caso odierno, siano conservatori o invece liberal. L’orientamento a preservare l’individualismo, quale cardine del sistema americano, è il medesimo nell’uno e nell’altro caso e ciò che cambia è soltanto la coloritura esteriore, un po’ più conservatrice o un po’ più progressista a seconda del momento. Ma, quando si tratta di riaffermare il principio individualista, non c’è differenza tra una Corte a maggioranza repubblicana o democratica.

La Corte Suprema, oggi come negli anni trenta, si è dimostrata incapace di capire le dinamiche reali in atto restando ancorata a una concezione astratta di principio. Il suo conservatorismo la pone nel ruolo di pletorica custode dell’ordine giuridico contrattualistico, a base individualistica, che oggi mostra di cedere a spinte trasformatrici verso il rafforzamento del potere esecutivo contro le istanze di libertà individuale. Poi diremo a quali interessi questa trasformazione è funzionale.

Qui non si vuole affatto difendere Donald Trump, la cui politica ha aspetti assolutamente repellenti, in particolare nella questione mediorientale, ma soltanto annotare che tra la sua politica economica e quella rooseveltiana sussistono alcune similitudini posto che anche il keynesismo di Roosevelt, nel contesto della grande crisi degli anni trenta del secolo scorso, aveva un impianto autocentrico. “Autarchico” per dirla con il linguaggio dell’epoca.

Anche la politica di Roosevelt necessitava del rafforzamento dell’esecutivo allo scopo di imporre ai riluttanti poteri capitalistici la supremazia politica dello Stato per garantire sia la coesione sociale della nazione, onde riassorbire la disoccupazione di massa provocata da un mercato libero e privo di regole, sia la protezione dell’industria nazionale quale strumento atto da un lato a convincere l’imprenditoria a cedere sul terreno di una maggiore redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro e dall’altro a integrare il lavoro nella nazione attraverso l’ampliamento dei suoi diritti, persino all’interno delle aziende. Laddove, infatti, la domanda prevalente è quella interna diventa inevitabile per l’imprenditoria accettare aumenti salariali al fine di sostenerla e, d’altro canto, inevitabile ridurre l’innata pretesa del capitale a una espansione illimitata tale da condurlo a produrre esclusivamente per le esportazioni (un po’ di decrescita fa sempre bene alla salute spirituale dell’uomo).

Trump, attraverso i dazi, sta tentando di riportare gli investimenti negli Stati Uniti e lo fa a discapito dell’Europa. La nostra classe dirigente, formata nella fede in un liberoscambismo dogmatico, non ha capito che la risposta non può essere la lamentela con il cappello in mano chiedendo pietà al vecchio padrone, e riaffermare così la nostra sudditanza, ma deve essere la ristrutturazione dell’economia europea in termini di auto-centrismo continentale. Cosa che, appunto, i vertici dell’Ue non vogliono sia perché metterebbe in discussione trent’anni di politica liberista di moderazione salariale nel contesto liberoscambista della prevalenza delle esportazioni, onde ridurre i costi dei nostri prodotti e renderli competitivi, sia perché li obbligherebbe a riaprire un dialogo con la Russia per l’approvvigionamento di risorse energetiche a basso costo.

Ma le similitudini tra il Roosevelt degli anni trenta e il Trump di oggi si fermano qui perché lo scenario storico è molto diverso e la globalizzazione avviata negli anni novanta ha lasciato i suoi segni sicché più che essere abbandonata viene piuttosto reinterpretata dal trumpismo e in genere dal sovranismo di impianto conservatore (diverso da quello a impianto sociale e popolare espresso da forze politiche al momento assolutamente minoritarie, come in Italia dai partiti di Marco Rizzo e di Gianni Alemanno).

Quella lezione storica che le democrazie avevano imparato e hanno poi dimenticato

Carl Schmitt in un opuscolo scritto negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, ma pubblicato soltanto nel 1950, affrontava la crisi della giurisprudenza europea mettendo in evidenza, già all’epoca, il fenomeno della “motorizzazione” della produzione del diritto (1). Egli – nell’angosciato tentativo di richiamare i principi di civiltà e le conquiste giuridiche che solo pochi anni prima aveva incautamente contribuito a sottoporre a critica – si chiedeva ora cosa ne sarebbe stato del diritto nell’epoca del dominio della tecnica, nella quale la produzione normativa risponde a esigenze estranee alla sfera pubblica, e quale sorte sarebbe stata riservata, in questo quadro, all’Europa, culla e unica erede della millenaria tradizione giuridica romana e cristiana. Noi oggi abbiamo davanti a noi la risposta. Ed è una risposta terrificante perché ci pone di fronte all’esito nichilista del razionalismo occidentale.

