L’Iran, il dialogo e il destino di tutti
di Tommaso Merlo - 09/03/2026

Fonte: Tommaso Merlo
Lo Stretto di Hormuz è una valvola aortica essenziale, da sotto quei deserti roventi estraggono l’oro nero e gassoso che fa funzionare l’economia mondiale a partire da colossi come Cina ed India. Il destino di miliardi di persone messo a rischio da un paesello di dieci milioni di abitanti come Israele che ha corrotto la decadente superpotenza americana per imporre i propri deliri ideologici in Medioriente. Davvero ridicolo ma anche pericolosissimo. Miliardi di persone rimarrebbero disoccupati o con stipendi e pensioni insufficienti per riuscire a pagare bollette e riempirsi lo stomaco allo stesso tempo. Una polveriera sociale dalle devastanti conseguenze politiche. Un conflitto anche energetico potenzialmente nucleare che mette a rischio il destino di tutti. Per evitarlo bisogna tornare a dialogare anche se non è affatto facile. Dopo decenni di persecuzione e dopo l’aggressione criminale, l’Iran vuole venirne a capo. Del resto hanno provato a trattare, sono stati traditi più volte e oggi si ritrovano a combattere una guerra esistenziale che non cesseranno se non con solide garanzie. Lo hanno dichiarato, il martirio piuttosto che la resa. Quanto a ragionare con quel demonio di Netanyahu è pura fantascienza, quell’assetato di sangue cederà solo se i missili sciiti ridurranno Tel Aviv come Khan Yunis. Come l’altra volta che si è messo a piagnucolare dopo una dozzina di giorni terrorizzato di passare alla storia come il distruttore di Israele. Anche con Trump non è facile ragionare, i neuroni sani ormai scarseggiano e cambia idea ogni quarto d’ora. Certo, è contento che grazie alla guerra non si parla più di Epstein ma ha scatenato un pandemonio tale da non riuscire più ad abbioccarsi. A Washington si parla apertamente di boomerang epocale e di colpo di grazia all’impero a stelle e strisce. Una tragedia per loro, una speranza per il resto del pianeta. Perfino l’esercito si è spaccato, con generali che condividono mal di pancia davanti alle telecamere e veterani del disastro iracheno ed afgano che postano video per esortare i giovani a disertare in massa mentre gli analisti militari si grattano il capo e non solo quello. Hanno finito le scorte di bombe su Gaza e a furia di regalarne a Kiev e con l’Iran stanno usando i fondi di magazzino. Se il conflitto si allungasse e si allargargasse, devono produrne a nastro. Il problema è che hanno dislocato la manifattura in Cina che col cazzo si mette a produrre armi per il suo principale nemico. Agli americani serve tempo e pure soldi e scarseggiano entrambi. L’economia americana sorride solo agli oligarchi e agli avvoltoi di Wall Street mentre il dollaro crolla insieme alla qualità della vita dei comuni mortali e il debito pubblico dilaga. Ma non solo, per un conflitto su larga scala, agli americani mancano altri elementi strategici essenziali come il consenso popolare e una leadership solida. La società americana è dilaniata dal trumpismo ma concorda in massa nel non volere affatto l’ennesima guerra contro un paese che non saprebbero nemmeno individuare su una mappa. Se poi è per conto dei sionisti, apriti cielo. E se non bastasse, Trump è il presidente più detestato dai tempi di Toro Seduto con perfino esponenti della sua base che postano video in cui dilaniati dalla vergogna chiedono scusa per aver sostenuto un uomo così squallido e rovinoso. E con l’ulteriore impennata dei prezzi per la chiusura dello Stretto, Trump rischia la ghigliottina a Times Square. Davvero, lanciarsi in un conflitto mondiale senza un perché e con un comandante in capo del genere, sarebbe un suicidio. E le disgrazie non vengono mai da sole. Trump ha messo a capo del Pentagono un presentatore televisivo dalla lingua sciolta e il cervello rattrappito con pure il vizietto di alzare il gomito. Scene da fine impero con l’arroganza che aggrava l’ignoranza e politicanti da strapazzo che contemporaneamente sottovalutano l’Iran e la situazione e sopravvalutano un esercito americano che loro stessi definivano pieno di burocrati con la pancetta, travestiti ed emarginati in cerca di riscatto o perlomeno di uno stipendio. Una immensa macchina ma da soldi più che da guerra visto che spendono cifre folli ma non vincono un conflitto dai tempi del Vietnam. Ma bisogna dargli atto che a Teheran hanno già ottenuto un cambio di regime, peccato che è arrivato il figlio dell’Ayatollah, molto più arzillo e che potrebbe rimuovere la fatwa sul nucleare. Se poi faranno fuori pure lui arriverà il cugino estremista che oltre ad averla vorrà pure lanciarla. Ma capire che la violenza alimenta violenza e che la guerra aggrava i problemi invece di risolverli, sarebbe troppo. Per adesso possiamo solo auspicare che qualcuno si degni di tornare a dialogare per evitare che miliardi di persone finiscano per strada o in qualche trincea per colpa dei deliri ideologici di un paesello di dieci milioni di abitanti che ha corrotto la decadente superpotenza americana. In modo da evitare un conflitto mondiale anche energetico e potenzialmente nucleare che mette a rischio il destino di tutti.

