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La pace impossibile

di Salvo Ardizzone - 12/01/2026

La pace impossibile

Fonte: Italicum

Premessa
Nel mondo è un continuo esplodere di conflitti e si susseguono compulsivamente trattative e supposte mediazioni per giungere a una pace che però appare sempre più lontana. In Ucraina, in Medio Oriente, in Africa, in Asia e, negli ultimi giorni, non poteva che aggiungersi anche il Sud America, a tutte le latitudini è un gemmare di guerre e i negoziati - dove presenti - sono inconcludenti, al meglio condurranno a qualche tregua presto lacerata.
Ai più, adusi a ragionare con occhi e menti fissi sul passato, il pianeta appare impazzito, fuori da ogni schema comprensibile: tutt’altro. Lo stato di sempre più diffusa conflittualità è naturale conseguenza d’una transizione egemonica, di più, d’una rivoluzione geopolitica assai, assai più ampia di quella succeduta alla dissoluzione dell’URSS, e che ha solo cominciato a mostrare i suoi effetti. Le guerre sono inevitabili conseguenze di pregressi equilibri che si sfaldano, e fino a quando non ne emergeranno di nuovi, accettati – apertamente o sostanzialmente poco importa - da chi reggeva il filo dei vecchi e non s’accomoda a vederli ora in rovina, i conflitti continueranno a rischio d’espandersi incontrollati.
Pensare d’interpretare l’oggi e, da esso, intravedere gli sviluppi futuri con le categorie di ieri è del tutto inutile, è provare a prendere il brodo con la forchetta. Questo è periodo di massimo mutamento e, poiché globale è il crollo degli assetti pregressi, globale è la crisi che gli succede. A sprofondare è un Sistema che s’era illuso di poter dominare il mondo e – per fortuna – non v’è nessuno che insegue la medesima chimera; in ogni area v’è un polo, uno stato-civiltà che sta sorgendo – talvolta anche più d’uno - a contestare la pretesa egemonica dell’ormai fu Unipolarismo USA e rivendicare la propria autonomia, la riaffermazione della propria anima. Naturalmente Europa esclusa, perché, dopo tre generazioni, in quell’impero s’è consustanziata.
Del resto, nelle temperie del momento, il fu Egemone d’oltre Atlantico è stato assolutamente chiaro per chiunque volesse intendere senza perdersi nell’autoconsolatorio mondo delle fiabe. È messo nero su bianco nella National Security Strategy resa pubblica alla fine dello scorso anno, dov’è scritto che l’America rivendica per sé l’emisfero occidentale, con l’esclusione di chiunque altro, ma non rinuncia affatto a tentare d’imporre i suoi interessi con ogni mezzo. Non solo lì, ma nel resto del pianeta. In modo ancora più sfacciato, rapace, violento, perché in ballo c’è la sua sopravvivenza. Come impero, ma anche come nazione. Per questo, nella situazione attuale, una pace è semplicemente impossibile. Per il fu Egemone è lotta per la vita; per gli altri attori, contestare quell’egemonia è rivendicare il proprio posto nel mondo. E la situazione non è affatto immobile, sta evolvendo, anche se l’indirizzo può non piacere a chi si pensava adagiato in ben altro rango e ruolo nella Storia. 
Dalle radici all’oggi
La maniera peggiore di comprendere il fluire della Storia è osservarla col microscopio della cronaca, schiacciandosi su di essa. Allora, per interpretarla, riavvolgiamo il nastro che ci ha portato all’oggi. In estrema sintesi – per evidenziare tutti i passaggi servirebbe più d’un libro – gli USA si sono fatti impero fingendosi repubblica. Repubblica, non democrazia, a quella non ci hanno mai pensato, e per convincersene basta leggere la loro Costituzione, biografie e pensieri dei Padri Fondatori, un’oligarchia basata essenzialmente sul censo, assai attenta a mantenere il potere per sé, che aveva orrore di cederlo a chi non era cooptato. Orrore che diveniva massimo alla prospettiva di coinvolgere la gente comune. Che quell’oligarchia appartenesse a cartelli elettorali diversi – sostanzialmente questo erano e sono rimasti i partiti negli USA – poco ha importato: facevano parte dello stesso club e i centri di potere li usavano come taxi (mai più appropriata la frase di Mattei, assai più che nell’asfittico orizzonte italiano), come strumento per usare la possente macchina federale secondo i propri interessi. 
Da allora, nella sostanza, assai poco è mutato. Anzi, oggi i privati sono entrati nello stato non per vie traverse ma direttamente, spesso chiamati; vedasi lo strapotere esercitato dalle Big-Tech e dai grandi fondi, i Big-Three, che manovrano la cosa pubblica con maggiore spregiudicatezza e disinvoltura che se fosse privata, e ciò perché gli utili stratosferici che riescono a realizzare trovano il modo d’intascarli, costi e cocci d’assai dubbie strategie li scaricano sullo stato. Cioè, su tutti. Esatto opposto di ciò che avviene in Cina.   
Gli USA si sono sviluppati in un mondo eurocentrico, che in larga parte disprezzavano e meno capivano; un mondo che aveva radici culturali, politiche e sociali diverse dalle loro, e non poteva essere altrimenti, era un Grande Spazio altro, era Europa, Carl Schmitt ce l’ha spiegato bene. Altro discorso per il Regno Unito che, culturalmente e politicamente, ha partorito il senso e lo stare nel mondo dell’oligarchia americana e, infatti, appartiene allo stesso Grossraum Atlantico degli USA insieme al Canada.