Nello scenario degli anni tra le due guerre mondiali Schmitt aveva visto ovunque in atto un rafforzamento degli esecutivi. Non solo negli Stati fascisti, che erano la risposta più forte e coerente alle deficienze politiche e sociali della democrazia liberale della sua epoca, ma anche nelle democrazie. Schmitt era stato attento testimone e acuto osservatore della incapacità della democrazia liberale a garantire la speditezza della decisione politica resa vieppiù necessaria dalle dinamiche della modernizzazione tecnologica e della politica di massa inaugurata dal primo conflitto mondiale. Lo Schmitt del 1943, anno della stesura del libro poc’anzi richiamato, ripensava gli esiti del suo decisionismo alla luce della tragedia della guerra mondiale.

L’affermarsi del keynesismo rooseveltiano in America – che successivamente gli storici avrebbero definito la massima dose di fascismo assorbibile in una società di democrazia occidentale come gli Stati Uniti – dimostrava l’assunto di Schmitt, che da parte sua aveva di fronte piuttosto lo scenario europeo dell’Italia e della Germania, sulla crisi della democrazia liberale a causa dell’inarrestabilità delle esigenze decisioniste imposte dalla modernizzazione.

Senonché, dato che nella storia insieme alle rotture, spesso solo apparenti o superficiali, sussistono anche le linee di continuità, la restaurata democrazia liberale del secondo dopoguerra aveva saputo trarre lezione da quanto era accaduto negli anni tra le due guerre mondiali e, quindi, si era dotata di un apparato normativo e di governo dell’economia che, senza dirlo apertamente, tanto in America che in Europa, recuperava proprio le soluzioni escogitate negli Stati fascisti per far fronte alla crisi dell’economia liberista e alla necessità di governare una società di massa senza indugiare nelle illusioni alla Benedetto Croce per un mero ritorno al vecchio liberalismo elitario ottocentesco.

La presenza forte, di matrice fascista, dello Stato nell’economia non fu respinta ma democratizzata, le politiche sociali interclassiste e la sindacalizzazione non furono abbandonate ma casomai, benché non senza tensioni, affinate con esiti molto favorevoli al lavoro senza tuttavia cadere nel comunismo, provvedimenti intesi a legare la finanza all’economia reale e a renderla subalterna alle politiche economiche degli Stati – come la Legge bancaria del 1936 in Italia o il Glass Steagall Act del 1933 negli Stati Uniti – furono mantenuti e ampliati. In altre parole le democrazie liberali occidentali, in quel che si è chiamato il periodo del “compromesso keynesiano”, semplicemente democratizzarono la risposta che i fascismi, in termini di avvio dello Stato sociale e imprenditore, avevano dato alla crisi del liberalismo e in tal modo esse assicurarono decenni di sviluppo economico e di avanzamento dei diritti del lavoro.

Questo accadde in un quadro di moderato rafforzamento degli esecutivi giacché anche il parlamentarismo, si pensi alla quinta repubblica francese gollista ma anche agli stessi Stati Uniti dove il Presidente aumentò la sfera del suo potere, venne rimodulato senza tuttavia eliminare del tutto i contrappesi istituzionali che caratterizzano una democrazia liberale. Solo in Italia, in apparenza, l’esecutivo fu reso meno forte nell’impianto costituzionale del 1948 come risposta al precedente autoritarismo fascista. Ma in realtà anche nel nostro Paese la particolare configurazione storica del dopoguerra, con i due grandi partiti di massa che reggevano l’architettura del sistema – la democrazia cristiana e il partito comunista (più tardi si sarebbe inserito il Psi di Craxi, avviando non a caso la crisi della prima repubblica) – ha costretto all’accordo trasversale tra governo e opposizione sulle principali linee di politica economica riformatrice surrogando in tal modo il decisionismo presidenzialistico che andava affermandosi altrove e che aveva quale caratteristica principale quella dell’unanimismo in sede parlamentare pur senza perseguitare le opposizioni.

