Opzione Gallipoli
di Daniele Perra - 31/03/2026

Fonte: Daniele Perra
Si torna a parlare di "opzione Gallipoli", come strumento di pressione nei confronti della Repubblica Islamica. Lasciatemi dire innanzitutto che simili paragoni di certo non aiutano la già "sfortunata" propaganda trumpista. Trump parlò infatti di una "invincibile armata" diretta verso l'Iran, probabilmente senza conoscere il precedente storico della "invincibile armata" di Filippo II distrutta nel suo viaggio verso le coste inglesi.
Lo sbarco a Gallipoli delle forze dell'Intesa durante la Prima Guerra Mondiale, con l'obiettivo di mettere sotto pressione la capitale dell'Impero ottomano e toglierle il controllo sugli Stretti, non andò molto meglio. Un intero corpo di spedizione australiano venne letteralmente spazzato via, facendo guadagnare a Mustafa Kemal un prestigio notevole che successivamente, a guerra finita, utilizzerà come capitale politico per riunire i gruppi nazionalisti.
Ora, prima di proseguire, fa quasi sorridere (se non fosse una inutile tragedia) il fatto che l'obiettivo di questa guerra sia diventato aprire lo Stretto di Hormuz, quando lo stesso Stretto era aperto solo un mese fa. Detto ciò, un eventuale sbarco in prossimità di Bandar Abbas, per poi aprirsi una via verso il sistema di isole interne al Golfo Persico attraverso cui l'Iran controlla lo Stretto, presenta rischi militari enormi. In primo luogo, oltre alla difficoltà insita nell'operazione (forze anfibie più aerotrasportate), questa non è sostenibile nel breve e nel lungo periodo (costi di occupazione, costante pressione avversario, perdite notevoli). Inutile dire che un contingente di poche migliaia di soldati non può in alcuni modo reggere l'urto. Certamente, si potrebbero creare dei diversivi: attacco di milizie curde nell'Iran occidentale. Questo, tuttavia, comporterebbe un ingresso diretto nel conflitto da parte della Turchia, e di certo non in aiuto dei curdi (comunque già divisi in una miriade di fazioni in lotta tra loro e già "traditi" a più riprese da Washington).
Come detto in altre occasioni, Trump, grazie a Netanyahu, si è infilato in un vicolo cieco dal quale difficilmente uscirà indenne. Ad onor del vero, pure Israele non sembra in salute. Le proteste interne si moltiplicano e l'IDF non aveva mai perduto un simile numero di carri armati almeno dalla Guerra del Kippur o dall'operazione "Pace in Galilea", con Hezbollah che è addirittura riuscito a penetrare nel territorio della Palestina occupata, facendo evacuare l'insediamento di Kiryat Shmona (costruito sulle rovine del villaggio arabo di Al-Khalisa). Un'operazione dall'enorme valore simbolico se consideriamo che il villaggio è stato così nominato a seguito della battaglia di Tel Hai, durante la guerra franco-siriana, in cui persero la vita otto coloni sionisti guidati da Joseph Trumpeldor. Eroe sionista perché sul punto di morte avrebbe dichiarato: "è bello morire per la Patria". In realtà, si trattava di un ex soldato russo, reduce dalla guerra col Giappone (da non dimenticare il sostegno che i Rothschild diedero al Giappone contro la Russia), recatosi in Palestina a semplice scopo di arricchimento personale.
Ad ogni modo, purtroppo le difficoltà che stanno incontrando USA e Israele lasciano presumere che il conflitto peggiorerà (e molto). Di fatto, questo si è già trasformato da un conflitto per un "cambio di regime" ad una guerra di civiltà contro un intero popolo.
Per ciò che concerne la politica interna iraniana, appare evidente che questo porterà ad una progressiva militarizzazione della stessa politica e della società. Già evidente con la riduzione del ruolo di personaggi come il Presidente Pezeshkian (con il solo ministro degli esteri Araghchi a mantenere un ruolo eminentemente politico di livello) e con la fama crescente degli stessi militari (il caso più evidente quello del colonnello Ibrahim Zolfaghari, che incarna alla perfezione lo spirito guerriero-rivoluzionario della Repubblica Islamica, sebbene meno mistico rispetto ad un Soleimani).