Ma quel mondo eurocentrico si suicidò in un ciclo di guerre fratricide, abbandonando lo scettro per conseguente consunzione; scettro che fu raccolto dagli Stati Uniti, con un però: si trovarono padroni del mondo, sì, ma in condominio con l’URSS. In fondo non fu troppo dura, l’oligarchia di Washington finì per comprendersi abbastanza bene con quella del Cremlino e per questo, a freddo sguardo retrospettivo – come non mi stanco di ripetere – più che di Guerra Fredda si dovrebbe parlare di Pace Calda che molti, oggi, a quelle latitudini potrebbero rimpiangere se lo capissero. Ma tant’è.
I guai vennero subito dopo, col suicidio – sottolineo: suicidio, non vittoria americana – dell’URSS. Scoccò il fatidico “momento unipolare” che incoronò gli USA signori del mondo. Fu il fugace istante che a quell’oligarchia fece perdere ogni contatto con la realtà: era senso d’onnipotenza che si sposava con l’innato eccezionalismo americano, era il “destino manifesto” a dominare il mondo che s’inverava. 
A esemplificazione di quegli anni citiamo l’iconico Francis Fukujama, Virgilio da strapazzo d’un impero pacchiano che, secondo sua vulgata (e non solo sua, interpretò perfettamente il sentire del momento), avrebbe reso un cittadino di Shanghai copia conforme di uno di New York. Pronostico di eterno trionfo dell’American Way of Life, clamorosamente smentito in assai pochi decenni. Arroganza massima di sentirsi Nuova Roma, non Quarta, dopo Bisanzio e Mosca, ma fresca di zecca; a sentirne gli epigoni rigenerata, riedizione d’un mito di cui nulla s’era e s’è compreso, deformato come nei “peplum” holliwoodiani. 
Non stiamo a descrivere le curve che, da subito, hanno mandato a sbattere la fuoriserie americana. In realtà, non ne hanno azzeccata una e già nel 2008 erano sull’orlo di una bancarotta che hanno scaricato sul resto del pianeta, svegliando molti ma non in quell’impero europeo dell’America, avviato a divenire degradata periferia americana. Con le medesime dinamiche politiche, economiche, culturali e, ovviamente, sociali.
Saltiamo il resto e arriviamo agli anni nostri: l’America non ha retto l’illusione unipolare, il conto da pagare s’è rivelato troppo salato. Gli USA hanno pensato che via globalizzazione, universalismo e guerra cognitiva esportata a tutto spiano, avrebbero tenuto sotto il mondo rendendolo uguale a sé, felice d’essere dominato. Errore. Per un po’ avrà pure funzionato ma, col tempo, molti paesi hanno imparato a usare gli strumenti della globalizzazione meglio di chi l’aveva inventata, a rifiutare l’universalismo in nome della cultura propria, a non prestar credito alla guerra cognitiva dello Zio Sam, scaduta a becera propaganda scollata dalla realtà. 
Risultato: per inseguire il massimo profitto della finanza, gli USA si sono deindustrializzati e dequalificati, realizzando un sistema predatorio e parassitario che ha vissuto alle spalle del pianeta realizzando guadagni da capogiro, ma coprendosi di debiti e scaricandoli sugli altri. E, a un bel momento, gli altri hanno cominciato a dire basta. Anche perché, di pari passo, gli Stati Uniti s’andavano indebolendo: carenza di risorse a fronte degli impegni, tracollo dell’economia reale, esplosione di un debito che il resto del mondo è sempre più restio ad accollarsi, sono stati i lasciti dell’impero.  
Un impero che s’è andato frantumando anche al proprio interno, diviso fra chi s’è arricchito vertiginosamente grazie a esso, e chi ne ha sopportato il peso senza averne alcun dividendo, i “forgotten” della globalizzazione, stanchi delle costose imprese dell’impero all’estero, che l’attenzione la reclamano per sé. E questo è un aspetto su cui tornerò.
L’attrito fra un Sistema di potere che si è pensato globale e per questo privo di limite – altro non sa vedersi – pur senza averne più forza e risorse, e i paesi che se lo vogliono scrollare di dosso, ha creato tensione crescente fino a scoppiare in guerra aperta il 24 febbraio 2022, e di lì subito dilatatasi lungo le faglie di un impero in sofferenza, con sullo sfondo il confronto massimo nel Mar Cinese col riconosciuto rivale. Unico che si è elevato al rango di reale minaccia sistemica, con cui esso esita a intraprendere uno scontro aperto che sa esiziale. Questo proliferare di conflitti sono le battaglie di retroguardia d’un Sistema predatorio che tenta di perpetuarsi contro vasta e crescente parte dell’umanità che lo rigetta. 
Questo il quadro, con un’aggiunta: abbiamo detto che l’impero ha forze calanti e avversari che si moltiplicano. Logica vorrebbe che riducesse gl’impegni e cercasse di trovare accordo, quanto meno convivenza con gli altri attori che s’affermano nel mondo finché ha l’energia per contrattare. Ma non può, non è sua logica, si riconosce Numero Uno o nulla. Per cui, spinto dalla realtà – e dalla base elettorale che ha insediato la nuova Amministrazione – dichiara che l’Unipolarismo è sogno. Ma, nei fatti, non intende recedere d’un passo. Anzi, rilancia, senza curarsi della minima apparenza, con ciò abbandonando quanto resta del suo soft-power – assai poco – e dell’armamentario che l’ha veicolato. Con ciò smantellando le basi del suo vero potere, anzi, del potere d’ogni impero.