Orbene, a partire dalla svolta neoliberista di Reagan e della Thatcher, la dinamica della globalizzazione capitalista, che andava trasformando il capitalismo da produttore a finanziario, egemonizzato dalla borsa e dall’anonimato da essa resa possibile, e il sopraggiungere delle nuove tecnologie digitali e cibernetiche hanno travolto l’efficacia delle politiche autocentriche e moderatamente dirigiste degli Stati democratici occidentali. Questo accadeva in Occidente mentre altrove, in Russia e in Cina e in genere nei Paesi cosiddetti Brics, si assisteva, dopo il 1989 e la sua illusoria “fine della storia”, all’esplodere di uno sviluppo capitalistico nel quadro del rafforzamento degli esecutivi, ma senza le guarentigie di libertà individuale tipiche dell’Occidente, e non di riforme democratiche. La convinzione dei liberali sempliciotti per la quale l’introduzione in quei Paesi dell’economia di mercato avrebbe portato alla democrazia liberale – una convinzione molto marxiana giacché attribuisce alla presunta struttura economica le trasformazioni della presunta sovrastruttura politica e culturale – si rivelò una barzelletta.

Il decisionismo nell’era della rimodulazione della globalizzazione

La dissoluzione del “compromesso keynesiano” ha provocato in Occidente un arretramento delle conquiste sociali nonché l’impoverimento del ceto medio e della classe lavoratrice o di ciò che di essa rimane. Tutto l’impianto dirigista, inteso a “socializzare” il capitalismo senza eliminarlo e a irregimentare la finanza per farla funzionare a favore della coesione nazionale (si pensi ai controlli sui movimenti di capitale un tempo esercitati dagli Stati), eredità dei fascismi che saggiamente le democrazie liberali dell’immediato secondo dopoguerra avevano mantenuto, fu abbandonato in nome delle spontanee virtù risanatrici del mercato che, con la globalizzazione, avrebbe dovuto garantire felicità, benessere, prosperità e pace mondiale. In realtà la globalizzazione ha ridistanziato in modo sempre più abissale la polarizzazione sociale, accrescendo la ricchezza dei ricchi e impoverendo i popoli. Come risposta essa ha ottenuto l’esplosione dei populismi e dei sovranismi.

Le masse, di fronte ad una democrazia liberale non più capace di garantire sicurezza sociale e una prospettiva di vita dignitosa e umana per il futuro, hanno istintivamente guardato a chi riprendeva la parola d’ordine identitaria invocando esecutivi forti che sapessero rimettere in riga la prepotenza prevaricatoria del capitalismo finanziario transnazionale. In un primo momento esse guardarono a certi politici liberali, come il nostro Berlusconi, che promettevano milioni di posti di lavoro attraverso una più vasta liberalizzazione. Poi, nel ventennio inauguratosi con il secondo decennio di questo secolo, abbiamo assistito al comparire di veri e propri populismi sia di sinistra che di destra, talvolta al loro convergere trasversale. Essi contestavano in primo luogo la sinistra neoliberale che aveva ceduto alle sirene reaganiane e thatcheriane ma senza fare sconti alla destra liberalconservatrice.

Tuttavia, soprattutto come conseguenza delle crisi – dalla guerra in Afghanistan alla guerra russo-ucraina – innescate dalle illusioni neoconservatrici dei primi anni duemila intese a prospettare il “nuovo secolo americano”, oggi sembrano prevalere i populismi di destra. Il trumpismo, per alcuni profili, può essere tra essi annoverato. Il rafforzamento degli esecutivi, intesi a dotare il governo degli strumenti decisionisti per governare l’economia, è da comprendere in tale conteso e non a caso è un cavallo di battaglia di tali populismi. Nella cui visione l’esecutivo deve avere ampie possibilità di azione onde difendere il popolo dai poteri forti transnazionali.

