La donna al contrario
di Marcello Veneziani - 21/06/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Eccolo, il Mostro, il Barbaro, l’Incivile sessista e femminofobo generale Roberto Vannacci che attacca le donne e strizza l’occhio al peggior maschilismo. Tutti, ma proprio tutti, dalla Gruber alla Meloni, non gli hanno perdonato quelle affermazioni critiche sul femminicidio e le hanno tradotte in una specie di complicità con gli assassini delle donne. Lasciate che io vi dica, nel nome della civiltà giuridica e del buon senso, che criticare il reato di femminicidio è sacrosanto sul piano dei principi e dell’efficacia pratica. Il fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto, cioè il principio che la legge valga per tutti e chi uccide un uomo, una persona non può essere diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima. È un abominio giuridico creare categorie speciali. È come dire che se uccidi una donna sei più di un assassino, se uccidi un uomo sei meno assassino. Se si dovesse accogliere il principio che un assassinio è più grave se perpetrato contro un soggetto debole allora dovremmo prevedere un’aggravante per tante categorie: i bambini, i vecchi, i malati, i disabili, gli homeless, coloro che vivono in particolari condizioni di miseria, fame, fragilità. La giurisprudenza da sempre stabilisce l’osservanza di un principio generale e poi prevede che nei casi specifici ci possano essere circostanze aggravanti o attenuanti per l’aumento o la riduzione della pena.
Se sul piano giuridico il femminicidio è un errore e un tradimento del diritto, sul piano pratico serve perlomeno a qualcosa, a fronteggiare un’emergenza, a frenare un’escalation? Sappiamo, dati alla mano, che i casi di “femminicidio” non sono certo diminuiti da quando è stata introdotto lo speciale crimine, proseguono con la stessa atroce noncuranza. E quanto più la denuncia sociale e mediatica cresce, tanto più avvengono quei delitti, o comunque non registrano flessioni nonostante le campagne di sensibilizzazione che non toccano gli insensibili e chi va fuori di testa. Chi commette crimini di quel tipo è in balia di una mente distorta, alterata, a volte malata e viziata, o appartiene a mondi che reputano una donna come una cosa da possedere; o chi vede crollare la sua vita, il suo mondo, è morbosamente legato a quel rapporto. Per tutti costoro essere condannati per aver compiuto un femminicidio, anziché “solo” un omicidio, non è certo un deterrente che li scoraggia o li trattiene dal farlo. Non a caso molti di loro prevedono di suicidarsi dopo aver ucciso.
Del resto, la stessa argomentazione è spesso usata contro la pena di morte: credete davvero che con la pena capitale diminuirebbero certi crimini particolarmente efferati? No, chi arriva a uccidere non fa di questi calcoli; lo ripetono magari le stesse persone che oggi difendono il femminicidio.
Dunque se non vale a livello di principio e non serve a livello pratico, perché introdurre e difendere il femminicidio? Per una questione puramente simbolica o meglio per una questione retorica, che appartiene al piano ideologico e al nuovo bigottismo di genere. Su cui naturalmente si registra subito un corale allineamento in un nuovo conformismo, da sinistra a destra (sempre gli ultimi, a destra, prima recalcitranti e poi tardivamente accodati, per convenienza). Tutti nel coro, per ipocrisia, quieto vivere, timore di essere additati come nemici delle donne e amici degli stupratori. E altri, per le stesse ragioni, tacciono, fanno finta di niente, per non compromettersi.
La cosa più rivoltante è far passare un messaggio veramente barbaro, fazioso, incivile: chi non condivide l’introduzione di quel crimine speciale è un nemico delle donne, un complice sotto-sotto dei maschilisti più violenti o uno che reputa “normale” uccidere una donna, o meno grave, magari un nostalgico del delitto d’onore. No, signori, chi non condivide l’esistenza di un reato speciale ad hoc, non per questo ha un minimo d’indulgenza verso chi uccide una donna. L’aggravante va applicata in caso di speciali circostanze del singolo delitto; non in virtù di una legge che finisce col ritenere meno grave uccidere un uomo, un vecchio, un bambino, un disabile, un emarginato, un fragile rispetto a una donna.