La crisi del potere americano
Non è un caso che usiamo il termine “America” per indicare quella che è una sua parte, gli Stati Uniti, perché con la forza della loro immagine hanno obliterato ogni altro soggetto che ricadesse in quell’area immensa, sovrapponendosi con grazia inesistente a quel tutto. Ma quella forza oggi è un ricordo, è in crisi.  
Tralasciamo gli snodi che hanno portato gli Stati Uniti all’oggi e concentriamoci sugli ultimi anni. Ai tempi odierni gli USA si dimostrano impero disfunzionale, incapace di usare i duraturi strumenti del potere e d’esercitare l’egemonia; un impero che ha virato sull’uso esclusivo della costrizione, con ciò dando segno di somma debolezza. Non è un sofismo, ma l’alfa e l’omega di qualunque costruzione imperiale: qualsiasi sistema che voglia durare non può basarsi solo sulla forza. È un tema che ho trattato qualche anno fa su queste pagine ; allora era chiara la dinamica, oggi sono chiare le conseguenze. 
L’egemonia è cosa immateriale, è la capacità di una nazione, più in generale d’un soggetto politico, d’esercitare preminenza sugli altri in ambito strategico, economico e culturale. Essa può essere imposta con mezzi coercitivi, l’hard-power, o semplicemente riconosciuta dai soggetti su cui è esercitata attraverso il soft-power. Giova sottolineare che sia nell’esercizio della costrizione (hard power) che in quello della convinzione (soft-power) si possono usare tutte le articolazioni del potere: militare, sì, ma anche economico e culturale; la distinzione fra i due modi d’impiegarle dipende dalla modalità dell’utilizzo e dal contesto.  
L’alternativa non è indifferente: l’hard-power è il più costoso esercizio del potere perché obbedisce al criterio d’efficacia, tende allo scopo qualsiasi sia il costo da pagare. Per questo è tipico dei momenti di crisi, va esercitato per un periodo limitato fino a definire un nuovo equilibrio raggiunto il quale va sospeso, e ciò perché, costando assai più dei risultati che porta, e per gli sconquassi che necessariamente arreca, non è sostenibile per tempi prolungati e, alla lunga, conduce a esaurimento. 
Il soft-power, invece, induce ad agire in coerenza agli interessi dell’Egemone, in quanto, grazie a esso, gli altri li riconoscono come propri. Segue, dunque, il principio d’efficienza perché punta al massimo risultato con il minimo impegno, e poiché costa assai meno dei vantaggi può essere praticato all’infinito.
Naturalmente, per un impero – come per qualsiasi altro soggetto – non è possibile sperare d’usare sempre e ovunque esclusivamente il soft-power, perché prima o poi troverà qualcuno che in qualche modo gli si opponga, e Joseph Nye ha codificato lo smart-power, il “potere intelligente” che, unendo il soft-power all’hard-power in modo equilibrato, rende l’esercizio del potere sempre conveniente per l’Egemone, che lo potrà utilizzare all’infinito. 
La realtà è oggi sotto gli sotto gli occhi di tutti: da anni gli Stati Uniti sono bloccati in modalità hard-power, e ciò, oltre che per connaturata tendenza, per il fatto che il loro soft-power non ammalia più, non convince. Anzi, non convince nemmeno il cuore attuale dell’impero che, nelle temperie odierne, è mutato e s’è spezzato. Anche su questo tornerò. 
Fatto è che gli USA impiegano compulsivamente il bastone anche su chi si dimostra disposto a continuare ad accogliere i resti del soft-power che hanno dismesso. La differenza è che nell’Occidente allargato i servi prendono le bastonate senza fiatare, frastornati dalla violenza d’un padrone che appare cambiato e ora stentano a comprendere. Fuori di esso, sono sempre meno inclini a sopportarle e reagiscono; sono ormai molti i soggetti con cui l’ex Egemone è consapevole di non poter più usare il big stick o, comunque, che la violenza non porta i risultati sperati. Con ciò restringendo l’area della sua influenza e incentivando gli altri a coalizzarsi per meglio resistere alla sua discrezionalità. Lo si vede massimamente in campo economico e commerciale. 
Già, assai più che sulle armi in senso stretto, l’impero americano s’è fondato su un’arma particolare, il dollaro, divenuto unità di conto, mezzo di riserva e strumento del commercio internazionale. Attraverso esso, e alle Istituzioni economico-finanziarie mondiali che controlla (FMI, BMI, WTO, Sistema SWIFT, società di certificazioni e via discorrendo) è giunto a dominare l’economia mondiale, costruendo quello che Giscard d’Estaing definì “l’esorbitante privilegio del dollaro”.
Non ripercorrerò qui le tappe che hanno permesso agli USA di vivere alle spalle del pianeta e alla sua finanza di vampirizzarlo per realizzare profitti colossali: Bretton Wood, la fine della convertibilità in oro, la nascita (tanto per cambiare, coatta) dei petrodollari, gli Accordi del Plaza (quando gli USA costrinsero le altre economie dell’allora G5 al salvataggio del dollaro accollandosene il costo); sarebbe troppo lungo anche se istruttivo. 
Fatto è che gli Stati Uniti, dismessa l’economia reale, hanno giocato a monopoli su scala planetaria, succhiando soldi e risorse a tutti. Non solo: hanno usato l’arma delle sanzioni come una clava contro avversari o presunti tali – come banditi da strada per compiere rapine - estromettendoli da un’economia mondiale che controllavano. Ma anche questo strapotere non poteva durare in eterno se usato e abusato in modo scriteriato. E gli USA hanno fatto anche peggio: sono riusciti ad azzoppare il dollaro. 