Questa è la filosofia politica cui i sovranismi populisti di destra fanno riferimento e che, come si è detto, potrebbe persino riportarsi a grandi pensatori del XX secolo. Ma – qui casca l’asino! – il contesto attuale è molto diverso da quello del secolo scorso. Se nel XX secolo, sia prima che dopo la seconda guerra mondiale, il rafforzamento degli esecutivi avveniva nel quadro dello Stato nazionale, ancora vivo e vegeto, ovvero nella fase statuale della modernità e nel contesto di un ordinamento internazionale, come era quello di Bretton Woods (o, almeno in parte, quello del “Nuovo Ordine Europeo” prospettato dall’Asse), tra Stati sovrani per scambi regolati da meccanismi di aggiustamenti simmetrico che garantissero tutti gli aderenti al sistema dagli squilibri connaturati al liberoscambismo senza regole, in attuazione di politiche intese a trattenere sul territorio nazionale i capitali e a contenere il capitalismo borsistico speculativo, al contrario oggi, dopo la globalizzazione, lo scenario non contempla più economie nazionali autocentrate ma un capitalismo finanziario globale che chiede l’eliminazione di tutto ciò che possa infastidirlo.

In tal senso il trumpismo, come gli altri sovranismi di destra, nonostante le politiche daziarie, porta acqua non alla riaffermazione delle sovranità statuali quanto invece a certi settori della finanza mondiale, in lotta con altri settori più legati al mondo liberal ossia progressista, perché lo Stato, nel contesto globale, anche in quello rimodulato attuale, è subordinato ai capitali finanziari transnazionali. Sicché esecutivi più forti diventano inevitabilmente strumento di quei capitali globali, al modo del “comitato d’affari” di marxiana memoria.

Marx riteneva che nello Stato borghese il governo fosse soltanto l’esecutore della volontà della classe egemone. Egli tuttavia errava in relazione ai suoi tempi perché, al contrario, nella sua epoca proprio la necessità di salvaguardare la coesione nazionale spingeva gli Stati, benché borghesi, a politiche dirigiste che si imponessero sulle tendenze cosmopolite del capitalismo, come poi sarebbe divenuto più evidente nel XX secolo. Ma è indubitabile che ha ampie ragioni per il nostro presente. Un uomo come Friedrich Mertz, che oggi guida la Germania, proviene, non a caso, dal management di Black Rock, il fondo di investimento multinazionale che, insieme a Vanguard e State Street, controlla, attraverso le partecipazioni azionarie, tutte le grandi multinazionali mondiali e, quindi, l’economia globale atteso che le multinazionali controllate da Black Rock operano anche in Russia, in Cina e nei Paesi Brics, dove però trovano se non altro qualche limite politico data la natura autoritaria di quei Paesi nei quali la politica pretende di trattare alla pari, e non da posizione subalterna come in Occidente, con i poteri finanziari.

I leader di questo sovranismo conservatore-affaristico – da Trump a Milei, da Mertz a Bolsonaro, da Elon Musk a Peter Thiel – sono in realtà l’ala destra, contrapposta all’ala sinistra “wokista” e liberal, della dinamica della globalizzazione in questa fase nella quale il capitalismo finanziario sta rimodulando la propria azione di egemonia mondiale e necessita non più, e non tanto, di libertà individuale ma piuttosto di esecutivi forti atti a imporre politiche di contenimento della volontà popolare, che invece chiede redistribuzione della ricchezza nazionale, e a favorire l’accentramento transnazionale del potere economico in nome di un “primato nazionale” giocato come esercizio dell’egemonia, ancora una volta, degli Stati Uniti d’America. Questo è il senso del “first America” di Trump, del quale l’eco tra i vassalli degli Stati Uniti, contrabbandato come “patriottismo” di volta in volta italiano, francese, inglese, tedesco, finanche europeo, è soltanto il segno della loro subordinazione.

Trump non è Perón e non è Mussolini come non è Roosevelt, che ammirava la politica sociale di Mussolini. Chi crede possibile la realizzazione di una idea sociale della Patria, tale da mettere insieme identità e socialità, in una visione comunitaria aperta alla prospettiva di una Europa radicata nella sua identità plurima ma segnatamente cristiana, che è cosa del tutto diversa dalla Unione Europea, deve prendere atto dell’inganno rappresentato dell’attuale sovranismo di destra, strumento della finanza cosmopolita, che usa nobili istanze, come il patriottismo e l’identità storico-culturale delle nazioni, per assecondare gli scopi dei circoli, israelo-americani, che attualmente guidano i processi geopolitici globali di riorganizzazione dell’Occidente post-cristiano. Da quei circoli è uscito anche Epstein.

 

Luigi Copertino