La famiglia nel bosco e la vergognosa sconfitta delle donne
di Franco Maloberti - 02/04/2026

Fonte: Come Don Chisciotte
La penosa vicenda di tre bambini ormai da parecchi mesi reclusi in una prigione, chiamata casa d’accoglienza, è ben nota a tutti. Il caso ha assunto notorietà e suscitato disprezzo per la cosiddetta giustizia italiana a livello mondiale. Purtroppo, l’Italia non è sola in questa ignominia: bambini strappati ai genitori e messi in prigioni chiamate con nomi di vario tipo ci sono in molte altre parti del cosiddetto mondo progredito. Quello che è triste, o forse vergognoso, è che il caso italiano, e forse anche quello degli altri paesi, registra una presenza dominante di donne, diciamo “moderne”.
Come insegnano studiosi e eminenti pensatori, i comportamenti umani sono governati e limitati da una complessa interazione tra emozioni, cultura e ambiente. Le donne, a differenza degli uomini, che tendono a essere razionali e orientati a risolvere problemi reali, sono (o dovrebbero essere) più empatiche, più recettive, più altruiste e più comprensive. La morale della donna deriva dal modo in cui considera le relazioni e dalla disponibilità alle esigenze altrui, in particolare a quelle dei bambini. Secondo Guido Brunetti [1], le neuroscienze hanno evidenziato il contributo rilevante dell’accudimento materno nei confronti dei bambini, con la creazione di una “sinfonia affettiva” della madre, che rappresenta uno dei grandi doni della natura. Senza il “miracolo” dell’istinto materno, la prole – come concorda il grande neuroscienziato Jaak Panksepp – non sarebbe in grado di “sopravvivere”. Nel mondo, non esisterebbero mammiferi se i loro cervelli non fossero preparati a “investire” nella “cura” della prole. E prosegue dicendo: L’impulso al “prendersi cura” proviene da sistemi del cervello “innati” ed è dovuto, in grande quantità, all’attivazione di dopamina, ossitocina ed altri oppioidi (Joung), che sono sostanze chimiche cerebrali fondamentali nel promuovere la cura materna (Uvnas-Moberg). Senza l’amore materno, non potrebbero esistere l’empatia e l’altruismo (Watt). La maternità è un impulso biologico incarnato, programmato nel cervello della donna.
Brunetti parla anche dei pianti di sofferenza dei bambini, che sono il segnale di un “bisogno primario di sopravvivenza”, poiché attivano l’attenzione protettiva genitoriale. Quando la madre ascolta i suoi figli piangere, si “accendono” nel suo cervello i meccanismi dell’ansia di separazione e della sofferenza ((Swain), sino a fare “esperienza diretta” del malessere dei suoi piccoli. Questo dimostra che le radici primarie dell’empatia sorgono nei circuiti cerebrali dell’accudimento e della sofferenza.
L’ossitocina, definita l’ormone dell’amore, crea un forte legame tra la madre e il bambino, influisce sul cervello e sul comportamento, trasmette affetto, generosità, calma e fiducia, riduce lo stress, l’ansia, la paura e l’aggressività, suscita sentimenti positivi e benessere, porta la madre a identificarsi con la sofferenza del figlio, accudendolo e confortandolo fino a giungere a una sorta di “estasi materna” (Panksepp).
Bambini trascurati affettivamente, maltrattati o abusati, o cresciuti in orfanotrofio, presentano un livello più basso di ossitocina. Studi recenti, inoltre, hanno dimostrato l’esistenza di basse concentrazioni di vasopressina e di ossitocina nei bambini affetti da autismo. I disturbi dello spettro autistico sono un insieme di problemi cerebrali, affettivi, fisici e sociali.
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I mammiferi hanno un impulso “altruistico”: rispondono ai “segnali” di sofferenza e riconoscono i “bisogni” degli altri. Gli studi hanno accertato che gli scimpanzé si preoccupano non solo del loro benessere, ma anche di quello dei loro simili. Le cure materne nei mammiferi sono, per i neuroscienziati, “l’investimento” di maggiore durata predisposto a favore di altri esseri.
A proposito della morale, Brunetti dice: «La morale non è altro che uno “sviluppo” della tendenza alle cure materne, che si realizza attraverso circuiti neurali coinvolti nei bisogni del piccolo, il quale appare come “una parte aggiuntiva, parte della madre”. Questi stessi meccanismi cerebrali forniscono poi la “base” per altre relazioni di accudimento. Nessun altro legame affettivo “supera” quello tra la madre e il bambino. È un legame “programmato” geneticamente. È un’emozione innata che guida il comportamento materno. La morale, pertanto, deriva da questi valori radicati che sono esistiti fin dall’inizio dei tempi. I comportamenti morali dell’essere umano sono dunque il risultato dell’evoluzione e derivano da modi di sentire e agire già presenti, a diversi livelli, in altri mammiferi. I valori del bonobo, un animale dall’indole pacifica e sociale, non sono del tutto “diversi” da quelli della moralità umana: manifesta empatia, obbedisce alle regole sociali, ricostruisce rapporti spezzati e si sforza di integrarsi».