In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno un debito – nazionale e privato – che cresce esponenzialmente basandosi su un’economia largamente parassitaria, e l’impiego ancora una volta compulsivo delle sanzioni (hard-power in campo economico) ha da un canto tolto fiducia al dollaro e dall’altro aumentato gli incentivi a creare strumenti e canali alternativi. Oggi il biglietto verde è in rapido decremento negli scambi e all’interno delle riserve, mentre le reti di pagamento sostitutive allo SWIFT si moltiplicano. E ciò, oltre che per convenienza, per aggirare il dollaro e mettersi al sicuro da un Egemone divenuto un estortore insaziabile. Con ciò spingendo l’intero Sistema USA verso il collasso. Di qui la sua necessità di spremere le province dell’impero per dilazionare il tracollo. Di qui la sua continua fame di risorse e capitali per alimentare le bolle finanziarie, le uniche rimaste a gonfiare la sua economia. 
Dunque, per gli Stati Uniti è momento sommamente critico, e lo è doppiamente perché, come già detto, a questo passo arrivano spezzati, in crisi con se stessi. Pericolo massimo e negazione del concetto stesso di impero. La parte d’America che nel novembre 2024 ha fatto strike alle elezioni si vede bianca e cristiana, ergo: si vuole nazione basata su identità etnica, sul sangue. Per chi vuol essere impero e da tale intende agire è bestemmia, negazione di sé, perché ciò è esatto contrario di una costruzione imperiale che si riconosce in un sentimento, in una visione, in una cultura comune e condivisa. È questo che fa l’unione. Definire gli americani secondo un canone unico, addirittura razziale, dichiarando nemico chi ne è fuori, è viatico di dissoluzione certa per una società che tutto è fuorché omogenea.
Piaccia o no, l’America è l’inverso e ora litiga ferocemente su chi è americano, anzi, su che significhi esserlo. Tradotto: è in guerra con se stessa, come espressamente affermato nell’ultima versione della National Security Strategy. Per salvarsi, tenta di ripiegarsi sulla nazione, lei che nazione non è mai stata, provando ad abbandonare l’impero che l’ha fatta ciò che è, ma continuando per inerzia e istinto innato in quella traiettoria calante. Contraddizione irrisolvibile quanto autolesionistica. Anche perché la via per divenire nazione le è preclusa.
Nessuna comunità può reggersi senza un corpus iuris di norme non scritte in grado di orientare la convivenza. Meno che mai se è un impero che, come detto, per definizione si basa su una comune visione, su un condiviso sentire che è la sua forza. È il senso del nomos. Negli USA oggi ve ne sono almeno due, in lotta furibonda. Negazione l’uno dell’altro. In mancanza di quella bussola che indichi alla società la direzione, tutto deve essere normato, accolto dalla parte che è al potere e fa le leggi, respinto dall’altra che ne è tenuta fuori e lo subisce. È la fine della comunità, fine del senso dello stato che la regge, dunque: fine della nazione perché è finita la convivenza. I romani, che di queste cose se ne intendevano, avrebbero detto fine della res pubblica ridotta a res privata di una delle parti. 
E per inciso, le medesime fratturazioni interne sono largamente debordate nelle terre del fu impero europeo dell’America, oggi scalate a sue colonie da spremere prima d’affogare. Ulteriore inciso: le fratture emergono strutturali all’interno dell’Occidente, per rigetto del suo sistema politico, economico e – massimamente – culturale; fra i suoi competitor no, fra essi possono esserci criticità, certo, ma sono poli più o meno coesi, privi di fratture che li frantumino. E questo è fattore di forza.
Le aree di crisi
Non intendo analizzare qui tutte le crisi che gemmano nel mondo - anche in questo caso servirebbero più libri - mi limiterò a evidenziare le dinamiche che conducono tutte a medesima conclusione: per gli USA la coperta è divenuta corta con tendenza ad accorciare ancora, è avviso di sfratto dai vertici del pianeta. Insieme a chi, all’ombra del fu Numero Uno, ha fatto il bello e il cattivo tempo illudendosi d’eterna onnipotenza: Israele, più di qualsiasi altro soggetto fattosi distonico, opposto al corso della Storia.
Per provare a comprendere lo stato delle cose, sfatiamo subito una convinzione assai diffusa in Occidente, massimamente alle latitudini europee: quella di ascrivere tutto e tutti all’interno di una categoria binaria, buoni e cattivi, una dimensione in bianco e nero priva di qualsiasi sfumatura di grigio, attitudine scolpita nella mente della gente da tre generazioni ingabbiata all’interno d’un recinto come la NATO, al tempo della Guerra Fredda prima, al seguito degli USA dopo, nelle loro avventure in giro per il mondo, sempre avvolta da quella propaganda che non si stanca d’indicare un nemico cui opporsi e vieta pensiero altro. Un’attitudine che riduce tutto a tifo calcistico che esalta l’uno e demonizza l’altro, in una rozza semplificazione che nulla fa comprendere e tutto distorce.
Piaccia o no ai tanti tifosi, gli imperi non si alleano né si allineano; trovano coincidenze d’interessi e le colgono. Pensare che soggetti come Russia e Cina – ma anche India, Iran o Turchia – tratteggino le loro traiettorie in base a schemi astratti e rigidi, come fosse la lotta del bene contro il male, è peggio che ingenuità, è pura distorsione della realtà. Per cui Mosca potrà flirtare con Washington per alzare il prezzo con Pechino, potrà trattare, magari trovare accordi con la Casa Bianca (come con gli altri attori sulla scacchiera) su alcuni dossier, e nel frattempo scambiare pugnalate sotto il tavolo tenendo fisso unicamente il ritorno per sé, ed esattamente la stessa cosa faranno a Delhi, ad Ankara come a Teheran, figurarsi a Washington, dove le regole se le fanno da sé e valgono assai meno di carta straccia; così è nel mondo reale, il mondo delle fiabe è altra cosa. 
