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La costituzione è un testo sacro?

di Roberto Pecchioli - 09/04/2026

La costituzione è un testo sacro?

Fonte: EreticaMente

Un articolo sul quotidiano di nicchia Il Riformista riapre il dibattito – altrettanto minoritario – su che cosa sia davvero la costituzione italiana. Il senso dell’intervento della coraggiosa Valentina Combatte è che la Costituzione (maiuscola!) sia intoccabile perché ormai è un testo religioso. La secolarizzazione ha lasciato un vuoto riempito dalla sacralizzazione di alcune categorie politiche. Tesi antica, esposta già nel XIX secolo, agli albori del liberalismo, dal filosofo e uomo politico spagnolo Juan Donoso Cortés, ripresa un secolo dopo da Carl Schmitt – che a Cortés dedicò un saggio – secondo cui le categorie della politica sono concetti teologici secolarizzati. Idee in parte riprese da Emilio Gentile: la politica, dopo aver conquistato l’autonomia dalla religione, diventa teologia e rivendica il diritto di definire il significato dell’esistenza.
Il fatto è che la categoria del sacro – ciò che attiene alla sfera del trascendente, del mistero ed eccede la dimensione materiale – è inestirpabile. Rudolf Otto lo definì il “numinoso”, presenza invisibile, maestosa, esperienza essenziale. L’uomo è per natura un essere religioso; si può combattere la religione rivelata, negare il suo Dio, abbattere i suoi altari, ma verrà sostituita da altre religioni e da nuovi dogmi volti ad assolutizzare la realtà immanente dopo aver immanentizzato l’Assoluto. In questo senso interpretiamo l’intuizione del Riformista. Sì, la costituzione (minuscola!) è diventata un testo religioso, circonfuso da un’aura di sacralità, dall’atmosfera di arcano simile alla consegna delle Tavole della Legge a Mosè da parte di Dio. I Dieci Comandamenti il primo dei quali è “non avrai altro Dio al di fuori di me”. Un’esclusiva che pretende anche la costituzione nel significato che le attribuisce la cultura politica egemone.
La discussione si è riaperta dopo l’esito del referendum che intendeva riformare alcune parti della costituzione che regolano ruolo e funzionamento della magistratura. I sostenitori del no hanno usato la costituzione, la sua intangibilità, il suo spirito di cui si considerano interpreti e custodi, per argomentare contro le modifiche alla Carta, detta così per antonomasia, parola-totem che emana un alito sacrale. In occasioni pubbliche, esponenti politici e magistrati ne hanno brandito copie come di un Vangelo, proclamandosi sacerdoti di un testo caricato di potente valenza simbolica. Il meccanismo manipolatorio ha funzionato, specie tra i più giovani, che pure dovrebbero essere aperti al nuovo. La palude italiana resta immobile e disfunzionale quanto prima, come la vollero – sotto sotto – i più accorti tra quelli che la liturgia istituzionale chiama Padri Costituenti (sempre con la maiuscola).
Abbiamo sparato la cannonata: adesso tocca argomentare. La verità storica è che l’assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 – stesso giorno del referendum che cacciò la monarchia e istituì la repubblica non senza sentore di brogli organizzati – rispecchiava le profonde divisioni politiche del tempo. Finita la guerra da un anno– quella esterna e quella civile – non ancora placato il furore delle vendette, i partiti erano divisi su tutto. Contrapposizioni di fondo, con il fronte social comunista vicino all’Unione Sovietica, i democristiani e i centristi legati agli Usa e alla Gran Bretagna, i trattati di pace non formalizzati, il confine orientale occupato e le formazioni partigiane comuniste ancora armate in un’Italia semidistrutta. Non era facile ripartire. Il testo costituzionale fu il compromesso di più alto livello possibile nel clima infuocato di passioni contrapposte, ideologie incompatibili e piazze rosse mobilitate.
Il prezzo dell’accordo fu una certa vaghezza, un testo che spesso attenua, disdice o rinvia alla legislazione ordinaria successiva ciò che afferma nel comma iniziale di molti articoli. Bisognava che venisse approvato da liberali e “azionisti”, cattolici e comunisti, socialisti e monarchici. Il massimo dell’astrattezza è l’osannato articolo uno, che afferma solennemente “l’’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Suona male già la definizione: ridurre una nazione, un territorio, una storia, una lingua e una cultura a repubblica (anch’essa maiuscola) è poca cosa. Fondarla sul lavoro non ha significato, eppure fu il colpo di genio del cattolico Costantino Mortati – presto dimenticato – per bloccare la proposta social comunista, che intendeva fondare la repubblica sui lavoratori. Un ottimo punto di partenza per la rivoluzione collettivista.
