Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Se l’America combatte in nome di Dio

Se l’America combatte in nome di Dio

di Lucio Caracciolo - 08/03/2026

Se l’America combatte in nome di Dio

Fonte: La Repubblica

Penultime da casa Trump: l’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali. In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso sedato, Corte Suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance). Trump sta sovvertendo la liberaldemocrazia a stelle e strisce. E siccome siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana si autoproclama in missione celeste. Confermata dalle preghiere per il presidente taumaturgo amministrate nello studio ovale dal predicatore di giornata. Assistiamo alla nazionalizzazione di Gesù Cristo secondo canoni apocalittici di stampo evangelicale. Il 6 marzo trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del dipartimento della Difesa — non Guerra, definizione ufficiale, perché a rivoluzione in corso ognuno si chiama come gli pare — per denunciare il catechismo da crociata imposto alla truppa da alcuni comandanti. Costoro spiegano che “gli attacchi americani e israeliani accelerano il ritorno di Gesù Cristo” perché rispondono al “piano di Dio”. In linea con l’interpretazione del governo che “presenta pubblicamente la politica americana in Medio Oriente in termini esplicitamente religiosi”. La guerra all’Iran è scritta nella Bibbia. La Fondazione per la libertà religiosa dei militari americani cita dozzine di analoghe denunce da parte di interi reparti: “Stamattina il nostro comandante ha aperto il rapporto sullo stato della preparazione al combattimento raccomandandoci di non farci spaventare da quanto ci sta succedendo al fronte. Ci ha ordinato di dire alle nostre truppe che ‘è tutto parte del piano divino di Dio’ con specifico riferimento al Libro dell’Apocalisse sull’Armageddon e l’imminente ritorno di Gesù Cristo.” Gran finale: “Il presidente Trump è stato scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”. Proclamare “Dio è con noi” non porta fortuna. Rivela però il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo/Amalek. Eppure sei mesi fa lo stesso Trump aveva riunito la crema dell’ufficialità nazionale per mobilitare le Forze armate contro il “nemico di dentro”. Intanto i media diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa. La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Tempo scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi alla finestra. Ma se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti perché cadresti in terrene tentazioni. Quale che sia l’esito bellico della crociata contro la “teocrazia iraniana” — lo specchio di Trump non l’ha avvertito che a Teheran comandano i pasdaran, non i teologi imamiti — resta che la Casa Bianca è in perfetta consonanza escatologica con l’ultradestra ebraica. Salvo non trascurabile differenza: molti fra gli evangelicali a stelle e strisce sono fieri antisemiti. Adesso sappiamo qual è il fine di questa guerra: la fine del mondo. Trump è profeta di Dio, insieme a Netanyahu. Mentre le guerre di Bibi incrinano il filo-israelismo genetico degli States e ne spaccano la diaspora ebraica, la sintonia fra gli ultrareligiosi delle due sponde forgia l’alleanza da Dio benedetta. Inscalfibile? Dubitiamo. Le biografie dei due condottieri ne escludono la vocazione al martirio (proprio, non l’altrui). Non stupiremmo se virassero d’improvviso dalla guerra fine del mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna del giugno scorso. Se così non fosse, gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.