Ciò detto, mi limiterò a mettere in fila i fatti, tratteggiando le dinamiche delle principali crisi in atto nel pianeta, sottolineando sin d’ora che nulla è come viene scodellato dalla narrazione dominante, pura propaganda che alle latitudini occidentali raggiunge le massime vette della disinformazione. Con l’avvertenza di tenere a mente che, se molteplici sono i focolai di guerra, e sempre altri se ne aggiungono, unica è la radice: il cozzo fra un Sistema egemonico che vacilla, ma non si rassegna al suo declino, e sempre più soggetti, alle più svariate latitudini, che sfidano lo “ius americanum”. Uno “ius” d’inesistente legittimità che l’attuale Amministrazione USA non prova nemmeno più a spacciare come “rules-basedorder” instaurato per “il bene dell’umanità”, ma solo e sfacciatamente per il proprio. Con ciò inducendo, assai più di prima, i 7/8 della popolazione del pianeta (il cosiddetto Sud Globale) a trovare il modo di rigettarlo e provare a fare gli interessi propri e non altrui. Con le buone o le cattive. 
L’Ucraina…
La prima area di crisi è quella ucraina; la guerra, si sa, è sorta su motivazioni essenzialmente politiche antiche di decenni; per la Russia: l’esigenza d’un nuovo quadro di sicurezza europeo che rispettasse anche le sue esigenze, secondo il vecchio ma sempre eluso concetto che la pretesa sicurezza d’un baltico o un polacco non potesse essere realizzata a scapito d’un russo; la neutralizzazione dell’Ucraina, che non poteva rimanere una pistola in mano alla NATO puntata sul fianco della Russia; la “denazificazione” del regime ucraino, con ciò alludendo ai tanti ultranazionalisti incistati in tutti i gangli del potere a Kiev, senza il cui allontanamento parlare di pace è aria fritta. Con buona pace della grancassa del mainstream, le motivazioni territoriali erano ai titoli di coda, e non poteva essere diverso per un paese esteso su 11 fusi orari e zeppo oltre ogni dire di risorse.
Per gli USA, si trattava di spezzare i legami fra i paesi europei e Mosca e riacquistare il pieno controllo politico sullo spazio europeo. Insomma, primariamente isolare la Russia, secondariamente indebolirla. Almeno i primi, obiettivi che Washington aveva centrato da subito: sarebbe stato sufficiente assecondare gli accordi che i contendenti avevano raggiunto ad Ankara fra il marzo e l’aprile 2022 per fare strike. Ma, a quel punto, gli Stati Uniti alzarono la posta e, portandosi dietro i satelliti europei, hanno puntato alla sconfitta strategica della Russia investendo in questo un enorme capitale politico, economico e militare, ottenendo alla fine un fallimento clamoroso, perché hanno reso la guerra esistenziale per Mosca, da vincere qualunque fosse il prezzo da pagare, con ciò confezionando la propria sconfitta. E veniamo all’oggi.
Trump può raccontare al vento che a essere sconfitto è stato Biden, qualcuno dovrebbe dire a lui e ai suoi fans che a perdere le guerre sono gli stati, non i Governi che si succedono. Rivolgersi all’Italia per conferma. E dovrebbe ricordargli pure che la NATO – sconfitta anch’essa – gli piaccia o no è creatura americana, il resto è fuffa. Il Tycoon può anche aver tutta la voglia di chiudere il conflitto e fare ciò che più l’appassiona: gli enormi affari che potrebbe realizzare con la Russia. I business può anche farli – e, sottobanco, li sta già facendo – ma la guerra non può che continuare.
Dopo quattro anni di conflitto – e che conflitto! – a Mosca il riconoscimento di motivazioni politiche non può più bastare, a un’opinione pubblica radicalizzata deve dare altro che compensi vittime e sacrifici. Ergo: Putin deve alzare l’asticella con rivendicazioni territoriali a cui nel 2022 in Turchia non pensava. E, del resto, anche la Casa Bianca di Trump deve mantenere il bluff, spandere fumo e continuare a ostentare una grandezza che non ha più. Per cui, non può sbracare dinanzi al Cremlino. 
Certo, nei colloqui fra i due Presidenti l’Ucraina è a piè di pagina, hanno tanto altro di cui parlare, come le risorse dell’Artico e della Siberia o i rispettivi interessi in giro per il mondo ma, dopo tanto sangue, a nessuno dei due conviene dirlo apertamente. Soprattutto per la Russia, la guerra oggi ha bisogno di simboli concreti, non affari stretti dietro le quinte ma bandiere alzate su città contese. Con ciò rendendo tutto più complicato, ponendo ciò che era secondario dinanzi al primario e, col passare del tempo, il massimo cui si poteva aspirare ieri è assai al di sotto del minimo accettabile oggi. Per cui la guerra non può finire a breve, diremmo che non v’è prospettiva di pace perché mancano i presupposti. 