La lettura di quanto sopra e il confronto con il comportamento delle donne della vicenda Trevallion sono agghiaccianti. Dov’è la dopamina nel cervello di quelle donne? Dov’è la cura materna nei confronti di tre bambini che soffrono? Dov’è l’impulso altruistico che risponde ai segnali di sofferenza di madre, padre e bambini?
Invece, fin dall’inizio, hanno operato con legale cattiveria per infliggere dolore e male; hanno usato scuse incredibili di case inabitabili e, addirittura, hanno inventato un diritto farlocco di deprivazione della socializzazione, falsificando il pensiero dei pedagogisti e, con ciò, hanno imprigionato tre bambini in una specie di orfanatrofio, “deprivandoli” della libertà, della felicità, del gioco, dell’amore materno. Li hanno fatti piangere, insensibili alle richieste relative al loro bisogno primario di sopravvivenza, con comportamenti crudeli e indegni, con scuse inaccettabili per i tentativi dei bambini di evadere dalla galera, in contrasto con ciò che si pensa e si scrive di donne, quelle vere, della loro morale, mostrando “valori” che nemmeno un bonobo accetterebbe.
Una scusa che quelle donne possono addurre è la citazione di Carol Gilligan, la psicologa femminista americana che ha ipotizzato che esistano due tipi diversi di etica, di cui il secondo – verso cui sembrano orientate le femmine – è maggiormente incentrato sulla «connessione» con gli altri nella loro particolarità, diversità e concretezza, sul riconoscimento dell’essenzialità dei legami e delle relazioni, sull’esigenza della loro presa in carico sollecita e premurosa: è l’«etica della cura», la quale risulta caratterizzata da una maggiore consapevolezza del ruolo che le relazioni hanno nella vita delle persone.
Ma noi dobbiamo conformarci al pensiero che proviene da una (in)civiltà in cui una crescente degenerazione ha causato e sta provocando l’uccisione di centinaia di migliaia di esseri umani, uomini, donne, bambine sui banchi di scuola? E per cosa lo fanno? Per la smania di possesso e di egemonia! Dobbiamo seguire gli insegnamenti di chi sostiene che l’aborto è semplicemente una sfida al patriarcato?
E questa è l’etica della «cura»? Quella che mette al centro dell’attenzione le persone concrete e le loro esigenze, anziché applicare regole astratte. Invece di regole, anzi di leggi, pur astratte, ci sono e le hanno disattese. Rinchiudere bambini in una prigione, anche chiamata casa d’accoglienza, rispetta il superiore interesse del bambino, secondo voi, donne magistrate? La prigionia e il conseguente isolamento sociale migliorano l’empatia, l’autostima e la capacità di gestire i conflitti, necessari come indicato dalla vostra ordinanza? Le avvocate coinvolte in questa vicenda, con un comportamento sfuggente che indica solo avversione, pensano davvero di dire la verità e di essere credute quando affermano che i bambini sono felici e si comportano amorevolmente con loro: falsificazioni di mamma? E i bambini si sentono accolti e amati, e voi, assistenti sociali e presidente Raffaella Valori, favorite un’esperienza indispensabile per la crescita? Non sentite il rimprovero del Cav. Luigi dei Baroni Genova, che nel 1941 donò i suoi beni per aiutare delle orfanelle? Pensate davvero di tutelare lo sviluppo psicofisico e affettivo del minore, curandone le relazioni affettive e sociali? Pensate di onorare la memoria del fondatore privando tre bambini del sorriso, dell’affetto, della serenità, dell’amore materno, segnandoli per sempre nell’anima? E non provate vergogna?
A quanto pare, la «cura» per queste donne è solo quella che serve e si usa in casi estremi, quelli che impongono di separare i bambini da pericoli reali. Invece, in assenza di pur labili evidenze, si inventano artificialmente* e subdolamente inesistenti pericoli, per trasformare, in pratica, un caso normale in uno patologico, così da plasmare la società in ciò che le femministe auspicano.
È questo che la gente comune pensa, pur impotente. È una vergognosa sconfitta per tutte le donne: la perdita di quel magico alone che le ha sempre circondato e le ha fatte amare, rispettare e desiderare dall’altro sesso, come natura comanda. Ormai molti uomini vedono quel tipo di donne come le “Zitelle ammuffite”, così ben dipinte da Giuseppe Gioacchino Belli nel suo sonetto numero 1642. Ed è anche la sconfitta della magistratura, che ha recentemente dimostrato la propria degenerazione con canti sguaiati e brindisi. Ed è anche una clamorosa sconfitta della presidenza della Repubblica, che si è dimostrata incapace di guidare questo paese, ormai su una disastrosa china di degrado etico e morale, forse irreversibile.
Franco Maloberti. Professore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina, dove è stato insignito della Laurea Honoris Causa 2023.