Quanto alla sovranità, è attribuita al popolo ma nelle forme e nei limiti prescritti dalla stessa costituzione. Una tautologia apparente, in realtà la presa d’atto della sconfitta militare che ancora oggi limita la nostra indipendenza concreta. La formulazione è soprattutto diventata l’espediente giuridico e simbolico per trasformare la costituzione – esito della fase storica vissuta tra il 1943 e il 1946 – nell’ evento fondante non della nazione –   concetto estraneo al testo costituzionale – ma della Repubblica, cioè dell’Italia. Una menzogna storica: anche a tacere l’eredità romana, la nozione di Italia esiste almeno dal XIII secolo. L’unità statuale venne conseguita – più male che bene – nel 1860 e il regno d’Italia proclamato il 17 marzo 1861. Nessuno festeggia quella data, ignorata da gran parte dei connazionali.
Occorreva costruire una narrazione posticcia facendo dimenticare la lunghissima storia passata. L’Italia, nella vulgata corrente, è nata il 25 aprile 1945 – unica nazione fondata su una sconfitta ridefinita vittoria in quanto liberazione dal regime fascista. Il fonte battesimale è il 2 giugno 1946 – la Repubblica – e il sacramento definitivo la promulgazione della costituzione.  Tre “liberazioni”. Tutto ciò che avvenne prima, in una sorta di cultura della cancellazione ante litteram, non si riferisce alla “vera” Italia, la Repubblica figlia della sconfitta bellica, del crollo fascista e della cacciata della dinastia regnante. L’unico punto in comune tra i costituenti era l’antifascismo, ovvio all’epoca, carente di prospettiva nei decenni successivi. Eppure, la costituzione viene definita antifascista, benché il testo non vi faccia cenno se non nella XII disposizione “transitoria e finale” che vieta esclusivamente la ricostituzione del “disciolto partito fascista”. Le altre restrizioni furono introdotte dalla legge Scelba e da norme successive.
Ribadiamo tutto questo non per anacronistico revanscismo, ma per affermare che la costituzione è figlia di quel clima, di quel tempo e di quelle ferite. Mai viene rammentato che alcuni articoli sono sostanzialmente copiati dallo Statuto albertino del 1848, legge fondamentale del Regno di Sardegna e poi d’Italia. Se dunque, come ripetono con la mano sul cuore e una lacrima sul viso le sue vestali, la costituzione italiana è la più bella del mondo, qualche merito va anche ai legislatori del secolo XIX. La differenza di prospettiva è netta anche linguisticamente: la costituzione “costituisce”, cioè inaugura, istituisce, fonda. Lo Statuto “statuisce”, esprime qualcosa di già esistente.
Ma tutto quanto detto non conta nulla: sono osservazioni politiche, fondate o meno, a un testo non più politico, diventato un trattato di teologia dogmatica, atemporale, impermeabile a giudizi di merito. La costituzione italiana è un pacchetto che va preso, accettato e venerato dal primo all’ultimo articolo, virgole comprese. Se ne può parlare solo in termini apologetici. Catechesi, non interpretazione o valutazione. Il più coerente dei costituenti cattolici criptocomunisti, Giuseppe Dossetti, dichiarò che la costituzione è un “patto sacro laico che fonda l’unità nazionale”. Diventato monaco, tornò sulla scena mezzo secolo dopo in funzione antiberlusconiana per difendere i valori costituzionali a suo avviso calpestati dal Cavaliere.
Quindi, solo alcune culture politiche possiedono il marchio di conformità. Tutte le altre sono fuori dall’”arco costituzionale” la formula inventata per escludere (all’epoca il Msi) e includere il PCI. Ma anche questo è un giudizio politico che non scalfisce la natura di teologia secolarizzata della costituzione nella narrazione ufficiale. Poiché l’Italia è solo una repubblica non è ammesso alcun patriottismo eccetto quello costituzionale, l’affezione alle leggi “buone”. Altrettanto, è passibile di scomunica modificare – cioè manomettere – la perfetta architettura della Carta. Questa è la chiave simbolica della sconfitta del referendum sulla giustizia, innescato da forze politiche prive della patente di piena costituzionalità, rilasciata dal sinedrio di una cultura arroccata, autoreferenziale, le cui mura sono inviolate da ottant’anni. La battaglia delle idee non è nei programmi di chi è al governo pro tempore ma non al potere. Per questo resterà figlio di un Dio minore.