Né Trump può far finta di nulla, disinteressandosi del tutto della guerra. Non lo ha fatto e non lo sta facendo: se volesse, potrebbe metter fine al conflitto in poche settimane troncando l’indispensabile assistenza d’intelligence, sorveglianza elettronica, visione satellitare e di tutti gli altri orpelli della guerra elettronica che hanno permesso a Kiev di restare in piedi. Non può né vuole farlo perché pagherebbe un prezzo troppo alto, perché così conserva una leva negoziale e perché le agenzie federali sono rimaste sintonizzate sulla precedente traiettoria dell’impero. Come lo sono le leadership europee, che sperano – illudendosi – che Trump sia una parentesi e non il frutto di crisi irreversibile, e tentano di far durare il conflitto su cui hanno scommesso la loro sopravvivenza; al peggio, di farlo degenerare fino a costringere gli USA a intervenire direttamente.   
Dunque: guerra a oltranza, che andrà avanti fra le inutili discussioni dei paesi europei, tenacemente scollegati da una realtà che rifiutano, fino al collasso dell’Ucraina, che non risolverebbe il problema ma ne porrebbe altri. Ovvero, la gestione d’un buco nero, continua fonte d’instabilità e strumento per i disegni di neocon & C. In ogni caso, nessuna pace in vista.
…il Medio Oriente…
Né va meglio in Medio Oriente, scenario oltre modo complesso a occhio occidentale, del tutto fuorviato da una propaganda bugiarda quanto diffusa. Comincio da una notazione preliminare: i paesi dell’area, benché un tempo organici al sistema di potere USA, che aveva in Israele il suo pilastro, sono oggi in rapido riposizionamento. Non è fatto ideologico ma pura convenienza: nei tempi odierni, hanno scoperto che collaborare è più vantaggioso che scontrarsi (vedasi la normalizzazione dei rapporti fra Riyadh e Teheran, che ha resistito agli sconquassi degli ultimi anni). 
Inoltre, l’eclissi del potere americano - là percepita, eccome! – e la dinamica distruttiva e autodistruttiva di Israele, voltosi per esso da risorsa a zavorra, ha indotto altri paesi a farsi avanti; in primis la Turchia, impegnata a perseguire con successo una strategia di lungo periodo che tende a sostituirsi agli USA, offrendosi a loro per il lavoro sporco ma, beninteso, nell’interesse proprio. 
Sono solo un paio di esempi d’un radicale ridisegno di equilibri conseguente ad alcune considerazioni; la prima è che gli USA sono ormai percepiti come largamente, e irrimediabilmente, inaffidabili, e Trump in particolare. Dall’inerzia dopo gli attacchi di Ansarullah sugli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais, nel corso della sua prima Amministrazione, all’avallo alle aggressioni israeliane a Teheran, mentre s’intrattenevano trattative, e a Doha, mentre la dirigenza di Hamas era riunita per discutere gli accordi di pace. A non dire del subitaneo e caotico ritiro dall’Afghanistan di Biden. Del resto, gli stati dell’area oggi hanno altre sponde, alternative proficue e assai, assai meno condizionanti come la Cina e non solo. 
E poi c’è il problema Israele: al di là di considerazioni ideologiche o morali (causa palestinese inclusa), del tutto assenti nei soggetti in questione, la compulsiva violenza israeliana è divenuta ostacolo primario alla stabilizzazione della regione che ambisce a ritrovare equilibrio, indispensabile per coltivare i propri affari. Ergo: Israele si è fatto distonico a un sistema di cui era pilastro, danneggiando gli interessi di tutti. Lo è doppiamente, perché non obbedisce a razionale strategia, con cui un accomodamento si può sempre trovare, ma a un messianico delirio distruttivo privo di limite – ancora torna questa strutturale mancanza di misura, tipica dell’orizzonte che afferisce agli USA - con ciò facendone un collettivo inciampo.
La propaganda costruita nei decenni continua a sostenere che Israele ha vinto su tutti i fronti: lasciatevi dire che è una menzogna madornale. Di sette fronti aperti non ne ha chiuso neanche uno e i suoi avversari sono ancora tutti lì. Nell’Occidente, oggi figlio dell’America, malgrado le infinite lezioni della Storia, si stenta a comprendere che non vince chi fa più morti e arreca più distruzioni (fosse così, gli USA avrebbero stravinto in Vietnam, Afghanistan, Iraq e via discorrendo), ma chi consegue gli obiettivi di un conflitto, e Israele, gli obiettivi da lui stesso dichiarati non li ha neppure sfiorati. Non è convinzione personale ma ripetuta dichiarazione dei vertici delle IDF.
Non solo: dopo oltre due anni di guerra, Israele è meno sicuro di prima. Invece d’avere un unico avversario esistenziale ora ne ha due: la Turchia s’è aggiunta all’Iran e all’Asse della Resistenza e fronteggia gli israeliani in Siria, ripromettendosi di farlo anche a Gaza, con l’intenzione espressa di sostituirsi a essi come pilastro degli Stati Uniti, perché “lei i problemi li risolve, non li crea”: Trump dixit. 
E, già che ci siamo, sfatiamo un’altra bufala che vuole l’Asse della Resistenza smantellato e la Repubblica Islamica sul punto di crollare sotto la spinta di sollevazioni popolari. È ancora una menzogna che nasconde l’aspirazione massima di Israele, e di vasta parte dell’establishment americano, che vede in essi irriducibili avversari. Specchio di ciò è la compulsiva – quanto inutile – richiesta di disarmo delle forze della Resistenza in Libano, Iraq e nella stessa Gaza (di Ansarullah neppure si parla, dopo i 100 ml di danni inferti alla Gerald Ford, costretta a fuggire dal Mar Rosso inseguita da una pioggia di missili. Inglorioso addio alla pretesa talassocratica di controllo degli Stretti), e i concentrici tentativi di destabilizzazione in Iran. Che presto sfoceranno in altra guerra.