Inaspriamo le pene per gli assassini, rendiamo meno automatiche le riduzioni della pena, e preveniamo di più e meglio. Per esempio, prestando più ascolto alle denunce preventive, o per quanto riguarda i casi di donne stuprate e infine uccise, adottando criteri efficaci. Come la neutralizzazione chimica di chi si è già reso colpevole di stupri e violenze sessuali; chi commette questo tipo di reati dovrebbe poter essere messo in condizioni di non nuocere per non reiterare il suo crimine, che a volte sfocia nell’uccisione della vittima. È stato adottato un termine cruento e spaventoso, castrazione chimica, per una soluzione incruenta che potrebbe ridurre la ripetizione di casi di stupro, neutralizzando stupratori seriali; potrebbe essere una pena alternativa, almeno in modo parziale, alla onerosa e non educativa detenzione nelle carceri. Chi usa il proprio corpo come arma di violenza non può appellarsi alla sua inviolabilità; quanti casi di stupro avremmo evitato?
Così come è veramente contraddittorio e assurdo che venga introdotto da un verso il crimine speciale di femminicidio, e dall’altro venga di fatto considerata come attenuante se la violenza viene compiuta da chi è in stato di disagio sociale, di emarginazione e di clandestinità o proviene da paesi che per cultura e religione hanno un atteggiamento diverso nei confronti delle donne, che considerano sottomesse, inferiori, se non addirittura prede dei propri appetiti sessuali.
Plausibile mi pare pure la critica che Vannacci rivolge alle quote rosa. Primo, perché si trattano le donne come categorie protette, stabilendo per legge uno statuto di inferiorità sociale e culturale, ignorando le tante donne che senza leggi speciali di genere si sono affermate nelle loro professioni e nei loro lavori, per competenza, capacità, scrupolo e bravura. A partire dalla Gruber e dalla Meloni. Secondo, perché se dovessimo inserire quote colorate a sostegno delle categorie più svantaggiate, dovremmo ripartire i posti di lavoro a un arcobaleno di protetti, senza mai considerare meriti e capacità personali: non solo disabili, orfani, vedove ma anche vittime di calamità naturali e sociali (terremoti, guerre, pandemie) o della criminalità organizzata, fasce di indigenti, disoccupati cronici, persone con situazioni famigliari particolarmente gravi e precarie; insomma fragilità di ogni tipo. Non è più semplice e più efficace assegnare posti secondo meriti soggettivi o requisiti oggettivi, non legati a un genere o a una condizione?
Torno infine a Vannacci e al suo nuovo filone La donna al contrario, applicazione di genere del suo best seller, Il mondo al contrario. Vannacci sa che la sua opinione, anche sul tema più vasto della famiglia naturale, delle nascite e dei legami affettivi, è largamente condivisa anche se difficilmente espressa; dunque sa di raccogliere consenso. Il problema dovrebbe essere non quello di censurare certe opinioni, lasciando che clandestinamente diventino più rozze perché non coltivate; ma di esigere un maggiore rigore di argomentazione, una migliore coerenza e anche un certo rispetto nell’affrontare temi sensibili e delicati.
Leggo in questi giorni corali reprimende sulla “sottocultura” di cui sarebbe portatore Vannacci e il suo movimento; potrei essere anche d’accordo ma mi chiedo di quale cultura civile siano oggi portatori e rappresentanti gli altri soggetti politici in campo. Il woke e il bigottismo progressista? Il trasformismo pragmatico per ragioni di opportunismo? La riduzione delle idee e della militanza al servilismo verso i capi? Il voto di scambio tra principi e vantaggi elettorali, ossia il baratto della coerenza con la convenienza? La “cultura” del durare di più in carica? Ma per favore.