L’ovvia via libera – che mette d’accordo democratici, repubblicani della vecchia guardia e cristiani sionisti trumpiani – è stato strappato da Netanyahu nella sua visita di fine anno alla corte di Trump. Ennesimo tentativo di trascinare l’America in guerra aperta con l’Iran; ultima speranza per Israele di venir fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciato. Riedizione, in scenario diverso, del tentativo fatto dagli europei di coinvolgere il riluttante fu Egemone in scontro frontale con la Russia, per mantenere quanto resta dei passati assetti di potere. Dunque, al di là del business della ricostruzione a Gaza, progetto che definire improbabile è poco, ancora l’inevitabile riaccendersi della guerra, perché nessuna delle ragioni del conflitto che infiamma l’intero Medio Oriente è stata rimossa, anzi. Gli USA sono sempre lì a sostenere il massimo fattore di destabilizzazione, malgrado i danni politici che ne ricevono. E continueranno a farlo, nel tentativo di restare in partita. 
…Venezuela, Groenlandia e, perché no, Guyana…
L’America di Trump s’è scoperta a corto di risorse, con i minerali critici in mano ai suoi avversari e le tradizionali catene d’approvvigionamento terremotate dalla conflittualità che essa stessa ha suscitato. Ergo: si rivolge alle immense materie prime delle Americhe come fossero cosa propria. L’attacco al Venezuela altro non è che un’estorsione, l’atto d’un boss mafioso che reclama beni altrui. La Casa Bianca sostiene già che gestirà quel paese, e le sue risorse, fino al passaggio di consegne a un gestore di sua fiducia. Ok, ma come? Al netto delle roboanti dichiarazioni, Trump può dirci come vorrebbe controllare da remoto un paese come il Venezuela? 
Le stesse Major americane (Chevron, che laggiù c’è già, ConocoPhillips, ExxonMobil), convocate dal Tycoon, si sono mostrate tutt’altro che entusiaste a una prospettiva assai più vicina alla Tortuga che a Wall Street. Al di là dei proclami, per riattivare gli impianti estrattivi, provati da decenni di sanzioni, servirebbero una barca di miliardi e investimenti protratti per anni e anni. Idem dicasi per i minerali critici che laggiù abbondano, sì, ma le cui filiere andrebbero create da zero in un paese che, piaccia o no a Fox News e Truth, è più che mai ostile agli Yankees. 
Personalmente, oltre che arma di distrazione di massa dalle condizioni interne americane, che non sono affatto in miglioramento, ritengo che il dichiarato controllo di quel petrolio serva assai, assai più a montare una nuova bolla finanziaria (dopo che quella dell’high-tech scricchiola e dell’AI è pericolante davanti alla crescita cinese), che ad alimentare un’industria americana che non c’è. Con un’ulteriore notazione: la notizia ha già depresso le quotazioni del greggio americano (il WTI), facendo infuriare i produttori di shale oil, già sostenitori di Trump, che si vedono messi fuori mercato con la concreta prospettiva di fallimento. Ennesimo boomerang di un’Amministrazione quantomeno ondivaga, per non dire in stato confusionale. 
E poi c’è il dossier Groenlandia, cui aggiungere la Guyana, Territorio d’Oltremare francese. Aree strategiche e ricche di risorse, sì, col particolare d’essere parte di stati europei. È da ridere pensare alle leadership del Vecchio Continente in stato confusionale. Cosa faranno se Trump deciderà d’impossessarsi della Groenlandia e appendere il suo scalpo nello Studio Ovale per passare alla Storia? Cosa farà la Francia, con la sua Grandeur che fu, se l’US Navy si presenterà sulle coste della Guayana? Attiveranno l’art. 5 del Patto Atlantico? Si manderanno reciproci pacchetti d’aiuti militari? È un mondo che crolla divorando se stesso. Ma sulla pace, beh, stante la deriva presa dagli USA, i bookmaker non scommetterebbero un dollaro. 
…e, sullo sfondo, il Mar Cinese.
E qui veniamo all’ossessione del fu Egemone: la Cina. L’unico rivale a cui concede lo status di sfidante. Su queste pagine ho già trattato l’ascesa della Cina e le sue caratteristiche del tutto peculiari . Il buffo è che Pechino ha provato a lungo a convivere con gli USA, nell’ottica di una collaborazione che convenga a entrambi, concetto che sulle rive del Potomac è escluso. E, in fondo, nel fulgore dell’Unipolarismo, è stato Clinton a sdoganarla, facendola entrare nel WTO, nella convinzione che il business l’avrebbe fatta divenire “americana”. Mai errore fu più clamoroso. Mai mancanza di comprensione dell’altro da sé più netta.
Saltiamo il percorso fatto e guardiamo all’oggi: la Cina non nasconde più la sua forza, al potere c’è la generazione dei “Wolf Warriors”, orgogliosa di ciò che è divenuta; è pronta, sì, al compromesso, ma rifiuta qualsiasi condizionamento, più che mai se condotto con la forza, rispondendo colpo su colpo, costringendo chi ci prova a un passo indietro. Un esempio: la minaccia di blocco delle forniture di terre rare ha obbligato l’Amministrazione Trump a immediata retromarcia. Per stazza acquisita e orgoglio della propria sovranità, con lei i bluff americani sono ormai impossibili, è fuori scala ed è assai, assai più l’America ad aver bisogno della Cina che l’inverso. 
Gli USA hanno provato a lungo prima a soffocarla, poi a contenerla, bloccando il suo accesso alle tecnologie avanzate, microchips in primis, considerate l’ultima barriera. Peccato che l’Agenzia Reuters abbia rivelato che all’inizio dell’anno scorso, a Shenzen, sia stato messo a punto il prototipo di una stampante a raggi ultravioletti estremi (EUV) simile a quelle dell’ASML olandese. Le stesse su cui Washington aveva posto assoluto veto. È un salto tecnologico che prende alla sprovvista il fu Egemone e rende inutili le barriere che le ha posto intorno. Peggio: ciò consegna alla Cina l’ultimo tassello per dominare l’intera filiera dell’High-Tech, dall’estrazione alla raffinazione delle terre rare, alla produzione di massa di prodotti tecnologici d’alta gamma – settori che già domina incontrastata – e, in capo a pochi anni, all’applicazione delle tecnologie avanzate, Intelligenza Artificiale in testa. Per le Big-Tech americane, e la mostruosa bolla finanziaria che vi è stata montata attorno, suona inevitabile campana a morto. 
È l’ultimo settore in cui Pechino s’appresta a surclassare Washington, dopo averla stracciata nell’industria, nelle infrastrutture, nella produzione d’energia a basso costo, nel commercio e nella cantieristica. Un unico esempio che valga per tutti: per ogni tonnellata metrica di naviglio varato negli USA, in Cina se ne varano 237! E questo exploit non avviene nel vuoto, ma nella parte di mondo di gran lunga più dinamica e produttiva.
Per il fu Egemone è la partita della vita ma, per quanto provi a suscitarle contro i vicini inquieti per le mosse d’un colosso, non ha credibilità: è il suo comportamento inaffidabile e predatorio che lo penalizza. I rivieraschi del Mar Cinese, magari la Cina non l’ameranno, ma è oltremodo improbabile che suicidino le loro economie e se stessi per fare un piacere a chi li bullizza. L’Europa è ad altre latitudini. Con ciò lasciando gli USA in un dilemma: attaccare la rivale prima che sia troppo tardi (come più d’uno al Pentagono e al Congresso sostiene) o riconoscere che troppo tardi lo è già, e con questo riconoscere l’inammissibile riduzione di rango. In ogni caso, lo scontro è solo rinviato e cova per chi non concepisce comprimari perché si vede eccezionale, anche se da tempo non lo è più. 
Conclusione
A conclusione di questo già troppo lungo excursus torniamo all’introduzione: le guerre in corso non troveranno soluzione, anzi, con ogni probabilità si moltiplicheranno, perché una sintesi fra interessi opposti è impossibile, in Ucraina e ancor più in Medio Oriente, e l’inquieta calma che regna ancora nel Mar Cinese può essere preavviso d’inaudita tempesta. Invece d’accettare il proprio ridimensionamento, gli USA tentano comunque di mantenere posizioni ormai compromesse. Venire ad accordo per loro è ammettere sconfitta. Equivale a inaccettabile ridimensionamento.
Inutile cercare razionalità in questo. È il loro modo di stare nella Storia. La razionalità è in chi si oppone a essi in nome della propria sovranità, dei propri interessi nazionali. Per questo, come detto, le guerre si moltiplicheranno, sta già accadendo, in Africa – colpevolmente del tutto fuori dai radar – come ora in Sud America. E ciò fino a che gli USA, e la rete di potere che hanno teso sul mondo, non collasseranno, riconoscendosi incapaci di reggere il confronto per manifesta evidenza. Servirà tempo. 
Altri sistemi di potere stanno sorgendo, stimolati dalla crescente aggressività degli USA, come BRICS e SCO, trovando nella necessità di fare fronte comune alla rapacità americana incentivo per rinnovata coesione. Viviamo certamente in tempi interessanti, che sia, per somma ironia, una maledizione cinese – come vuole comune vulgata – o meno. Fatto è che nulla sarà, è già è, come prima.
Per quanto attiene allo spazio europeo, che ho assai marginalmente trattato perché assai marginale è il suo peso, poche considerazioni finali. L’Europa non è soggetto politico, non lo è mai stata, meno che mai lo è adesso; è espressione geografica, peraltro dai confini assai variabili nel tempo, soprattutto a est. È impero europeo dell’America in liquidazione, nella doppia versione UE e NATO. La prima è stata una bestemmia storica e geopolitica, che ha pensato di creare un soggetto politico attraverso un progetto economicista: netta inversione dei termini di stampo liberista, condannato a inevitabile fallimento nell’impatto con la Storia. La seconda è stata la gabbia in cui i paesi si sono adattati, felici di proibirsi pensiero strategico, ovvero di pensare a sé e al mondo che li circonda, oggi li assedia, lasciando che fosse il Grande Fratellastro d’oltre Atlantico a farlo per loro. 
Difficile felice pronostico: nei tempi di crisi i soggetti si dividono fra predatori e prede; di chi sa fare di mutamento opportunità e chi diviene opportunità altrui. E l’Italia è massima esponente di chi si fa preda, raccomandandosi ad altri, rinunciando semplicemente ad avere interessi propri, per accontentarsi degli avanzi rimasti sui tavoli altrui. Il miglior modo di divenire portata di chi a quei tavoli è seduto. D’altronde, nel resto del Continente, fatta qualche eccezione, fra ambizioni smisurate, fuori scala per la propria stazza (vedi Polonia), riflessi di passata grandezza svanita da tempo (Francia e Regno Unito), atrofie di pensiero che sfociano largamente nell’autolesionismo (Germania su tutti) e deliri di lillipuziani ansiosi di mostrarsi Gulliver (baltici in primis), non è che si stia meglio.